Ezio Bosso. Né filosofo né umorista… straordinario musicista

L’intervista di Carlo Conti a Ezio Bosso è una lapalissiana esemplificazione di come le persone che si muovono con l’ausilio di una sedia rotelle (evito volutamente la parola disabile o diversamente abile), possano essere contemporaneamente svalutate (vedi buffetto sulla guancia, mano sul manubrio della carrozzina, sorrisi, risate e commenti compiacenti di Carlo Conti) e messe sul pulpito del maestro di vita, ma raramente si riesce a rapportarvisi alla pari. Ahimé, spesso si cade nella trappola di pensare di essere persone straordinarie perché si vive la realtà difficile della disabilità, ma neanche noi abbiamo le risposte ai grandi temi: la vita, la morte, la malattia, la sofferenza.

Ezio Bosso non è un grande filosofo e, devo dire, non ha neanche le doti del fine umorista, bensì è un compositore ed interprete bravissimo. Non ha grande saggezza, forza interiore o coraggio. Ha semplicemente sconfinati talento e passione per la musica. Quello che tutti additano come straordinarietà è semplicemente la scelta saggia di continuare a fare ciò che ama, di non immobilizzarsi prima che lo faccia la malattia, di vivere emozionandosi, impegnandosi e divertendosi prima che il destino comune a tutti, chi prima e chi poi, si compia anche per lui.

Ognuno di noi può trarre una lezione da Ezio Bosso, ma è una lezione che ci regala del tutto involontariamente attraverso quello che fa piuttosto che con quello che dice… e allora ascoltiamo la sua bellissima canzone “Following a bird”.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-306e05f7-a102-42fb-bf8b-dfeca642a88c.html

Filomena Di Gennaro: sopravvissuta al femminicidio, ha ricominciato a vivere e a sognare

Blog delle donne

Milena “Ora ho un lavoro, sono sposata e ho 2 figli, ma i segni di quella violenza li porto tutti, dentro e fuori.” disse una volta in una trasmissione televisiva.

Sono passati anni  da quando Filomena – per tutti Milena –  Di Gennaro è stata ridotta su una sedia a rotelle dal suo ex fidanzato. Era il 13 gennaio 2006, quando Marcello Monaco, ragazzo che lei aveva deciso di lasciare qualche settimana prima, gli scaricò addosso 4 proiettili: uno colpì la mano con la quale lei cercava di difendersi, un secondo le perforò i polmoni, un terzo andò a 1 MM dall’aorta e l’ultimo lesionò il midollo spinale. Ed è per questo che Milena non può più camminare sulle sue gambe.

Ma nonostante ciò, la vita le ha dato una seconda possibilità. Dopo un anno e mezzo dai fatti, ha sposato il carabiniere che le salvò la vita e con lui ha…

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Cirinnà: votare secondo coscienza… e la scienza?

Fra poco più di un mese ricorrerà il 13° anniversario della mia Laurea in Psicologia… voi direte: “e chi se ne frega non ce lo metti?”… e fin qui ci sta… me la sono cercata.

Ma la mia laurea ha una certa attinenza con l’attualità in quanto la tesi che ho discusso riguardava il contributo della ricerca scientifica alla costruzione delle politiche sociali.

Recentemente il Premier Matteo Renzi ha dichiarato che rispetto alla proposta di legge sulle unioni civili e la Stepchild adoption (cosiddetta Cirinnà dal nome della senatrice prima firmataria), non esisteva una posizione di partito già definita e quindi ogni deputato l’avrebbe votata secondo coscienza (notizia dell’ultim’ora, mentre ancora scrivo, altrettanto avrebbe detto Grillo ai senatori del M5S).

Ora il termine coscienza in quest’accezione prende il carattere di un termine aulico ed altisonante utile ad edulcorare la realtà che si traduce in: secondo le vostre esperienze, quello che vi hanno insegnato rispetto all’omosessualità e alla famiglia, se da bambini avete frequentato l’azione cattolica o meno, a seconda di quanti amici gay avete, ecc. ecc.

Tutti aspetti che legittimamente fanno parte del patrimonio culturale di ogni persona, ma che con la scienza non c’entrano molto. La psicologia sociale, con gli studi sull’attribuzione causale condotti già negli anni ’60, evidenziò come gli esseri umani mettono in atto tutta una serie di strategie cognitive fallaci basate su cosiddette scorciatoie euristiche ovvero semplici regole che le persone utilizzano per risolvere problemi, dare giudizi e prendere decisioni in una condizione di informazioni incomplete.

Se questa modalità di analizzare la realtà è utile nella vita quotidiana perché si devono prendere decisioni velocemente, essa non può essere applicata alle leggi che un Parlamento promulga e che condizionano la vita di milioni di persone, bensì si dovrebbe procedere in base al contributo delle scienze sociali.

Ora, posto che esiste una copiosa letteratura internazionale a sostegno della conclusione che non esistono differenze nello sviluppo psicologico e sessuale tra figli di coppie eterosessuali e quelli cresciuti in coppie omosessuali, per uscire dall’oscurantismo e diventare uno Stato moderno l’Italia dovrebbe legiferare anche sulla base di queste ricerche.

E a questo punto la domanda sorge spontanea: se è dimostrato che non si può dire se una coppia sarà efficace nel crescere dei figli o meno meramente sulla base dell’orientamento sessuale, perché non dare loro la possibilità di adottare minori come accade in ben 21 Stati del mondo (Spagna, Francia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Svezia,[2] Norvegia,Danimarca, Austria, Islanda, Malta, Stati Uniti, Canada, Messico, Argentina, Brasile, Uruguay, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda)?

La legge sulle unioni civili concedendo alle persone omosessuali esclusivamente la possibilità di adottare il figlio biologico di un componente della coppia, ma non di adottare un bambino che non ha alcun legame biologico con essi, è sicuramente un passo avanti che viene però mosso stando bene attenti a non uscire dal seminato.

Il sentiero dal quale non bisogna uscire è quello tracciato dal principio che una famiglia si fonda comunque su un legame di sangue. La biologia, che sembrava essere messa alla porta con le unioni civili di persone omosessuali, rientra dalla finestra con la stepchild adoption.

I critici della Stepchild Adoption sostengono che essa incentiverà il ricorso da parte delle coppie omosessuali, a donatori di gameti e al cosiddetto “utero in affitto” per mettere al mondo un bambino che verrà poi adottato dal membro della coppia che non è biologicamente legato ad esso. Effettivamente questa è una possibilità concreta e, lungi da me dall’affermare che essa è errata in linea di principio, quello su cui si deve riflettere è che il più delle volte i fenomeni sociali vanno valutati in base a come essi effettivamente si svolgono. Anche qui piuttosto che mettere la testa sotto la sabbia e vietare una procedura che al di fuori dei confini italiani si svolge oramai da tempo o che all’interno di essi si può svolgere clandestinamente, sarebbe opportuno legiferare per regolamentare tutta una serie di aspetti quali ad esempio:

  • la tutela del minore da dolorosi contenzioni fra i genitori biologici nel caso che il/la donatore/donatrice dovesse decidere di rivendicare diritti sul nascituro;
  • tutelare il bambino in caso esso dovesse nascere con una disabilità, ricordando che non è sufficiente escludere che i genitori biologici siano portatori o abbiano casi di familiarità di patologie invalidanti, in quanto molte disabilità sono dovute problematiche nella gestazione o che subentrano al momento del parto;
  • la tutela fisica e psicologica della donna che mette a disposizione il proprio corpo per portare avanti la gravidanza per una coppia di uomini omosessuali, ricordando che molte patologie sia fisiche che psicologiche possono esordire proprio a causa della gravidanza (es. Preeclampsia o Depressione Post-Partum);
  • evitare odiosi meccanismi di selezione eugenetica attraverso la scelta delle caratteristiche psicofisiche dei donatori.

Detto questo la Coscienza mi spinge a ricordare che in Italia e nel mondo ci sono milioni di bambini che hanno bisogno di una famiglia. Recentemente l’Europol ha dichiarato che negli ultimi mesi sono scomparsi 10 mila minori arrivati come profughi, 5 mila solo in Italia che potrebbero essere stati sequestrati da organizzazioni criminali per avviarli alla prostituzione o ad altri traffici illeciti. E’ evidente come una legge che concedesse anche alle coppie omosessuali la possibilità di prendere in affidamento o adottare bambini in difficoltà verrebbe incontro al legittimo desiderio delle coppie omosessuali di creare una famiglia e, contemporaneamente, togliere dalla strada e dagli istituti migliaia di bambini.

Arrivati a questo punto starete pensando: “che c’entrano queste simpatiche persone di bassa statura raffigurate nell’immagine e in questo video?” Costoro sono Bill Klein e Jen Arnold, broker lui pediatra lei, che nella loro normalità (lui è un po’ bambacione e lei un po’ ossessiva-competitiva) hanno fatto una cosa straordinaria: adottare due bambini di bassa statura Will e Zoey rispettivamente di origine cinese ed indiana.

La loro storia ci ricorda due tristi verità. I bambini disabili hanno molte difficoltà in più di essere adottati e che in Italia, seppur non esista una norma esplicita che lo vieti, è estremamente difficile adottare un bambino se si ha una disabilità.

“Il Caregiver Familiare in Italia, tra malintesi e disattenzione”. Montecitorio. 03/02 h.16


 


 

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Di seguito il mio articolo: “Il dogma dell’istituzione e l’abbandono dei caregiver”
pubblicato su Superando.it

«Nel 2015 – scrive Lelio Bizzarri – ogni cittadino, anche con gravissima disabilità, dovrebbe avere diritto di vivere nel proprio nucleo familiare e nella comunità cui naturalmente appartiene, sostenuto da servizi a sostegno della sua autonomia e integrazione. Ove poi la condizione di disabilità sia così grave da necessitare dell’assistenza continuativa di un familiare, è assolutamente urgente e necessario fornire tutti i supporti assistenziali, tecnologici, medici e psicologici a chi si occupa della persona malata e a tutto il nucleo familiare». Leggi tutto

Negli stereotipi di genere l’origine della violenza?

 

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“Ritratto di un amore” di Roberta Maola – Tecnica mista su carta 33×44

Diversi studi condotti nelle ultime due decadi rilevano come a parte rare eccezioni, l’abuso sessuale sia perpetrato esclusivamente da persone di genere maschile (Berliner e Elliot, 1996; Klimartin, 1994). Inoltre, un rapporto del FBI del 1992, spiega come gli atti di violenza siano lo strumento privilegiato della dominazione maschile sul genere femminile.

 

Alcuni, a partire da questa incidenza nettamente superiore di atti di abuso da parte degli uomini, hanno ipotizzato un’influenza diretta delle caratteristiche biologiche di quest’ultimi, teorizzando un rapporto di causa ed effetto tra caratteristiche biologiche e comportamento violento (Barash, 1979).

Altri invece, nel più recente passato, hanno sottolineato il ruolo dell’ambiente e della socializzazione, nel determinare il comportamento violento delle persone, pur riconoscendo l’influenza del genoma  (Fausto-Sterling, 1985).

D’altra parte, l’affinarsi delle metodologie di ricerca in neurofisiologia e in neuroanatomia hanno evidenziato l’influenza dell’ambiente sui processi neurofisiologici e sulla stessa struttura neuroanatomica (McEwan e Mendelson, 1993). Tutto ciò rimanda ad un superamento dell’atavica scissione tra mente e corpo, tra genoma e ambiente.

Ogni forma di abuso sessuale ha una sua tipica spiegazione, così come ogni singolo molestatore ha una sua personale motivazione. D’altra parte la netta prevalenza di maschi molestatori rispetto alle poche donne ree di commettere abusi su minori, non può essere ignorata: è necessario rintracciare un denominatore comune, una caratteristica diffusa più fra gli uomini che fra le donne che sia correlata con gli atti di abuso e prevaricazione in generale (Lisak, 1994).

Questo denominatore comune potrebbe essere, a giudicare dagli esiti di diverse ricerche, una particolare configurazione dell’identità di genere che alcuni uomini si costruirebbero sotto l’influenza dell’educazione familiare, in età infantile, e all’interno del processo di socializzazione, in età pre-adolescente e adolescente. Tale configurazione consisterebbe in:

  • Una concezione stereotipata dei ruoli sessuali;
  • Un particolare atteggiamento verso le donne;
  • Ostilità verso le donne;
  • Credenze ipermascoline.

Queste caratteristiche fornirebbero una vera e propria sottostruttura motivazionale, per la violenza e l’abuso non solo verso le donne, ma anche verso i bambini (Lisak, 1994). La più rigorosa dimostrazione di questa ipotesi è stata proposta da Malamuth e collaboratori (Malamuth et al. 1991). Essi hanno dimostrato una netta correlazione delle succitata sottostruttura motivazionale sia con la partecipazione a gruppi delinquenziali, fortemente caratterizzati da una cultura ipermascolina (Malamuth et al., 1991), sia con l’uso della coercizione in ambito sessuale e non.

C’è dell’altro. Non è solo la concezione dei rapporti tra i sessi o la concezione della donna a determinare il comportamento abusante. David Lisak (Lisak, 1994) ritiene che elemento cruciale sia il percorso attraverso il quale, il bambino prima e il ragazzo successivamente socializza le emozioni.

Ci sono molte forme per incarnare la mascolinità, almeno una per ogni sotto cultura esistente all’interno di uno specifico ambito culturale (Brod, 1994; Gilmore, 1990). Il sesso biologico ci dice poco e niente riguardo al particolare modo che avrà il soggetto di vivere il suo genere, che sarà influenzato dalle scelte personali, dalle vicissitudini psicodinamiche, dalle influenze culturali ed economiche della cornice storico-geografica nella quale nasce (Kimmel, 1996).

Eppure è possibile riscontrare alcune caratteristiche comuni della mascolinità. Una di queste è la precarietà. Non solo la mascolinità è un’entità culturale che va costruita, ma è difficile affermarla e sostenerla. Non è un caso che come molti autori abbiano evidenziato che nelle diverse culture ci sono riti di passaggio dal ruolo di bambino a quello di essere mascolino (Gilmore, 1990; Webster, 1908). Ciò dimostrerebbe l’intrinseca precarietà di una caratteristica tutta culturale e tutt’altro che biologica. Nella cultura occidentale uno dei riti di passaggio è l’adempimento degli obblighi di leva (in Italia lo era fino a qualche tempo fa) in cui le matricole vengono spesso sottoposte a training di resistenza alla fatica e alla paura, nei quali la manifestazione di ansia e debolezza vengono sistematicamente stigmatizzata e repressa.

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Immagine tratta da Repubblica.it

In uno studio condotto attraverso un’intervista non strutturata, autobiografica, ogni soggetto intervistato riportava uno o più momenti di vita in cui era stato umiliato per aver espresso emozioni ritenute dagli adulti del suo contesto familiare o dal gruppo dei pari, incompatibili con il suo essere maschio (Lisak, 1994). Quindi, sembrerebbe che la capacità di controllare le proprie emozioni sia cruciale per affermare la propria mascolinità (Levant, 1995). Diversi studi evidenziano che:

  • I maschi, rispetto alle femmine, ricevono molti meno indizi e rinforzi per imparare dalle loro emozioni, da genitori, badanti e insegnanti;
  • I maschi subiscono spesso umilianti punizioni per aver espresso le loro emozioni (Lisak, 1994).

L’esito di questa particolare educazione socio affettiva è il seguente:

  • Gli uomini esperiscono le loro emozioni meno intensamente;
  • I maschi sono meno capaci, rispetto alle donne di esprimere e identificare le emozioni;
  • I maschi sono meno empatici.

 

La mascolinizzazione e la sessualità.

Anche se la sessualità è una dimensione strettamente collegata alla nostra corporeità è ben lontana dall’essere un fatto solo biologico. Tanto meno è un fatto monolitico, al contrario assume tantissime forme. Implica sia aspetti intrapersonali che interpersonali; si manifesta con atti fisici e allo stesso tempo evoca emozioni intense;può essere la più edificante delle esperienze di relazione interpersonale oppure un evento penoso e doloroso.

Anche se la sessualità è necessaria alla sopravvivenza della specie, essa è intrinsecamente e culturalmente legata al genere.

5-modi-per-tenere-impegnati-dei-bambini-di-4-anni_05dbada069e32d6d64d2e10ce2928266Così, se precedentemente abbiamo illustrato che l’educazione socio-affettiva e socioemotiva dei maschi non consente l’espressione di intense emozioni, va da sé che negli uomini, sia compromessa anche la capacità di abbandonarsi alle emozioni intense evocate da un rapporto sessuale. In particolare, secondo Lisak, sarebbe compromessa la capacità di perdere il controllo di abbandonarsi alla normale confluenza che implica un rapporto sessuale. Secondo l’autore, le intense emozioni evocate dall’incontro sessuale, elicitano il ricordo delle esperienze coercitive e penose connesse alla manifestazione delle emozioni in età evolutiva.

Al fine di non rivivere queste penose esperienze e le emozioni correlate,  molti uomini tendono ad approcciare la sessualità in modo disconnesso dalle emozioni. Ma il rapporto sessuale è un’esperienza estremamente intima che implica la fusione dei confini psicologici e l’effettiva penetrazione dei confini fisici, corporei. Per tale motivo se il rapporto sessuale viene vissuto senza coinvolgimento emotivo da parte di uno dei due partner, può trasformarsi in un’esperienza spiacevole o addirittura dolorosa (Lisak, 1994). Quando l’incontro sessuale, non è mutuamente condiviso emotivamente, rischia di trasformarsi in una manipolazione, in una coercizione o in una vera e propria prevaricazione fisica. Un uomo, quanto più è distaccato emotivamente tanto più è probabile che si verifichi una qualche forma di abuso o sfruttamento sessuale.

C’è di più, in considerazione del fatto che le esperienze coercitive subite in concomitanza con l’espressione di emozioni incompatibili con una rigida concezione della mascolinità sono associate a rabbia per la punizione e l’umiliazione subita, le emozioni sperimentate in ambito sessuale vengono trasformate in rabbia e aggressività, che possono scaturire in abuso e violenza sessuale. Quest’ipotesi è corroborata da diverse evidenze empiriche (Moscher e Tomkins, 1988).

D’altra parte molti studi dimostrano come esiste una correlazione negativa tra empatia e aggressività: tanto più è presente la prima più è improbabile l’altra e viceversa (Miller e Eisenberg, 1988). L’empatia consiste nella capacità di assumere cognitivamente la prospettiva dell’altro e nel sentire dentro di sé emozioni inerenti le vicissitudini di chi abbiamo di fronte. Tali emozioni possono essere sia positive che negative: possiamo provare sia simpatia che “personal distress”, come lo definiscono gli autori: quindi di fronte ad una persona che sta male possiamo provare sia compassione e tenerezza, sia allarme e reazioni di difesa (Batson, Fultz, e Schoenrade, 1987). Evidenze empiriche dimostrano che un tale stato di identificazione conduce a condotte diverse e opposte, tutte comunque mirate all’eliminazione della fonte dello stato spiacevole dovuto all’osservazione della sofferenza altrui: dall’aiuto, all’evitamento, all’uso della forza per reprimere la manifestazione della sofferenza (Eisenberg, Fabes, Schaller, Carlo, Miller, 1991a).

In sintesi, l’educazione mascolinizzante biasima e stigmatizza l’espressione di emozioni. Il bambino vive ripetutamente, o anche in una sola traumatica esperienza, emozioni di umiliazione, vergogna, rabbia ogni volta che manifesta emozioni di paura, tenerezza, compassione, ecc. In età adulta ogni volta che le relazioni interpersonali evocano queste emozioni, vengono colti da una forte ansia perché si riaffaccia il ricordo delle umiliazioni subite in età infantile; per diminuire questo stato di angoscia trasformano l’ansia in rabbia che di per sé  diminuisce l’ansia e che spesso si esprime in condotte lesive della fonte delle emozioni che hanno innestato il processo (Mosher, e Tomkins, 1988). Probabilmente questo processo è responsabile di molti comportamenti antisociali messi in atto in età infantile e adulta, da soggetti abusati (Klimes, Dougan e Kistener, 11990; Main e George, 1985). Un altro studio (Gold et al., 1992) ha evidenziato che esiste una correlazione positiva tra personalità ipermascolina e la tendenza a dare risposte rabbiose quando il bambino piange perchè ha bisogno di qualcosa.

Infine, altri due studi dimostrano che:

  • Il comportamento abusante sembra essere provocato dal pianto del bambino (Zeskind e Shingler, 1991);
  • gli abusanti hanno una reazione fisiologica più forte (aumento del battito cardiaco) quando un bambino o una bambina piangono e si lamentano (Frodi e Lomb, 1980).

L’empatia sembra essere correlata positivamente con la capacità delle persone di regolare ed esprimere il proprio malessere (Lenrow, 1965) e a sua volta questa capacità è correlata positivamente con la capacità della madre di rispondere adeguatamente al malessere del bambino (Bryant, 1987).

Abuso infantile e socializzazione  dell’identità maschile.

Diverse ricerche hanno evidenziato che se da una parte è vero che la maggior parte degli uomini abusati in età infantile non compie abusi in età adulta, dall’altra è altrettanto vero che la stragrande maggioranza degli uomini che compiono abusi, e in particolare abusi sessuali, hanno subito molestie e violenze in età infantile.

Secondo Lisak (Lisak, 1994) quello che porta gli uomini a diventare abusanti è il seguente: essi vengono cresciuti nel paradosso di dover subire maltrattamenti e provare emozioni intense e negative (paura, dolore, vulnerabilità, ecc.) e, allo stesso tempo, in nome di un’educazione mascolinizzante, essere obbligati a non esprimere queste emozioni, pena altre violenze e abusi. In età adulta questi uomini si sentono alienati, marchiati e ogni rapporto interpersonale genera sofferenza (Lisak, 1994). Esistono due modi sostanzialmente di uscire da  questo paradosso:

  • Rivedere la propria rigida concezione della mascolinità e così, permettersi l’espressione di tutte quelle emozioni non consone per un uomo; questa è la strategia scelta dagli uomini che hanno subito gli abusi, ma che non sono diventati molestatori a loro volta;
  • Abbracciare in toto una concezione ipermascolina dell’essere uomini e reprimere tutte le emozioni trasformandole in rabbia, aggressività, violenza; questa è la scelta di chi diventerà a sua volta molestatore.

Chi sceglie di non perpetrare gli abusi a sua volta pagherà il prezzo di sviluppare la Sindrome da Stress Post-Traumatico (Lisak, Miller e Conklin, 1996). L’acting-out è la via di sfogo, alternativa ai sintomi, della sofferenza provocata dagli abusi.

Hunter e Kilstrom (Hunter e Kilstrom, 1979) hanno rilevato una correlazione positiva tra alessitimia e tendenza a maltrattare i figli. Un altro studio, condotto su bambini abusati e sfruttati nell’industria pornografica, ha evidenziato che quelli che avevano adottato una scelta di non affrontare i ricordi degli abusi:

  • Minimizzavano l’accaduto;
  • Tendevano ad atti antisociali;
  • Mostravano una sorta di identificazione con l’ambiente.

Altri autori hanno concluso che i ragazzi abusati  inseriti nel programma di  trattamento, non potendo sostenere la paura, inconsciamente la inducevano negli altri al fine di vederla “rappresentata” in un contenitore altro da loro senza doverla esperire direttamente.

In conclusione, permettere un’espressione, della paura e delle altre emozioni, consente di diminuire lo stato di stress e la tendenza alla conversione in rabbia, riducendo il rischio che il soggetto abusato diventi a sua volta un molestatore.

Stralcio del lavoro: “L’ABUSO SESSUALE NELLE PERSONE DISABILI” consultabile integralmente al seguente link: http://www.tesionline.it/v2/thesis-detail.jsp?idt=47962 

 


 

SuperAbile Inail: “Prima o poi l’amore arriva”

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Ho il piacere di condividere una mia intervista sul tema “Amore, innamoramento e matrimonio” delle persone con disabilità pubblicata nel Magazine SuperAbile INAIL. L’intervista è parte, insieme ad altri contributi, dell’inchiesta “Prima o poi l’amore arriva” (Pag. 8).

Per visualizzare la copia elettronica del Magazine Cliccare qui