Negli stereotipi di genere l’origine della violenza?

46766012_1907153352914173_4937881861071306752_nDiversi studi condotti nelle ultime due decadi rilevano come a parte rare eccezioni, l’abuso sessuale sia perpetrato esclusivamente da persone di genere maschile (Berliner e Elliot, 1996; Klimartin, 1994). Inoltre, un rapporto del FBI del 1992, spiega come gli atti di violenza siano lo strumento privilegiato della dominazione maschile sul genere femminile.

Alcuni, a partire da questa incidenza nettamente superiore di atti di abuso da parte degli uomini, hanno ipotizzato un’influenza diretta delle caratteristiche biologiche di quest’ultimi, teorizzando un rapporto di causa ed effetto tra caratteristiche biologiche e comportamento violento (Barash, 1979).

Altri invece, nel più recente passato, hanno sottolineato il ruolo dell’ambiente e della socializzazione, nel determinare il comportamento violento delle persone, pur riconoscendo l’influenza del genoma  (Fausto-Sterling, 1985).

D’altra parte, l’affinarsi delle metodologie di ricerca in neurofisiologia e in neuroanatomia hanno evidenziato l’influenza dell’ambiente sui processi neurofisiologici e sulla stessa struttura neuroanatomica (McEwan e Mendelson, 1993). Tutto ciò rimanda ad un superamento dell’atavica scissione tra mente e corpo, tra genoma e ambiente.

Ogni forma di abuso sessuale ha una sua tipica spiegazione, così come ogni singolo molestatore ha una sua personale motivazione. D’altra parte la netta prevalenza di maschi molestatori rispetto alle poche donne ree di commettere abusi su minori, non può essere ignorata: è necessario rintracciare un denominatore comune, una caratteristica diffusa più fra gli uomini che fra le donne che sia correlata con gli atti di abuso e prevaricazione in generale (Lisak, 1994).

Questo denominatore comune potrebbe essere, a giudicare dagli esiti di diverse ricerche, una particolare configurazione dell’identità di genere che alcuni uomini si costruirebbero sotto l’influenza dell’educazione familiare, in età infantile, e all’interno del processo di socializzazione, in età pre-adolescente e adolescente. Tale configurazione consisterebbe in:

  • Una concezione stereotipata dei ruoli sessuali;
  • Un particolare atteggiamento verso le donne;
  • Ostilità verso le donne;
  • Credenze ipermascoline.

Queste caratteristiche fornirebbero una vera e propria sottostruttura motivazionale, per la violenza e l’abuso non solo verso le donne, ma anche verso i bambini (Lisak, 1994). La più rigorosa dimostrazione di questa ipotesi è stata proposta da Malamuth e collaboratori (Malamuth et al. 1991). Essi hanno dimostrato una netta correlazione fra la succitata sottostruttura motivazionale, sia con la partecipazione a gruppi delinquenziali, fortemente caratterizzati da una cultura ipermascolina (Malamuth et al., 1991), sia con l’uso della coercizione in ambito sessuale e non.

C’è dell’altro. Non è solo la concezione dei rapporti tra i sessi o la concezione della donna a determinare il comportamento abusante. David Lisak (Lisak, 1994) ritiene che elemento cruciale sia il percorso attraverso il quale, il bambino prima e il ragazzo successivamente socializza le emozioni.

Ci sono molte forme per incarnare la mascolinità, almeno una per ogni sotto cultura esistente all’interno di uno specifico ambito culturale (Brod, 1994; Gilmore, 1990). Il sesso biologico ci dice poco e niente riguardo al particolare modo che avrà il soggetto di vivere il suo genere, che sarà influenzato dalle scelte personali, dalle vicissitudini psicodinamiche, dalle influenze culturali ed economiche della cornice storico-geografica nella quale nasce (Kimmel, 1996).

Eppure è possibile riscontrare alcune caratteristiche comuni della mascolinità. Una di queste è la precarietà. Non solo la mascolinità è un’entità culturale che va costruita, ma è difficile affermarla e sostenerla. Non è un caso che come molti autori abbiano evidenziato che nelle diverse culture ci sono riti di passaggio dal ruolo di bambino a quello di essere mascolino (Gilmore, 1990; Webster, 1908). Ciò dimostrerebbe l’intrinseca precarietà di una caratteristica tutta culturale e tutt’altro che biologica. Nella cultura occidentale uno dei riti di passaggio è l’adempimento degli obblighi di leva (in Italia lo era fino a qualche tempo fa) in cui le matricole vengono spesso sottoposte a training di resistenza alla fatica e alla paura, nei quali la manifestazione di ansia e debolezza vengono sistematicamente stigmatizzata e repressa.

In uno studio condotto attraverso un’intervista non strutturata, autobiografica, ogni soggetto intervistato riportava uno o più momenti di vita in cui era stato umiliato per aver espresso emozioni ritenute dagli adulti del suo contesto familiare o dal gruppo dei pari, incompatibili con il suo essere maschio (Lisak, 1994). Quindi, sembrerebbe che la capacità di controllare le proprie emozioni sia cruciale per affermare la propria mascolinità (Levant, 1995). Diversi studi evidenziano che:

  • I maschi, rispetto alle femmine, ricevono molti meno indizi e rinforzi per imparare dalle loro emozioni, da genitori, badanti e insegnanti;
  • I maschi subiscono spesso umilianti punizioni per aver espresso le loro emozioni (Lisak, 1994).

L’esito di questa particolare educazione socio affettiva è il seguente:

  • Gli uomini esperiscono le loro emozioni meno intensamente;
  • I maschi sono meno capaci, rispetto alle donne di esprimere e identificare le emozioni;
  • I maschi sono meno empatici.

 

La mascolinizzazione e la sessualità.

Anche se la sessualità è una dimensione strettamente collegata alla nostra corporeità è ben lontana dall’essere un fatto solo biologico. Tanto meno è un fatto monolitico, al contrario assume tantissime forme. Implica sia aspetti intrapersonali che interpersonali; si manifesta con atti fisici e allo stesso tempo evoca emozioni intense;può essere la più edificante delle esperienze di relazione interpersonale oppure un evento penoso e doloroso.

Anche se la sessualità è necessaria alla sopravvivenza della specie, essa è intrinsecamente e culturalmente legata al genere.

Così, se precedentemente abbiamo illustrato che l’educazione socio-affettiva e socioemotiva dei maschi non consente l’espressione di intense emozioni, va da sé che negli uomini, sia compromessa anche la capacità di abbandonarsi alle emozioni intense evocate da un rapporto sessuale. In particolare, secondo Lisak, sarebbe compromessa la capacità di perdere il controllo di abbandonarsi alla normale confluenza che implica un rapporto sessuale. Secondo l’autore, le intense emozioni evocate dall’incontro sessuale, elicitano il ricordo delle esperienze coercitive e penose connesse alla manifestazione delle emozioni in età evolutiva.

Al fine di non rivivere queste penose esperienze e le emozioni correlate,  molti uomini tendono ad approcciare la sessualità in modo disconnesso dalle emozioni. Ma il rapporto sessuale è un’esperienza estremamente intima che implica la fusione dei confini psicologici e l’effettiva penetrazione dei confini fisici, corporei. Per tale motivo se il rapporto sessuale viene vissuto senza coinvolgimento emotivo da parte di uno dei due partner, può trasformarsi in un’esperienza spiacevole o addirittura dolorosa (Lisak, 1994). Quando l’incontro sessuale, non è mutuamente condiviso emotivamente, rischia di trasformarsi in una manipolazione, in una coercizione o in una vera e propria prevaricazione fisica. Un uomo, quanto più è distaccato emotivamente tanto più è probabile che si verifichi una qualche forma di abuso o sfruttamento sessuale.

C’è di più, in considerazione del fatto che le esperienze coercitive subite in concomitanza con l’espressione di emozioni incompatibili con una rigida concezione della mascolinità sono associate a rabbia per la punizione e l’umiliazione subita, le emozioni sperimentate in ambito sessuale vengono trasformate in rabbia e aggressività, che possono scaturire in abuso e violenza sessuale. Quest’ipotesi è corroborata da diverse evidenze empiriche (Moscher e Tomkins, 1988).

D’altra parte molti studi dimostrano come esiste una correlazione negativa tra empatia e aggressività: tanto più è presente la prima più è improbabile l’altra e viceversa (Miller e Eisenberg, 1988). L’empatia consiste nella capacità di assumere cognitivamente la prospettiva dell’altro e nel sentire dentro di sé emozioni inerenti le vicissitudini di chi abbiamo di fronte. Tali emozioni possono essere sia positive che negative: possiamo provare sia simpatia che “personal distress”, come lo definiscono gli autori: quindi di fronte ad una persona che sta male possiamo provare sia compassione e tenerezza, sia allarme e reazioni di difesa (Batson, Fultz, e Schoenrade, 1987). Evidenze empiriche dimostrano che un tale stato di identificazione conduce a condotte diverse e opposte, tutte comunque mirate all’eliminazione della fonte dello stato spiacevole dovuto all’osservazione della sofferenza altrui: dall’aiuto, all’evitamento, all’uso della forza per reprimere la manifestazione della sofferenza (Eisenberg, Fabes, Schaller, Carlo, Miller, 1991a).

In sintesi, l’educazione mascolinizzante biasima e stigmatizza l’espressione di emozioni. Il bambino vive ripetutamente, o anche in una sola traumatica esperienza, emozioni di umiliazione, vergogna, rabbia ogni volta che manifesta emozioni di paura, tenerezza, compassione, ecc. In età adulta ogni volta che le relazioni interpersonali evocano queste emozioni, vengono colti da una forte ansia perché si riaffaccia il ricordo delle umiliazioni subite in età infantile; per diminuire questo stato di angoscia trasformano l’ansia in rabbia che di per sé  diminuisce l’ansia e che spesso si esprime in condotte lesive della fonte delle emozioni che hanno innestato il processo (Mosher, e Tomkins, 1988). Probabilmente questo processo è responsabile di molti comportamenti antisociali messi in atto in età infantile e adulta, da soggetti abusati (Klimes, Dougan e Kistener, 11990; Main e George, 1985). Un altro studio (Gold et al., 1992) ha evidenziato che esiste una correlazione positiva tra personalità ipermascolina e la tendenza a dare risposte rabbiose quando il bambino piange perchè ha bisogno di qualcosa.

Infine, altri due studi dimostrano che:

  • Il comportamento abusante sembra essere provocato dal pianto del bambino (Zeskind e Shingler, 1991);
  • gli abusanti hanno una reazione fisiologica più forte (aumento del battito cardiaco) quando un bambino o una bambina piangono e si lamentano (Frodi e Lomb, 1980).

L’empatia sembra essere correlata positivamente con la capacità delle persone di regolare ed esprimere il proprio malessere (Lenrow, 1965) e a sua volta questa capacità è correlata positivamente con la capacità della madre di rispondere adeguatamente al malessere del bambino (Bryant, 1987).

Abuso infantile e socializzazione  dell’identità maschile.

Diverse ricerche hanno evidenziato che se da una parte è vero che la maggior parte degli uomini abusati in età infantile non compie abusi in età adulta, dall’altra è altrettanto vero che la stragrande maggioranza degli uomini che compiono abusi, e in particolare abusi sessuali, hanno subito molestie e violenze in età infantile.

Secondo Lisak (Lisak, 1994) quello che porta gli uomini a diventare abusanti è il seguente: essi vengono cresciuti nel paradosso di dover subire maltrattamenti e provare emozioni intense e negative (paura, dolore, vulnerabilità, ecc.) e, allo stesso tempo, in nome di un’educazione mascolinizzante, essere obbligati a non esprimere queste emozioni, pena altre violenze e abusi. In età adulta questi uomini si sentono alienati, marchiati e ogni rapporto interpersonale genera sofferenza (Lisak, 1994). Esistono due modi sostanzialmente di uscire da  questo paradosso:

  • Rivedere la propria rigida concezione della mascolinità e così, permettersi l’espressione di tutte quelle emozioni non consone per un uomo; questa è la strategia scelta dagli uomini che hanno subito gli abusi, ma che non sono diventati molestatori a loro volta;
  • Abbracciare in toto una concezione ipermascolina dell’essere uomini e reprimere tutte le emozioni trasformandole in rabbia, aggressività, violenza; questa è la scelta di chi diventerà a sua volta molestatore.

Chi sceglie di non perpetrare gli abusi a sua volta pagherà il prezzo di sviluppare la Sindrome da Stress Post-Traumatico (Lisak, Miller e Conklin, 1996). L’acting-out è la via di sfogo, alternativa ai sintomi, della sofferenza provocata dagli abusi.

Hunter e Kilstrom (Hunter e Kilstrom, 1979) hanno rilevato una correlazione positiva tra alessitimia e tendenza a maltrattare i figli. Un altro studio, condotto su bambini abusati e sfruttati nell’industria pornografica, ha evidenziato che quelli che avevano adottato una scelta di non affrontare i ricordi degli abusi:

  • Minimizzavano l’accaduto;
  • Tendevano ad atti antisociali;
  • Mostravano una sorta di identificazione con l’ambiente.

Altri autori hanno concluso che i ragazzi abusati  inseriti nel programma di  trattamento, non potendo sostenere la paura, inconsciamente la inducevano negli altri al fine di vederla “rappresentata” in un contenitore altro da loro senza doverla esperire direttamente.

In conclusione, permettere un’espressione, della paura e delle altre emozioni, consente di diminuire lo stato di stress e la tendenza alla conversione in rabbia, riducendo il rischio che il soggetto abusato diventi a sua volta un molestatore.

 

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Recensioni e commenti

Assistenza sessuale in pillole e altre opinioni

the sessionsCHIARIMENTI SULL’ASSISTENZA SESSUALE IN PILLOLE… AL DI LÀ DI RETORICA E MISTIFICAZIONI.

1. L’assistente sessuale è una figura professionale che agisce sul corpo di una persona con disabilità allo scopo di indurre piacere sessuale.
2. Non esistono limitazioni agli atti sessuali consentiti: penetrazione compresa.
3. L’assistenza sessuale è proposta per persone con qualsiasi tipo di disabilità.
4. Nei disegni di legge:
a. si motiva l’istituzione della figura dell’assistente sessuale postulando che per i disabili è impossibile viversi la sessualità.
b. Non sono previsti fondi pubblici per il pagamento delle prestazioni.
c. Si delega alle Regioni stabilire le modalità di accreditamento senza stabilire né monte ore né contenuti di eventuali corsi di formazione.
d. Si delega ad associazioni la redazione di un codice etico e non si stabilisce a chi spetta il controllo sul suo rispetto;
5. Allo stato attuale non esiste una legge approvata che istituisca la figura dell’assistente sessuale.
6. Formare assistenti sessuali potrebbe integrare il reato di sfruttamento della prostituzione.
7. Non esistono leggi che negano il diritto alla sessualità delle persone con disabilità. Il diritto al benessere sessuale è sancito dalla Convenzione ONU ratificata anche dallo Stato Italiano.
8. La sessualità per le persone con disabilità non è impossibile: ci sono tanti che hanno rapporti sessuali.
9. L’assistenza sessuale NON è l’unica modalità di soddisfazione sessuale per le persone con disabilità.
10. Parlare di sessualità delle persone con disabilità NON equivale a parlare solo di assistenza sessuale.
11. NON è vero che l’assistenza sessuale contrasta i pregiudizi di indesiderabilità delle persone disabili, al contrario li rinforza.
12. La maggior parte delle pubblicazioni sull’assistenza sessuale sono acritiche e senza contraddittorio.
13. Si fa un abuso di termini quali “amore” e “Lovegiver”, ma le prestazioni sono rese dietro compenso: ciò determina una grande confusione soprattutto in chi ha deficit 

Una testimonianza:

“mi chiedo se si può evitare questo scempio…. sono disabile e non mi va assolutamente che qualcuno “decida” della mia sessualità, trovo che venga lesa la dignità di tutte quelle persone che hanno fatto del proprio handicap un punto di forza e di orgoglio, quel “nonostante tutto” che ci rende persone e non fardelli da sistemare, attraverso norme e leggi, in un serraglio burocratico travestito da sensibilità e buonismo del cazzo, io non ci sto a questo tipo di manipolazione, sin da piccola ho messo in moto il mio cervello affinchè gli altri, i “normali”, mi conoscessero nella mia essenza senza pregiudizi e tabù accettando anche la possibilità che non a tutti sarei potuta piacere nella mia interezza, mi sono fatta strada con le mie sole forze salvaguardando in primo luogo la mia dignità e adesso dovrei accettare che mi si consideri una che deve pagare per fare sesso? si perchè checchè se ne dica il messaggio che passa è che un disabile, in generale, ha bisogno di pagare per avere un pò di amore….” Annamaria Giulia Vernacchia.

Articolo pubblicato in risposta a quello di Fulvio Mazza “Disabilità e sesso, un tabù da affrontare” pubblicato sull’Huffington Post

Ormai parlare di sessualità e disabilità equivale solo a parlare di ASSISTENZA SESSUALE. E la grancassa mediatica è tambureggiante, se ne parla ovunque, ma oserei dire anche a sproposito. In questo articolo della testata HUFFINGTON POST, scritto da uno studente disabile, si sostiene l’opportunità del ricorso ad assistenti sessuali in maniera massiva, categorica, sia per disabili fisici che per disabili intellettivi, i quali entrambi e senza distinzione, avrebbero impulsi sessuali, ma a causa dei loro problemi non sarebbero in grado di gestirli.

Mi sembra di essere tornato a 20 anni fa quando si diceva che i disabili hanno impulsi sessuali, MA NON LI SANNO GESTIRE, e quindi bisogna reprimerli. L’atteggiamento verso i disabili (ahimé verso noi stessi) non è cambiato, è cambiata solo la soluzione: una volta si censurava, rimuoveva, reprimeva, oggi si VORREBBE (perché poi sarà tutta da vedere con questi chiari di luna) fornire una valvola di sfogo, un ambito particolare dove sviluppare la propria identità sessuale.

Ma qualcuno si è chiesto che genere di identità sessuale svilupperà una persona avendo rapporti solo con persone che si prestano per professione? Prendete un adolescente qualsiasi, non disabile, e ditegli: “guarda, te non ci pensare proprio alla compagna di banco, non te la darà mai! Adesso ti porto io da una signorina che ti farà scoprire la tua sessualità a pagamento”. Come crescerà questo ragazzo sotto il profilo psico-sessuale e dell’autostima? Come ciò si riverbererà sul rapporto con i coetanei e sul suo livello di inclusione sociale?

n-sesso-disabili-large570Nel trattare questi argomenti bisognerebbe anche essere un po’ meno ipocriti cominciando anche con il selezionare immagini più attinenti: in un articolo sulla disabilità e la sessualità si mette l’immagine di un uomo ed una donna perfetti fisicamente, quando si sa che i corpi delle persone disabili hanno dei difetti fisici. E qui si tradisce la concezione di chi pensa che gli atti sessuali tra persone che non rientrano nella norma dovrebbe essere nascosta, non mostrata e neanche immaginata.

L’ASSISTENZA SESSUALE è diventata una categoria mentale che ci tranquillizza, ci calma la coscienza e ci dà l’opportunità di non pensare a queste domande:

1. che succede se un uomo/donna disabile si innamora di me (non disabile)? che cosa proverei di fronte al suo corpo nudo?

2. e viceversa, che succede se io uomo/donna disabile mi innamoro di un uomo/una donna non disabile? che cosa proverà di fronte al suo corpo nudo?

3. Che succede se, come nel film “Indovina chi viene a cena?”, mio/a figlio/a porta a casa un ragazzo/a disabile?

4. che succede se mia figlia disabile rimane in cinta?

5. che succede se due persone disabili vogliono stare insieme? e se vogliono avere dei figli?

6. che succede se mio figlio/figlia disabile non trova nessuno?

7. sono davvero certo che la persona disabile che ho davanti non ha chance di far innamorare di sé qualcuno?

8. è l’amara realtà o un mio pregiudizio?

9. quante cose si possono fare sotto il profilo sociale, architettonico, culturale e psicologico per rendere sempre più persone disabili vicino alla possibilità di avere relazioni sentimentali e sessuali?

10. quanto tutti questi pregiudizi e tabù verrebbero rinforzati dall’assistenza sessuale?

Con il vostro permesso io vorrei continuare a pormi queste domande almeno fino a che la grancassa mediatica sull’ASSISTENZA SESSUALE non avrà spazzato via ogni possibilità di dibattito.

Articoli correlati:

http://www.superando.it/2017/04/07/si-puo-davvero-parlare-di-sessualita-negata/ 

http://www.superando.it/2015/05/22/assistenti-sessuali-arretramenti-culturali-e-stigma-sociale/

http://www.in-psicoterapia.com/?p=7418

 

Workshop: “Pensavo fosse amore e invece era…?”

copertina De Risio AngeliQuando? Lunedì 15 gennaio dalle 10,00 alle 13,00

In cosa consiste? Presentazione del libro “Sesso e disabilità: un’attrazione segreta” di Alfredo De Risio e Stefania Angeli (psicologi – psicoterapeuti) e dibattito a seguire.

Quali argomenti?

  • Devotismo e attrazione feticistica verso la disabilità;
  • Le diverse declinazioni del devotismo;
  • Devotismo: devianza sessuale o perversione?
  • Devotismo sofferenza e abuso;
  • Esiste il vero amore per le persone con disabilità? Come distinguere un’attrazione genuina dalla perversione.

Destinatari: il laboratorio è rivolto a tutti coloro che sono interessati all’argomento per motivi personali o professionali.

Costi:

  • 20 euro per iscrizione singola;
  • 15 euro a testa doppia iscrizione;
  • 10 euro a testa per gruppi di tre o più iscritti.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA SCRIVENDO A info@bizzarrilelio.it O 3478468667. MAX 10 PARTECIPANTI.

Ubicazione: Romanina Roma (l’indirizzo preciso verrà fornito al momento della prenotazione)

2° Laboratorio: “Sessualità e disabilità intellettiva”

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Immagine tratta dal film “Gabrielle un amore fuori dal coro” 2014

Quando? Lunedì 23 ottobre dalle 13,30 alle 16,30

In cosa consiste? Illustrazione degli aspetti teorici, video, domande e risposte, attivazioni esperienziali per elaborare le emozioni.

Quali argomenti?

  • Sessualità e disabilità intellettiva: cosa ne pensano le persone? Risultati del questionario sessualità diversamente abile.
  • Come costruire una comunicazione efficace.
  • Delusione d’amore ed equilibrio psicologico.
  • Rischio abuso: come proteggersi?
  • Educazione sessuale nelle persone con disabilità intellettiva: quali metodologie?
  • Assistenza sessuale: indicazioni e contro indicazioni

Destinatari:

  • Persone con disabilità;
  • Familiari (genitori, fratelli, sorelle, ecc.);
  • Amministratori di sostegno;
  • Assistenti di base;
  • Educatori, psicologi, assistenti sociali, terapisti occupazionali, insegnanti di sostegno e di cattedra.

Costi:

  • 20 euro per iscrizione singola;
  • 15 euro a testa doppia iscrizione;
  • 10 euro a testa per gruppi di tre o più iscritti.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA SCRIVENDO A info@bizzarrilelio.it O 3478468667. MAX 10 PARTECIPANTI. . 

Ubicazione: Romanina Roma (l’indirizzo preciso verrà fornito al momento della prenotazione)

Si rilascia attestato di partecipazione a chi ne farà richiesta al momento dell’iscrizione in regalo 2 e-book a chi porterà un supporto magnetico. 

 

 

 

Bélier: accettare la diversità è un atto d’amore che fa spiccare il volo.

Belier

Ho sempre pensato, guardando il panorama cinematografico, che fare un film sulla disabilità è estremamente difficile. Il cinema francese da qualche anno sta dimostrando di avere la giusta sensibilità per realizzare pellicole positive, ironiche e profonde. Dopo “Quasi amici – Intouchables” del 2011, la “Famiglia Bélier” si propone come un piccolo capolavoro di dissacrante ironia e raffinata conoscenza della realtà della disabilità e della vita.

Racconta la storia di un’adolescente, unica udente in una famiglia di non udenti (padre, madre e fratello), che affronta il suo percorso di autonomia sulla spinta dell’amore e della passione per il canto. Nella prospettiva rovesciata proposta dagli sceneggiatori, l’elemento di diversità non è l’handicap, ma il dono di una voce sublime: Paula, per affermare se stessa dovrà affrontare il conflitto di lealtà verso i propri familiari che non potranno mai apprezzare fino in fondo le sue doti.

Il risultato è una sintesi armoniosa, divertente ed emozionante in cui il tema centrale è arricchito da altre tematiche quali la sessualità, la genitorialità nella diversità, il ruolo di caregiver di una giovane figlia, l’approccio narcisistico alla disabilità che ripropone a parti rovesciate la logica del “Noi e voi” e della “superiorità/inferiorità”. E ancora, l’importanza dell’impegno che fa la differenza tra l’attualizzare il talento e il disperderlo in una mediocre sopravvivenza.

 

 

http://www.raiplay.it/video/2017/09/La-famiglia-Belier-87eafe50-857a-4be9-b3c3-911e2417bbff.html 

Sindrome di Williams sessualità e unicità della persona

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Gabrielle – Un amore fuori dal coro (2013)

Intervento al convegno per il 10° anniversario della fondazione dell’Associazione Italiana Sindrome di Williams (AISW)

Dall’esame della letteratura internazionale inerente lo sviluppo psicorelazionale e socio-emotivo delle persone con sindrome di Williams è possibile rilevare come diversi studiosi nel corso degli anni siano giunti a conclusioni estremamente differenti, per non dire opposte.
Gli studi storici sul profilo socio-emotivo delle persone con SW evidenziano una grande capacità empatica e una spiccata tensione verso l’altro (Dickens e Rosner, 1999), particolarmente le persone estranee (Doyle et al., 2004).
In altre parole sarebbe tipico della persona con SW mostrare attenzione verso gli stati d’animo altrui e la tendenza a sintonizzarsi con essi. Studi più recenti, invece, danno un quadro meno lusinghiero delle capacità relazionali delle persone con SW, evidenziando il fatto che le reazioni emotive sollecitate dagli altri sono eccessive e sproporzionate. Soprattutto si evidenzia come nelle persone con SW sia compromessa anche la capacità di formarsi una teoria della mente (Sullivan et al., 1999). In sostanza le persone con SW avrebbero forti difficoltà nel comprendere cosa realmente sta pensando e provando l’altro. Tali problemi si spiegherebbero con i concomitanti deficit nelle capacità di comprendere gli aspetti pragmatici (Happè, 1993) della comunicazione e di inferire gli stati d’animo dall’espressione del volto (Gagliardi et al., 2003).
Continuando questa breve rassegna di caratterizzazioni dello sviluppo cognitivo e socioemotivo delle persone con SW ci accorgiamo che ulteriori incongruenze esistono in letteratura. Si afferma, infatti, che le difficoltà relazionali sono dovute anche al fatto che i soggetti affetti da SW tenderebbero a concentrarsi troppo sui particolari, perdendo di vista il contesto, per effetto di una tipica modalità attenzionale iperfocalizzata, che renderebbe loro difficile distogliere
l’attenzione da ciò che stanno osservando per orientarsi verso uno stimolo percettivo subentrante (Mervis et al., 2003).
Allo stesso tempo, però, si è affermato che sarebbe altrettanto tipica della SW
l’associazione con il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (Dilts et al., 1990). Come si sa questo disturbo è caratterizzato da una patologica incapacità di focalizzare l’attenzione su un’attività sia essa ludica o di studio.
Risulta evidente l’incongruenza fra questi due tipi di caratterizzazione, nonché molto articolata e macchinosa una spiegazione fondata solo sulle caratteristiche neuropsicologiche dettate dal genotipo. A questo proposito Gosh e Pankau (1994) affermano di non aver rilevato un comportamento iperattivo nel loro campione di soggetti affetti da SW. Sarimski (1997) dal canto suo, conclude che l’iperattività è un disturbo correlato alla SW, ma non sindromespecifico.
Infine, anche a livello psicoaffettivo le descrizioni dei soggetti con SW sono estremamente contrastanti: a fronte di una tradizione descrittiva che vuole la persona con SW gioviale (Tomc et al., 1990), estremamente aperta e curiosa nelle relazione, facile da “gestire” e piuttosto serena, recenti descrizioni ci riferiscono di casi affetti da Disturbo d’Ansia Generalizzata oppure da umore depresso e irritabile (Dyckens, 2003). Altri studi, addirittura, evidenziano come l’incidenza dei disturbi psicotici sia più alta rispetto alla popolazione dei “normodotati” ed equiparabile a quella riscontrabiel in campioni di soggetti affetti da altro genere di Disturbi dello Sviluppo quali ad esempio il disturbo autistico.
Intento di questo mio breve excursus non è quello di supportare una caratterizzazione piuttosto che un’altra, ma quello di sottolineare come, salvo alcune eccezioni, gli studiosi tendano a far risalire tutte le caratteristiche di una persona affetta da SW al piccolo segmento di cromosoma che si ritiene sia responsabile della sindrome: il gene ELN.
Questa tendenza comporta il fatto che la diagnosi si giustappone alla persona e viene utilizzata per dare conto un po’ di tutto: dalle caratteristiche somatiche alla Condizione Medica Generale, dalle caratteristiche cognitive a quelle emotive, dal modo di viversi l’amicizia a quello di rapportarsi alla sessualità.
Si tende a perdere di vista il quadro d’insieme, la moltitudine di fattori che concorrono a formare la personalità di un individuo. Soprattutto la vita e il carattere delle persone affette da SW acquisiscono una forma predeterminata e gli spazi di intervento per migliorare la Qualità della Vita, soprattutto sotto gli aspetti socioemotivo e sessuale.
Si arriva persino a dimenticare che il gene ELN è un infinitesima parte del genoma di una persona e che se è vero che il genotipo rende ogni individuo differente dall’altro allo stesso modo è vero che ogni persona da SW è unica e irripetibile.
La configurazione affettiva e sessuale di una persona sono il risultato della complessa interazione di una moltitudine di fattori:

  • La capacità di regolare le emozioni: essa consiste nel saper distinguere
    le varie sfumature emotive e nel riuscire a sperimentare tutte le
    emozioni, siano esse positive o negative, senza provare ansia o
    malessere;
  • Gli stili di attaccamento: essi consistono nel particolare modo di
    relazionarsi alle figure di riferimento in età infantile e determinano i
    cosiddetti Modelli Operativi Interni (Ainsworth, 1978) i quali sono la
    matrice delle nostre relazioni lungo tutto l’arco della vita;
  • Il livello di integrazione corporea: che consiste nella conoscenza e
    nell’accettazione di tutte le parti del corpo (anche degli organi sessuali).

Questi sono gli aspetti che, insieme ad altri, permettono di costruire relazioni intime fluide, caratterizzate da un intenso coinvolgimento emotivo e dalla condivisione degli aspetti più segreti e nascosti delle persone, comprese le nudità del corpo.
I contributi dell’Infant Research (Beebe e Lachmann, 2002) forniscono prove sempre più convincenti del fatto che già nei primi mesi di vita si gettano le basi per determinare come si evolveranno questi tre aspetti. Essi scaturiscono dalle sottili interazioni visive, sonore e tattili fra madre e neonato.
Questo filone di ricerca, inoltre, ha evidenziato come i bambini già a questa età abbiano un ampio e flessibile repertorio comportamentale che facilmente si adatta alla figura adulta con cui interagiscono al momento.
Infine risulta interessante sapere che, affinchè il sistema diadico si strutturi come un ambiente confortevole è necessario calibrare l’intensità dell’interazione sulle caratteristiche temperamentali del bambino, in maniera che essa non risulti nè deprivante nè iperstimolante.
Andando a prendere in considerazione il sistema diadico costituito da una madre e da un neonato affetto da SW, il discorso non cambia molto, purchè si tengano nel debito conto le caratteristiche del bambino e della sua malattia, da una parte, e le caratteristiche della madre e gli effetti sul suo stato d’animo della nascita del figlio e della diagnosi.
Da una parte possiamo avere un neonato affetto da iperacusia e ipersensibilità tattile. Il canale sonoro sembra essere quello privilegiato per ottenere l’accesso all’emotività del bambino come mostrano gli studi di RMf che evidenziano un ampio coinvolgimento dell’amigdala in situazioni di ascolto musicale. Dall’altra possiamo avere una mamma che ancora non ha imparato ad interagire con un figlio che ha le caratteristiche sopramenzionate. Ella può sperimentare un profondo senso di inadeguatezza per aver generato un figlio malato e/o per le difficoltà che incontra nel prendersene cura.
Una diade madre bambino con queste caratteristiche se non è sostenuta dal punto di vista psico-pedagogico rischia di incanalarsi su modalità interattive dannose per entrambi. Ad esempio la madre abbracciando il bambino può indurre in quest’ultimo pianto a causa della sua ipersensibilità tattile, di risposta la madre può sperimentare ansia e rispondere con un ulteriore stimolazione nel tentativo di cullare il neonato, il quale a sua volta può reagire male. Si può così innestare un circolo vizioso che può portare all’esasperazione degli stati emotivi di entrambi o indurre la madre a interagire il meno possibile con il bambino, almeno sotto l’aspetto emotivo.
Il sistema può così configurarsi come un ambiente a tratti iperstimolante e a tratti deprivante. Ciò determina con molta probabilità uno stile di attaccamento
insicuro-ambivalente nel bambino.
Le relazioni intime di un adulto con uno stile di attaccamento insicuroambivalente sono in tutta probabilità caratterizzate da ansia, apprensione e
senso di precarietà. Alla luce di ciò va riconsiderata la caratteristica tendenza delle persone con SW di mostrare interesse verso molte persone diverse senza allacciare relazioni durature. È possibile formulare nuove ipotesi che hanno tanto a che fare con le anomalie neurologiche determinate dalla delezione del gene ELN, quanto con i Modelli Operativi interni sviluppati nel corso della evoluzione psicologica, emotiva e relazionale dell’individuo.
Gli aspetti problematici legati alla sessualità, purtroppo non si esauriscono qui.
Molto spesso nelle patologie che comportano ritardo mentale si riscontrano fenomeni di masturbazione coatta, di gesti impulsivi a carattere sessuale, di disinibizione sessuale (esibizionismo, approcci sessuali espliciti, ecc.). dagli studi sui comportamenti impulsivi e compulsivi e sulla dipendenza sessuale sappiamo che il denominatore comune di essi è la difficoltà nel regolare le emozioni (Gratz, 2004). Come abbiamo detto prima la regolazione delle emozioni non consiste tanto nel reprimere le emozioni negative, quanto nel riuscire a distinguere, differenziare, nominare, sperimentare ed, infine, esprimere tutte le emozioni. Al contrario per il soggetto alessitimico tutte le emozioni, positive e negative, prendono l’aspetto di uno stato di tensione indistinto, un ingiustificato senso di attivazione psicofisiologica che urge uno sfogo per ridurne l’intensità. I comportamenti impulsivi e compulsivi, e quelli di dipendenza sessuale hanno la funzione di ridurre lo stato di tensione anche se per poco tempo. Anche i gesti aggressivi, sia quelli diretti verso l’ambiente che quelli autodiretti, possono essere considerati in questa cornice esplicativa. In assenza di stimolazione da parte dell’ambiente il soggeto alessitimico sperimenta un insostenibile senso di vuoto e di depersonalizzazione. I comportamenti impulsivi-compulsivi, di dipendenza e autolesivi hanno la funzione di riempire il vuoto interiore e di ricondurre il soggetto a se stesso strappandolo agli stati di depersonalizzazione che sperimenta. È difficile dire quali siano i fattori che nel corso della storia di vita di un individuo conducano a questo tipo di deficit. Sicuramente non è possibile ricondurre tutto ad un’unica causa eziologica. Nell’ambito di questo mio intervento vogliio mettere in evidenza due fattori, probabili precursori dei deficit di regolazione delle
emozioni, che nel mondo della disabilità sono trascurati e negletti:

  • La carenza cronica di modalità e setting adeguati per l’espressione delle
    emozioni;
  • I traumi e gli stress infantili.

La persona disabile vive molto spesso in una condizione di analfabetismo emotivo. Ciò è dettato da una molteplicità di fattori. Fra quelli individuali possiamo annoverare le difficoltà di linguaggio e le menomazioni motorie.
Sappiamo che dare voce e movimento alle emozioni siano le modalità privilegiate di espressione delle emozioni. Per tutti noi è importante non solo esprimere le emozioni, ma farlo anche in maniera efficace cioè in maniera da riuscirà a toccare l’emotività dell’altro e sentire, che questi non è rimasto indifferente ad esse. Laddove ci siano problematiche psicolinguistiche o psicomotorie che impediscono l’espressione e la comunicazione efficace della nostra realtà emotiva la persona può versare in una condizione di isolamento emotivo che può condurre negli anni ad un impoverimento della sua realtà interiore. È importante a tale proposito insegnare alla persona con disabilità ad usare delle modalità espressive e comunicative che utilizzino le risorse sane della persona disabile, ma allo stesso tempo è importante che le persone che costituiscono l’ambiente sociale della persona disabile sappiano comprendere questa modalità comunicativa e utilizzarla per dialogare emotivamente con la persona disabile stessa. Per rincodurre il discorso al caso specifico della SW possiamo ipotizzare che la musica possa essere un veicolo privilegiato di emozioni più del contatto fisico e forse del linguaggio, considerata la spiccata predisposizione delle persone con SW a dare un significato emotivo ai loro input uditivi. In ogni caso è bene sottolineare che non esiste un modo buono per tutti, ma le modalità comunicative migliori vanno ricercate e tarate caso
per caso nella relazione.
Come abbiamo già accennato, le persone tutte e quelle disabili anche hanno bisogno di esprimere pensieri ed emozioni, ma ancor di più hanno bisogno di sapere che essi sono stati recepiti e accolti dall’ambiente relazione circostante.
Molto spesso, però, si verifica che l’ambiente familiare non è pronto ad accogliere i sentimenti di una persona disabile in quanto elicitano risonanze dolorose. Per essere più chiari capita spesso che l’esprimere sofferenza per una delusione nelle relazioni di amicizia o di amore, provochi nel genitore una forte sofferenza perché va a toccare e a risvegliare nuclei di sensi di colpa che dopo tanti anni dalla nascita del figlio disabile sono ancora presenti.
Le reazioni alla sofferenza possono essere molteplici, ma spesso si manifesta una tendenza alla repressione della fonte di questa sofferenza. Tali tentativi di repressione possono darsi in tanti modi: dalla repressione rabbiosa e punitiva alla tendenza a minimizzare, dalla rimozione dell’intero problema all’utilizzo di psicofarmaci (ansiolitici, stabilizzatori dell’umore, ecc.) nel tentativo di sedare ogni sussulto emotivo (Lisak, 1994).
Se la repressione/negazione/disconferma delle emozioni diventa cronica può condurre anche all’insorgenza di veri e propri disturbi psichiatrici (disturbi d’ansia, PTSD, depressione, disturbi di personalità, ecc.) che vanno a sovrapporsi alla patologia di origine genetica.
Il rischio diventa maggiore quando le persone hanno una storia di abuso in età infatile; di particolare impatto psicopatologico sembrano essere i ripetuti abusi
sessuali.

Anche se in Italia si ha ancora scarsa coscienza di quanto il fenomeno dell’abuso sessuale a danno di persone disabili, la letteratura internazionale ci evidenzia come l’incidenza di abuso sessuale nella popolazione delle persone con disabilità sia maggiore di quella rilevabile nella popolazione delle persone “normodotate” (American Psychiatric Association, 1987; Finkelhor, 1984; Gordon, 1971; Krents, Schulman & Brenner, 1987; Mayer, 1988; Morgan, 1987; O’Day, 1983; Sullivan & Scanlan, 1988; Zipoli, 1986).
La maggiore incidenza dell’abuso sessuale su persone con disabilità è determinata da diversi fattori di rischio. Il primo e più importante fattore di rischio per le persone con ritardo mentale è legata alla dipendenza dai cosiddetti caregiver (operatori e familiari che si prendono cura della persona con disabilità – O’Day, 1983). In molti casi questa dipendenza è necessaria a causa della gravità del ritardo, ma in altri casi essa non è necessaria; nonostante questo sia la persona assistita che chi assiste non se la sentono di cambiare.
La dipendenza e l’acquiescienza che ne deriva (Anderson, 1982) rende le persone con disabilità mentale molto vulnerabili.
Un altro fattore di rischio è legato alle ridotte capacità di comunicazione che rendono difficile prevenire o denunciare i tentativi di molestia (Anderson, 1982).
Molto spesso gli handicap sia mentali che fisici possono ridurre la forza per reagire o scappare. Inoltre gli aggressori sanno della vulnerabilità delle persone disabili e per questo sono attratti molto di più da queste persone le quali diventano comodi oggetti dei loro abusi (O’Day, 1983).
Nella maggior parte dei casi le persone con disabilità fisica e/o mentale si trovano in condizione di emarginazione: a causa di questa condizione esistenziale questi individui possono accettare di fare cose che non vorrebbero fare pur di essere inseriti nella comunità delle persone normali (Matson & Sevin, 1988).
Molto spesso le persone disabili non hanno ricevuto la minima forma di educazione sessuale (Piper, 1976) in quanto affrontare con questi ragazzi l’argomento della sessualità genera ansie e insicurezze (Alcorn, 1974; Hammar, Wright, & Jensen, 1967).
Mitchel, Doctor, e Butler (1978) hanno evidenziato che un terzo dello staff delle residenze per persone con handicap non accetta nessun tipo di contatto fisico per esse, meno che mai contatti di genere sessuali. In realtà le pulsioni sessuali e lo sviluppo sessuale delle persone con medio e moderato ritardo mentale non è differente da quello di persone “sane” (Gordon, 1971; Hall, Morris, & Barker 1973). Nonostante le tante ricerche che dimostrano l’attività sessuale delle persone con handicap mentale (Chamberlain, 1984), il mito dell’asessualità di esse continua a persistere.
La situazione è ancora peggiore: i bambini e le bambine con ritardo mentale sono esclusi dai programmi educativi di prevenzione che i loro coetanei non disabili fanno normalmente a scuola, in quanto frequentano programmi di educazione differenti. Anche quando non frequentano classi speciali, il livello di esposizione di questi programmi di prevenzione dell’abuso non è comprensibile (O’Day, 1983).
Randall (Randall et al., 2000) sostiene una tesi controintuitiva o comunque non in linea con quanto comunemente affermato circa la maggiore prevalenza dell’abuso sessuale fra il genere femminile. Nel suo studio mette in evidenza, infatti, che sono i ragazzi con i deficit intellettivi ad essere a maggior rischio di abuso sessuale rispetto alle ragazze con disabilità analoghe. Una possibile spiegazione potrebbe essere che il rischio di abuso sessuale nei ragazzi è sottovalutato e quindi le famiglie lasciano loro maggiore libertà di quanto non facciano con le figlie. Gli autori individuano l’età fra i 6 e i 12 anni l’età maggiormente a rischio di abuso sessuale e per questo sollecitano programmi di prevenzione e di educazione sessuale già alle elementari.
Per quanto riguarda lo specifico delle persone con SW, la tipica estroversione di quest’ultime associata alla difficoltà di comprensione degli aspetti pragmatici della comunicazione può renderle più vulnerabili.
In conclusione, con questo intervento voglio sottolineare l’importanza di non trascurare gli aspetti psicologici e relazionali nelle persone disabili in generale e in quelle affette da Sindrome di Williams nello specifico. Inoltre, adeguati training psicoaffettivi e di educazione sessuale sono molto utili sia per migliorare la qualità delle relazioni interpersonali e intime, sia per prevenire comportamenti devianti e abusi sessuali.
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La “scioccante verità” sulla relazione tra pornografia e disabilità

pornografia-e-disabilitaChe fra le persone con disabilità ci siano fruitori della pornografia è ormai diventato un concetto intuitivo alla luce dei recenti contributi che hanno messo in evidenza come le pulsioni sessuali siano comuni a chiunque, disabili compresi. Ma che il business della pornografia “arruolasse” come attori e, soprattutto attrici, persone con ogni tipo di handicap, è abbastanza sconcertante e apre la consapevolezza a nuovi scenari di sfruttamento e abuso sessuale.

Dalla disabilità psichiatrica a quella intellettiva, fino ad arrivare alle persone su sedia a rotelle, con amputazioni o gravi malformazioni, è proprio la condizione di svantaggio e di emarginazione che deriva dalla disabilità che rende più facilmente adescabili dai trafficanti di carne da pornografia.

Un fenomeno in espansione soprattutto nei contesti culturalmente più arretrati e nei quali i servizi sociali non riescono a fornire supporti economici e psicologici adeguati.

Leggi tutto l’articolo sul Blog dell’Ordine degli Psicologi del Lazio