Convenzioni CNOP: intervento psicologico a condizioni agevolate

photovisi-downloadAderisco alle convenzioni stipulate dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi stipulate con le Forze dell’Ordine ed altre associazioni di categoria, come di seguito elencato:

  • Arma dei Carabinieri;
  • Polizia di Stato;
  • Guardia di Finanza
  • FISDE-ENEL (Fondo Integrativo Sanitario per i Dipendenti del Gruppo ENEL);
  • Associazione “L’altra metà della divisa” – Rete supporto Famiglie Militari;
  • Dipartimento Amministrazione Penitenziaria;
  • Assomedico;
  • Ordine Consulenti del Lavoro.

La convenzione, tra le altre cose, prevede un primo colloquio gratuito e uno sconto del 20% sulla tariffa adottata normalmente dal professionista.

Per visionare in dettaglio le condizioni dei protocolli d’intesa è possibile visitare la pagina dedicata sul sito del CNOP.

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Sessualità e disabilità: intervista a Lelio Bizzarri

Di seguito ri-pubblico una mia intervista del 2010 a cura della dr.ssa Manuela Lobefaro… temi sempre attuali. 


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Kelly Perks-Bevington ha un problema al midollo spinale che l’ha bloccata sulla sedia a rotelle quando aveva 11 anni ma sei mesi fa si è sposata con il suo fidanzato Jaz e, dice, “solo il giorno del nostro matrimonio l’abbiamo fatto 3 o 4 volte”. Kelly dice che i pregiudizi della gente riguardo ai disabili possono essere davvero imbarazzanti: “Dopo le nozze ordinai un cocktail dalla camera dell’hotel e il cameriere portò il conto a mio fratello pensando che fosse lui mio marito, semplicemente perché anche lui era in carrozzina!”

Per conoscerla meglio, Dott. Bizzarri di cosa si occupa? Sono uno psicologo e mi occupo di consulenze psicologiche mirate alla prevenzione del disagio e alla promozione della qualità della vita. I miei interventi sono spesso rivolti a persone che in prima persona vivono la condizione di disabilità oppure che per motivi di legami familiari o per lavoro hanno a che fare con la disabilità. Ho promosso e condotto corsi di formazione e sensibilizzazione rivolti a questa particolare popolazione in particolare sulla tematica della sessualità e dello sviluppo del senso di autonomia ed autodeterminazione delle persone con disabilità. Sono stato anche Consigliere dell’Ordine degli Psicologi durante il mandato 2009-2013 e per questo mi sono anche occupato dell’organizzazione di campagne di sensibilizzazione della cittadinanza a prendersi cura del loro benessere psicologico.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di corsi di formazione nell’ambito dell’affettività, dei sentimenti e dell’educazione sessuale nelle persone con disabilità? Uno degli aspetti che mi ha stimolato è sicuramente il fatto che fosse un tema poco esplorato ed approfondito. Avevo letto qualche libro in proposito e tutti mi sembravano un po’ a senso unico, sottolineando esclusivamente gli aspetti negativi della questione: i rifiuti, le delusioni, i rischi legati all’abuso e alle gravidanze indesiderate, le problematiche relative al controllo degli impulsi, ecc. Essendo io oltre un addetto ai lavori, anche una persona che viveva questa dimensione sulla propria pelle, avevo un punto di vista privilegiato per essere consapevole del fatto che il binomio sessualità e disabilità non è solo sofferenza, ma anche gioia profonda. Avevo sperimentato nel mio sviluppo personale come la sessualità per una persona disabile in particolare può essere un grande ponte per accedere al mondo cosiddetto della “normalità” e mi stimolava l’idea di condividere questa esperienza e verificare la sua generalizzabilità anche ad altre persone e ad altre forme di disabilità.

Durante le esposizioni sulle tematiche della sessualità nella disabilità, ha mai provato una sensazione di disagio, considerando il silenzio che avvolge questa tematica? No devo dire che non ho mai provato disagio anche perché comunque ho affrontato la tematica più da tecnico che esponendo le mie esperienze personali. Esse sono state per me un punto di riferimento e di confronto con le aspettative e le esperienze altrui, ma mai oggetto di discussione dei miei interventi anche perché le esperienze in sé e per sé non hanno un valore per l’altro che ha un vissuto differente, possono essere prese come pietra di paragone, ma non ritenute un qualcosa che può essere riproposto tale e quale nella vita altrui. Ho sempre riscontrato molto interesse da parte di operatori, familiari e persone con disabilità che sentivano proprio il bisogno di parlare di questa tematica proprio in virtù del fatto che non esistevano spazi alternativi per condividere. In alcuni casi c’erano richieste di aiuto vere e proprie rispetto a situazioni più problematiche legate al comportamento sessuale di ragazzi con grave ritardo mentale o autismo. Il fatto di aver approcciato il tema con serenità e con un atteggiamento possibilista e legittimante comunicava molta speranza ed era già in parte funzionale ad un livello superiore di benessere perché attenuava l’ansia e dava il permesso di vivere questa dimensione della vita.

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“Si può essere donna anche se non perfetta. Questa idea può fare spazio a diverse argomentazioni: far pensare che un corpo femminile in reggiseno non è un oggetto, far riflettere sul problema del bullismo verso chi è perepito come dverso, ma anche su quello dei disturbi alimentari vissuti da chi non si accetta per come è. Occorre capire quello che vuole nascere dietro a questo progetto.” Tratto dall’intervista di Superabile Inail Maggio 2016 a Valentina Tomirotti – Impiegata nei servizi sociali del Comune di Porto Mantovano laureata in Scienze della comunicazione specializzazione in giornalismo. Blogger: pepitosablog.com.

Il tabù intorno al tema della sessualità nella disabilità è un ostacolo che, secondo lei, parte principalmente dalla società o dalla famiglia?Beh diciamo che per la Società è più facile accettare che le persone con disabilità si vivano la propria sessualità, in quanto di solito tutte le difficoltà implicate se ne fa carico la famiglia laddove la persona disabile stessa non riesce a gestire le situazioni. Certo che se invece poi parliamo di come le istituzioni si impegnano con programmi di sostegno pratico e psicologico alle persone disabili che contribuiscano a creare le condizioni propedeutiche al vivere la sessualità in maniera soddisfacente, è evidente che la crisi dei servizi sociali che stiamo attraversando sia un impedimento molto più marcato di quello che fanno le famiglie. Per fare un esempio è evidente che per un ragazzo disabile sia molto difficile vivere la propria sessualità se non ha i mezzi e le possibilità per uscire, fare amicizie, conoscere altre ragazze ed eventualmente allacciare relazioni sentimentali. Il riconoscimento della Società intesa come istituzioni e servizi è solo formale dato che non c’è poi quel sostegno che sarebbe opportuno desse alle persone disabili e viene delegato tutto al singolo o alla famiglia. Se ci fossero più servizi e le cose fossero meno difficili, anche le famiglie sarebbe più tranquille nel lasciare spazio e autonomia ai figli/fratelli. In sintesi, agevolare l’emancipazione dalla famiglia delle persone disabili comporta automaticamente la possibilità da parte di tutti di vivere la sessualità più serenamente.

Durante le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati, quali sono gli ostacoli maggiormente riscontrati? Un problema strutturale è legato alla continuità dei progetti che purtroppo anche qui è inficiata dalla difficoltà di reperire risorse economiche. Rispetto al lavoro in sé e per sé la parte più difficile è quella di modificare gli atteggiamenti di base che sottostanno ai copioni comportamentali. Il lavoro di espressione e condivisione delle emozioni dà molte soddisfazioni e benefici, ma purtroppo quando si cerca di fare un lavoro un po’ più profondo si è già arrivati al termine del percorso. La parte psicoeducativa dell’intervento può dare solo frutti parziali in quanto molto spesso è necessario intervenire sugli stili di attaccamento e su complessi emotivi molto resistenti e questo necessita molto tempo in quanto non è sufficiente comunicare quali sono le cose più giuste da fare per far in modo che esse vengano fatte.

coppia-disabiliDopo le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati ha avuto dei riscontri positivi, come ad esempio più tranquillità nell’affrontare la tematica dell’amore? Sì come ho detto prima, la condivisione dà molti risultati positivi in particolare il confronto fra persone con disabilità consente di acquisire fiducia e un senso di legittimazione che porta ad uscire dal guscio. Ovvio che poi nel relazionarsi con le persone da un punto di vista erotico-sentimentale ci si può imbattere in delusioni e contrattempi, ma il fatto di avere uno spazio di condivisione aiuta molto. A volte questo tipo di setting può agevolare l’accettazione di avere relazioni e flirt con persone che condividono la condizione di disabilità a volte del tutto rifiutata, soprattutto dai giovani. Con ciò non voglio dire che una persona disabile dovrebbe farsi piacere per forza un’altra persona disabile, ma neanche escluderla a priori. Tante relazioni e storie d’amore che danno molte soddisfazioni, si allacciano tra persone entrambe disabili.

In molti paesi europei è ormai presente, da circa dieci anni, la figura professionale “dell’assistente sessuale”, in Italia invece no. Qual è il suo parere in merito a questa figura? Saranno strutturati servizi di assistenza/educazione sessuale secondo lei? Devo dire che visto il momento economico degli enti locali e delle istituzioni statali mi sembra molto improbabile che venga istituito e finanziato un servizio di assistenza sessuale laddove non si riesce a garantire l’assistenza di base. Oltre a queste difficoltà pratiche di origine economica, credo che si dovrebbe delineare meglio la funzione dell’assistenza sessuale. Dovrebbe servire ad aiutare una persona con difficoltà motoria a fare sesso con un’altra persona o a praticare l’autoerotismo? Dovrebbe soddisfare direttamente i desideri sessuali della persona disabile? Dovrebbe insegnare come si fa l’amore a persone che hanno handicap intellettivi? Da quanto ho appreso nei colloqui con familiari di persone con handicap mentale, mi sembra che la fantasia sia proprio quella che
venga istituita una figura professionale che surroghi la funzione di un partner: una sorta di prostituzione istituzionalizzata prodromica magari all’abolizione della legge Merlin. Questa assistenza-sessualeipotesi a mio avviso, è una risposta ad una concettualizzazione meccanicistica della sessualità secondo la quale l’eccitazione sessuale ha un’origine biologica e il suo esito naturale sarebbe lo sfogo fisico in sé e per sé. Eppure se si presta attenzione alla realtà e ci si confronta con i racconti delle esperienze sessuali dei ragazzi con disabilità si rileva che le esperienze sessuali fatte con persone estranee sono poco soddisfacenti, a volte traumatiche e comunque non soddisfano il desiderio più complesso di avere una relazione e sperimentare l’innamoramento. In sintesi la mia opinione è che questa opzione non può essere applicata a tutti i disabili eventualmente utilizzata nei casi limite di ragazzi con grave ritardo mentale e forti problematiche relative al controllo degli impulsi sessuali. E comunque la funzione non dovrebbe essere quella di fare sesso con queste persone, ma aiutarle a conoscere il loro corpo e a tramutare in comportamenti funzionali i propri impulsi sessuali ad esempio insegnando la pratica dell’autoerotismo e le limitazioni del vivere sociale. Legittimare il ricorso ad un’assistente sessuale per tutti i disabili rischia di diffondere un pesante stigma sociale secondo il quale i disabili non possono sedurre e/o far innamorare nessuno e per garantire loro l’espressione della propria sessualità occorre istituire una figura professionale che per lavoro e non per sentimento fa sesso con questi.

Come potremmo intervenire nel contesto sociale per migliorare il rapporto con la sessualità nel disabile? L’intervento deve essere a più livelli: psicologico, sociale, economico, culturale, ecc. Per quanto attiene al lavoro specifico della psicologia è necessario innanzitutto aiutare da una parte i ragazzi disabili a consapevolizzare o rinforzare la propria legittimazione ad essere al mondo. Avere il diritto ad essere al mondo significa anche sentire di poter dare molto alle altre persone: l’amore e il piacere sessuale sono forse le forme più alte di contributo che si può dare agli altri. Per fare ciò è necessario ripercorre i primi anni di vita e il trauma che la coppia genitoriale ha vissuto nel momento della diagnosi della patologia del nascituro. Questi aspetti hanno inevitabilmente delle ricadute nella cura del bambino e sul suo stile di attaccamento che come è noto influenza in età adulta le relazioni intime.

Per concludere, la sessualità è caratterizzata da molteplici sfaccettature, cosa pensa lei del diritto alla sessualità nella dimensione disabile? Che un diritto inalienabile di ogni persona e che trovo anche indicativo che esso debba essere ribadito per quanto riguarda le persone disabili. Allo stesso tempo la sessualità è in stretto contatto con l’amore e questo non può essere indotto attraverso alcuna tecnica né decretato per legge. I tecnici e i politici possono darsi da fare per creare le condizioni necessarie affinché le persone disabili possano vivere la propria sessualità, ma nessuno ha il potere di far innamorare qualcuno come cupido. Discorso diverso è la legittimazione a vivere la sessualità e ad esprimerla, questa è una battaglia che ogni persona disabile, ogni familiare e ogni operatore dovrebbe sposare, perché negare il diritto ad esprimere la propria sessualità è, a mio avviso, equiparabile alla negazione della natura umana. Non esiste essere umano che non provi sentimenti e desideri sessuali.


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Sono Manuela Lobefaro, nata a Bari il 29/05/1986. Nel 2013 ho conseguito la Laurea Specialistica in Scienze della Formazione indirizzo “Educatore e Coordinatore dei Servizi Educativi e dei Servizi Sociali” con voto 110/110 tesi: “IL DIRITTO ALLA SESSUALITA’. PROSPETTIVE E PROPOSTE EDUCATIVE NELLA DIMENSIONE DISABILE” argomento spesso rimosso e affrontato con disagio, in una società che carica di stereotipi, considera i protagonisti come asessuati ed eterni bambini, sottovalutando ed annullando la sfera sentimentale ed affettiva, tanto presente quanto  importante per lo sviluppo e il benessere del singolo. Sono cresciuta con due fratelli, di cui uno affetto da Sindrome di Down, si chiama Dario e probabilmente grazie a lui è nato in me l’amore e il rispetto verso ogni disabilità. Nel corso degli anni tirocini, volontariato presso associazioni ed esperienze scolastiche di assistenza scolastica specialistica  come educatore  mi hanno continuato a far crescere. La tesi della Laurea triennale in Scienze dell’educazione e della formazione “Educatore nei Servizi socio culturali e interculturali” tratta un argomento altrettanto delicato relativo agli abusi e alle violenze verso i soggetti diversamente abili.

Clicca qui per scaricare il curriculum della dr.ssa Lobefaro


Sostegno psicologico nel Paese delle stragi annunciate ed impunite.

27 agosto 2016 lutto nazionale. 31 agosto 2016 lutto nazionale. Mentre si continua a scavare alla ricerca dei dispersi e nella speranza di trovare superstiti, il bilancio ufficiale di una tragedia le cui premesse erano sotto gli occhi di tutti è di 293 vittime, tra cui molti bambini. Centinaia i feriti e le famiglie distrutte.

Un tributo di sangue pagato alla burocrazia, alla corruzione e all’avidità crudele di chi ha voluto lucrare su appalti già gonfiati, non effettuando gli adeguamenti per il rischio sismico previsti per legge come nel caso della scuola di Amatrice: solo per la clemenza della natura, che ha scosso la terra in una notte d’estate, non si è ripetuto quanto accaduto alla Casa dello Studente di L’Aquila e della scuola di San Giuliano di Puglia.

Ed ora spetta ai soccorritori lo straziante compito di raccogliere i frantumi di una comunità devastata nella sua Storia, nelle sue relazioni e nella sua psicologia. Vigili del fuoco, volontari della Protezione Civile, medici e… anche psicologi. Nell’intervista del 25 agosto il Direttore dell’Ospedale Camillo De Lellis di Rieti rende noto che un’equipe di psicologi era di stanza presso l’ospedale per supportare psicologicamente i superstiti nell’elaborazione del trauma e nella comunicazione del decesso dei familiari.

L’intervento psicologico si esplica nell’immediato della tragedia così come nei mesi successivi. Esso consiste in prima istanza nel supportare psicologicamente le persone sotto shock alleviandone la sofferenza e aiutando i soccorritori nell’intervistare i superstiti per ottenere informazioni utili alla ricerca dei dispersi. Successivamente si deve procedere alla valutazione e al trattamento di eventuali disturbi psicologici che possono insorgere in chi è stato coinvolto direttamente o indirettamente dalla catastrofe.

In caso di catastrofi come queste è molto alta la probabilità di sviluppare un Disturbo Post-Traumatico da Stress, che si può presentare anche nelle sue forme complesse e poli-traumatiche. Le persone superstiti del terremoto si trovano a fronteggiare uno o più dei seguenti eventi:

  • l’improvviso deflagrare del terremoto nel cuore della notte, la fuga improvvisa, il crollo o il danneggiamento della casa;
  • la paura di perdere la vita;
  • il dolore per le lesioni riportate e le eventuali menomazioni temporanee o permanenti;
  • la paura di perdere o la perdita effettiva di persone care;
  • la distruzione dei propri averi nel loro valore materiale, funzionale ed affettivo;
  • l’interruzione dell’attività lavorativa a tempo indeterminato, ritrovandosi improvvisamente senza reddito, dipendendo dalla solidarietà e dagli aiuti statali;
  • la devastazione dei luoghi dove si è cresciuti, lo smarrimento delle abitudini quotidiane e delle tradizioni che identificano la comunità.

La gravità e la forma del disagio psicosociale che ognuno sperimenterà può variare per effetto di diversi fattori. Alcuni risiedono nei comuni colpiti e si trovano devastata l’unica abitazione, mentre altri, risiedendo altrove, hanno un luogo sicuro a cui tornare con un effetto prognostico positivo. Altri sono rimasti sotto le macerie, altri ancora sono riusciti a scappare. Alcuni hanno perso familiari, altri sono rimasti gravemente feriti.

Tuttavia anche chi è riuscito a sfuggire illeso insieme alla propria famiglia non è immune dallo sviluppare un disagio psicologico. I segni a cui è importante prestare attenzione per riconoscerne l’insorgenza sono:

  • ricordi, immagini e sogni inerenti l’accaduto ricorrenti ed intrusivi;
  • avere la sensazione che l’evento si stia verificando nuovamente; per chi ha potuto fare ritorno in luoghi lontani dell’epicentro questa sensazione è sicuramente un segno che ci sia in atto una problematica di tipo psicologico; per chi invece si trova ancora sui luoghi dell’epicentro questa sensazione deve essere valutata considerando che effettivamente il fenomeno si ripete a causa delle aftershock (scosse di replica);
  • disagio psicologico e fisiologico all’esposizione di eventi associati all’evento: la copertura mediatica dell’evento terremoto con la riproposizione di immagini e interviste può indurre una sofferenza amplificata e reiterata;
  • affettività ridotta, sentimenti di diminuzione delle prospettive future, riduzione di interesse per attività significative, distacco dagli altri;
  • disturbi del sonno, irritabilità, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza;
  • stanchezza, preoccupazioni per la salute anche laddove sia stata esclusa la presenza di danni o malattie;
  • crisi, tremori, pianto, oppressione e sintomi gastro intestinali.
  • dissociazione ovvero totale mancanza di ricordo di quanto accaduto al momento del trauma;
  • Rabbia e senso di colpa nei superstiti: questo aspetto è estremamente delicato in quanto, come ampiamente documentato dalle inchieste, le conseguenze del terremoto sono state amplificate da costruzioni e ristrutturazioni non a norma dal punto di vista sismico; ciò può comportare una dinamica della rabbia che investe le istituzioni responsabili o essere retroflessa sugli stessi proprietari delle case: l’intervento psicologico si attesta su un’elaborazione delle responsabilità che non sconfini nella colpa depressiva o nella sterile rivendicazione.

Nei bambini può comparire sotto forma di comportamenti disorganizzati o di agitazione psicomotoria. 

Ripristinare l’integrazione psicologica delle persone investite dalla catastrofe, sarà l’obiettivo imprescindibile per la ricostruzione di una comunità che rischia di disgregarsi così come quella di L’Aquila.

Un percorso riabilitativo che va ben oltre la psicoterapia in quanto deve essere salvaguardata l’identità di una comunità colpita nelle sue infrastrutture, nella credibilità delle istituzioni e nelle sue tradizioni più antiche. Un senso di comunità che necessariamente dovrà integrare nella propria Storia anche l’evento Terremoto, tragedia che necessita di una profonda elaborazione per rinsaldare il tessuto sociale all’insegna della solidarietà e del sostegno reciproco.

 

 

SuperAbile Inail: “Prima o poi l’amore arriva”

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Ho il piacere di condividere una mia intervista sul tema “Amore, innamoramento e matrimonio” delle persone con disabilità pubblicata nel Magazine SuperAbile INAIL. L’intervista è parte, insieme ad altri contributi, dell’inchiesta “Prima o poi l’amore arriva” (Pag. 8).

Per visualizzare la copia elettronica del Magazine Cliccare qui

Non ti puoi permettere il burn-out? Richiedi una consulenza!

PER RICHIEDERE UNA CONSULENZA DI PREVENZIONE CONTATTIAMI

Il burn-out è quella particolare condizione psicofisiologica determinata da un intenso e ripetuto stress correlato al lavoro. Esso è più frequente nelle professioni socio-sanitarie, ma è ormai stato riscontrato in varie categorie lavorative, più o meno usuranti, o anche in ambito studentesco e universitario.

Si manifesta con un peggioramento della qualità della vita sul posto di lavoro e un decremento delle prestazioni. Più nello specifico i suoi segni/sintomi sono:

  • La sensazione di non disporre di risorse psicofisiche sufficienti;
  • Il malessere fisico e psicologico;
  • La depressione;
  • L’irritabilità,
  • La sensazione di svuotamento emotivo;
  • L’intolleranza verso le richieste dei colleghi e/o dei superiori
  • Un atteggiamento di cinismo verso pazienti/utenti/clienti
  • Anche un certo livello di sospettosità.

Fin qui i riflessi psicologico-relazionali del burn-out. Esso, però, si compone anche di veri e propri disturbi fisici quali stanchezza, insonnia, emicrania, tensione muscolare ed intenso malessere, disturbi gastro-intestinali, aumento del consumo di cibo, di tabacco, medicinali e/o sostanze psicoattive (compreso l’alcol), nonché l’aumento di comportamenti rischiosi.

Da quanto fin qui esposto è evidente che il burn-out oltre a indurre malessere è correlato a costi in termini puramente economici:

  • La depressione, l’irritabilità, le difficoltà relazionali fra colleghi e l’atteggiamento scocciato e cinico determinano un decremento della produttività e reazioni a catena che generano malessere all’interno dell’organizzazione.
  • I sintomi fisici possono indurre ulteriore ansia, nonché ricorso a visite mediche, analisi e esami diagnostici (con aggravio della spesa sanitaria), assenteismo per malattia in caso di lavoratore dipendente, rischio di perdere il lavoro o comunque di ridurre il giro d’affari con conseguente riduzione del reddito.

E’ facile immaginare che in questo periodo di crisi, ancor più che nel passato, non ci si possono permettere queste complicazioni, anzi è necessario essere al meglio con se stessi e con gli altri per produrre di più e individuare nuove strategie creative per l’offerta di servizi o la vendita di beni.

La consulenza psicologica previene il burn-out e migliora il benessere sul posto di lavoro, intervenendo  con  un percorso di evoluzione personale che potenzi:

  • La predisposizione ad essere autentici, sinceri e trasparenti senza temere il giudizio altrui;
  • La capacità di accogliere le critiche, distinguendo fra quelle costruttive e quelle distruttive e manipolatorie e differenziando la risposta.
  • L’assertività per fare critiche costruttive.
  • La valorizzazione delle differenze e delle qualità altrui allo scopo di creare una rete organizzativa in cui le persone si completino piuttosto che competere (il tutto è più della somma delle parti).
  • La fiducia nel prossimo come risorsa e non come ostacolo.
  • La capacità di affrontare i problemi valutando difficoltà, risorse e possibili soluzioni piuttosto che lasciarsi prendere dall’ansia evitando e rimuovendo le problematiche.
  • L’efficienza dell’investimento di energie psicofisiche nel lavoro, attraverso una gestione pianificata dell’organizzazione e del tempo.
  • La capacità di valutare realisticamente le proprie possibilità (autoefficacia percepita). L’autoefficacia percepita sottostimata induce un vissuto di ansia ogniqualvolta ci viene richiesto di svolgere un nuovo compito, allo stesso tempo, una sovrastima delle capacità induce a prendersi un carico di mansioni più grande di quello che effettivamente si riesce a gestire.
  • L’equilibrio tra l’importanza rivestita dal lavoro e quella riservata al tempo libero, agli hobby, interessi e passioni, così come alle relazioni amicali e sentimentali.

Fin qui una serie di spunti sull’argomento, ognuno dei quali apre un universo di approfondimenti per crescere e stare meglio. Se leggendo questo testo hai riconosciuto dei vissuti o delle situazioni familiari CONTATTAMI per richiedere un colloquio di orientamento per valutare il rischio burn-out e  migliorare le relazioni sul posto di lavoro.

Maximiliano Ulivieri si scusi con gli psicologi

Screenshot-2015-12-31_10.15Devo dire che trovo che scrivere che gli psicologi hanno il terrore che la gente sia felice sia un’affermazione molto pesante e ingenerosa nei confronti della categoria. Scrivere “non tutti per fortuna” non ne mitica l’effetto, al contrario è come se si dicesse che c’è qualche eccezione che conferma la regola. È fondamentalmente ingiusto visto che il mandato sociale degli psicologi è proprio quello di operare per la cura della psicopatologia e per consentire alle persone di migliorare la qualità della loro vita. Tutti perseguiamo questo intento con dedizione, sacrificio e professionalità, è ovvio che siamo umani e possiamo sbagliare eventualmente.

Non escludo che ci possano essere colleghi che vedono nel binomio sessualità e disabilità più una fonte di problematiche che di benessere psicologico e che ci sia molto da fare nella formazione rispetto a questo ambito. Così come riconosco che in passato io stesso ho scritto articoli di critica di alcune dichiarazioni pregiudizievoli nei confronti di persone disabili espresse da psicologi. La differenza sta nel fatto che dette affermazioni erano state rilasciate pubblicamente e in merito a questioni di pubblico dominio e quindi osservabili e valutabili direttamente, nonché sulle quali la psicologa in questione, interpellata direttamente, ebbe la possibilità di precisare ed argomentare. Inoltre, sottolineavo che le affermazioni erano state rilasciate con una modalità non conforme a quanto prescritto dal Codice Deontologico degli Psicologi Italiani: criticavo quindi l’operato del singolo non l’intrinseca natura di un’intera categoria che anzi valorizzavo.

In questo caso, invece, si usa una frase estrapolata dal contesto per denigrare la nostra professione senza che l’interessato sia neanche informato che il suo operato è sotto giudizio, visto che non si sa di chi si stia parlando. Peraltro pur sapendolo, non potrebbe neanche precisare ed ampliare ciò che ha detto alla madre di questa persona disabile né giustificare il suo operato in quanto tutto il rapporto tra lo psicologo e l’utenza è coperto da segreto professionale.

Capita non di rado che quando gli psicologi effettuano una consulenza psicologica, i pazienti “trattengano” solo una parte del quadro più ampio e complesso che è stato prospettato loro e questa riferiscono al loro contesto sociale. Altre volte si ricerca nello psicologo una conferma, una giustificazione ad atteggiamenti e comportamenti ed effettivamente può capitare che il professionista cada nella trappola della collusione, soprattutto se il colloquio ha una forte pregnanza emotiva. Non per questo si può attaccare un’intera categoria professionale soprattutto perché nessuno sa se la frase: “non svegliare can che dorme” è stata effettivamente espressa dallo psicologo o è una parafrasi della signora, se è stata emessa laconicamente così come ci viene riportata o se è una metafora utilizzata per semplificare la comunicazione ed è solo una parte di un discorso più ampio ed articolato. Soprattutto non sappiamo nulla delle caratteristiche della persona con disabilità a cui si riferisce o delle difficoltà psico-sociali ed economiche della famiglia e quindi non possiamo sapere se la succitata frase è figlia di un pregiudizio o di una valutazione ponderata.

Infine vorrei fare una precisazione in merito al rapporto tra sessualità, assistenza sessuale e felicità. Sicuramente la soddisfazione sessuale è una componente fondamentale del nostro benessere psicologico, ma va detto che l’assistenza sessuale non corrisponde tout court alla soddisfazione sessuale, bensì è solo uno dei tanti modi con cui si è pensato di affrontare la questione sessuale in merito alle persone disabili.

Non aggiungo di più perché ho in passato ampiamente argomentato sulla questione dell’assistenza sessuale e chi vuole può andare a leggere i miei articolihttps://bizzarrilelio.wordpress.com/2015/08/19/assistenti-sessuali-arretramenti-culturali-e-stigma-sociale/

Concludo solo dicendo che pur essendo psicologo e critico rispetto all’assistenza sessuale sono sicuro di non avere alcun problema con la felicità delle persone e chiedo a Maximiliano Ulivieri di scusarsi pubblicamente con la categoria degli psicologi e di astenersi per il futuro dal fare esternazioni di questo tipo. Auspico infine che i colleghi con i quali collabora non le avallino nel rispetto del principio della colleganza.

Il cambiamento è una questione di fiducia

Un’accurata analisi della domanda 

A volte i pazienti non vengono in seduta per cambiare, ma solo per confidarsi con qualcuno su argomenti che non vogliono o non possono affrontare all’esterno, per solitudine o per avere qualcuno con cui sfogarsi. Questo aspetto oltre a dover essere chiaro allo psicoterapeuta è importante che venga esplicitato e il paziente se ne renda conto e se ne prenda la responsabilità.

Capire su cosa si vuole attuare il cambiamento e fissare obiettivi concreti e definibili.

Chi intraprende un percorso, il più delle volte, intende eliminare dei sintomi (ansia, depressione, insonnia, disturbi dell’alimentazione, ecc.) ritenendo che la semplice evacuazione di vissuti possa essere una catarsi sufficiente alla rimozione delle problematiche. In realtà il cambiamento richiede un po’ più di impegno.

Alcuni dei compiti che devono svolgere insieme terapeuta e paziente sono i seguenti:

  • rievocare questioni dolorose: non è sufficiente parlare dei sintomi o di questioni che hanno un ruolo marginale nell’economia esistenziale del paziente. È necessario trattare le questioni che hanno un ruolo centrale.
  • prendere contatto con le emozioni: non è sufficiente parlare dei vissuti e fare una rassegna delle problematiche. A volte i pazienti parlano velocemente di aspetti anche molto dolorosi con distacco emotivo. Anche queste sono forme di resistenza in quanto con queste modalità di espressione si blocca l’accesso delle emozioni alla coscienza, ma il vero potere del cambiamento sta nella forza delle emozioni: la chimica del cervello, le tracce mnestiche e le memorie procedurali che fanno da sostrato biologico ai copioni comportamentali, si modificano solo quando la parte più antica del cervello, quella implicata nelle emozioni, viene attivata. Il pensiero, l’attività della neocorteccia, è solo ciò che orienta e fa capire quali sono i nodi da sciogliere.
  • cambiare gli stili di vita: molto spesso i sintomi di ansia o i disturbi dell’umore sono causati da stili di vita molto stressanti, dal frequentare persone negative fonte di forte stress emotivo. In altri casi l’assunzione di sostanze o cattive abitudini alimentari possono aggravare i sintomi psicologici. Tutto ciò implica un cambiamento degli stili di vita per ripristinare il benessere psicologico. Ciò deve essere assunto responsabilmente dal cliente affinché possa collaborare ad un percorso che conduca verso la modifica di stili di vita disfunzionali.

La resistenza sta al cambiamento come l’aria sta agli uccelli: rallenta il loro volo e al tempo stesso lo rende possibile

 

Sembra un paradosso, ma non lo è: se i nostri cieli fossero privi di atmosfera il volo sarebbe impossibile. Così se i pazienti non ponessero alcuna resistenza al cambiamento sarebbero pura argilla nelle mani del terapeuta da plasmare a proprio piacimento, con grande gratificazione narcisistica di quest’ultimo. Questi cambiamenti tanto sono rapidi tanto sono instabili. La resistenza non è altro che la manifestazione fenomenologica della tendenza degli organismi a mantenere la stabilità. Così un certo livello di resistenza al cambiamento è segno di un senso del Sé coeso e stabile: il paziente conosce se stesso, sa cosa è familiare e tende a mantenerlo. L’assenza della resistenza o anche la sua inconsistenza sarebbe solo il segnale di una personalità poco definita che subisce le suggestioni delle altre persone, ma non cambia in funzione di un processo di consapevolizzazione e di scelta di applicare nuove modalità relazionali. Allo stesso modo l’eccesso di resistenza consente al terapeuta di individuare gli aspetti più problematici ed aiutare il paziente ad indirizzarlo verso di essi.

La resistenza è sempre intersoggettiva

Ogni psicologo e psicoterapeuta deve tener conto anche del proprio controtransfert e di conseguenza delle proprie resistenze ad affrontare tematiche molto dolorose per il paziente o che hanno attinenza al presente e alla storia del terapeuta. Esse si possono manifestare con la collusione da parte di quest’ultimo verso il paziente nel non affrontare completamente certe tematiche oppure anche nel sorvolare su di esse. Altre volte la resistenza può essere agita con comportamenti che interrompono l’espressione emotiva.

La resistenza si nutre di pregiudizi e pensieri irrazionali

“Ce la devo fare da solo”, “Ho paura di diventare dipendente”, “Quanto tempo ancora dovrò venire in terapia?”, “Non ho soldi da buttare”. Tutte frasi che esemplificano i pensieri irrazionali e ingiustificati spesso correlati all’idea di affrontare un percorso di psicoterapia. Evidenziarli e confutarli è parte integrante del lavoro terapeutico.

Bibliografia di approfondimento:
Cambiamento e Resistenza in Terapia –  L’aderenza veloce al trattamento Autori: Edoardo Giusti – Florinda Barbuto Casa Editrice: Sovera Data di pubblicazione: 2014. Clicca qui.

“Padri e figlie”. Trauma, lutto e psicopatologia raccontati con troppe incertezze.

“Padri e figlie”, il nuovo film di Gabriele Muccino in sala in questi giorni, è un tentativo lodevole, benché approssimativo dal punto di vista teorico, di raccontare le ragioni dell’esordio di una psicopatologia in una ragazza, Kate, che durante l’infanzia ha subito lutti e separazioni traumatiche dai propri genitori.

Troppe le inesattezze e le lacune in un racconto che ambiva a narrare il percorso di una diade padre figlia che, nonostante l’amore di entrambi e gli sforzi del primo, ha condotto la seconda a sviluppare un disturbo psicologico non adeguatamente descritto. Il senso di vuoto a cui Kate fa riferimento nell’unica seduta di psicoterapia rappresentata nel film, la difficoltà a comprendere le proprie emozioni (alessitimia) e l’incoercibilità di alcuni comportamenti di fuga dalle relazioni stabili e nella promiscuità sessuale come meccanismo di regolazione delle emozioni disforiche di fronte alla paura dell’abbandono, lascerebbero ipotizzare un Disturbo di Personalità Borderline il quale, però, non viene adeguatamente tratteggiato: la ragazza non presenta tutta un’altra serie di comportamenti tipici di questa sindrome, anzi viene descritta come capace di svolgere la professione psicoterapeutica.

Probabilmente la parte relativa al trattamento che Kate intraprende, in qualità di terapeuta, con una bambina affetta da Mutismo Selettivo, è l’aspetto più interessante e rappresentato con dovizia di particolari. La guarigione della bambina viene ottenuta attraverso una relazione terapeutica riparatrice la quale è basata su un contro-transfert pro-attivo di Kate che rivede se stessa bambina nella sua piccola paziente sulla base delle analogie tra le storie di vita. Si verifica una sorta di inversione di ruolo tra terapeuta e paziente: la prima ha bisogno che la seconda stia meglio per risolvere questioni sospese della sua storia tanto da ricercare un contatto fisico inizialmente non corrisposto. Il fatto che una relazione coinvolgente tra terapeuta e paziente e l’auto-svelamento possano determinare un successo terapeutico è piuttosto ricorrente nella pratica, il problema sorge nel momento in cui il contro-transfert non viene esplicitato (ad esempio con colloqui con la psicologa che svolge il ruolo di supervisore nei quali trattare gli aspetti personali inerenti il caso) e quindi reso un elemento intenzionalmente utilizzato a beneficio della paziente. Al contrario, nel film viene rappresentata una terapeuta che si lascia trasportare dall’impeto dei suoi bisogni emotivi ricercando inconsapevolmente la propria guarigione e determinando, incidentalmente, quella della paziente. Emblematica la scena nella quale la terapeuta vive con la bambina un momento simbolo della crescita, del quale entrambe erano state private a causa della prematura scomparsa delle rispettive madri, vivendo, in un meccanismo di pro-flessione (fare agli altri, ciò che si vorrebbe gli altri facessero a sé), un’esperienza a parti invertite (lei nel ruolo della madre) che la aiuterà a chiudere con il doloroso rimpianto di non averla mai potuta vivere realmente con sua madre.

Si corre il rischio  che lo spettatore arrivi alla conclusione che ciò che funziona da un punto di vista terapeutico, non è il sapere, saper fare e saper essere di una terapeuta che ha studiato teorie, acquisito tecniche e sviluppato capacità umane e relazionali attraverso la terapia su di sé e la supervisione, ma l’incontro casuale di due persone che hanno sofferto gli stessi traumi. Rischio amplificato dal fatto che in tutto il film viene messo in scena un unico colloquio inconcludente di Kate con la sua terapeuta.

Inoltre, onde evitare di ingenerare confusione nello spettatore circa i titoli professionali attribuiti alla protagonista, sarebbe stato auspicabile, nel doppiaggio italiano, utilizzare esclusivamente i termini “terapeuta”, “psicologa” o “psicoterapeuta”, considerando che nell’ordinamento italiano non è consentito, differentemente da quanto accade negli Stati Uniti, agli Assistenti Sociali svolgere attività terapeutica.

Infine, altra grande incongruenza è quella relativa al disturbo del padre di Kate. Nelle scene del film egli viene colto da convulsioni che lasciano pensare ad disturbo epilettico successivo a trauma cranico, mentre la diagnosi effettuata dallo psichiatra è di Psicosi Maniaco-Depressiva. Una diagnosi che non sta in piedi per varie ragioni:

  1. le convulsioni non sono un sintomo della psicosi maniaco-depressivo;
  2. non vengono evidenziate scene nelle quali il padre di Kate abbia allucinazioni e deliri di onnipotenza tipici della psicosi maniaco-depressiva;
  3. la psicosi maniaco-depressiva ha carattere endogeno (cioè dovuta ad uno squilibrio biochimico nel cervello), mentre l’umore depresso era verosimilmente reattivo alla perdita improvvisa della moglie.

In conclusione, lungi con questo articolo voler sancire il valore assoluto del film, voglio sottolineare l’importanza di curare aspetti teorico-tecnici fondamentali, nel momento in cui ci si appresta ad entrare nel merito della psicopatologia e dell’attività terapeutica. Ad ogni modo ogni volta che il Cinema si interessa della Psicologia è un fatto positivo che ci consente di parlare di un’attività sempre molto difficile da rappresentare.