Negli stereotipi di genere l’origine della violenza?

46766012_1907153352914173_4937881861071306752_nDiversi studi condotti nelle ultime due decadi rilevano come a parte rare eccezioni, l’abuso sessuale sia perpetrato esclusivamente da persone di genere maschile (Berliner e Elliot, 1996; Klimartin, 1994). Inoltre, un rapporto del FBI del 1992, spiega come gli atti di violenza siano lo strumento privilegiato della dominazione maschile sul genere femminile.

Alcuni, a partire da questa incidenza nettamente superiore di atti di abuso da parte degli uomini, hanno ipotizzato un’influenza diretta delle caratteristiche biologiche di quest’ultimi, teorizzando un rapporto di causa ed effetto tra caratteristiche biologiche e comportamento violento (Barash, 1979).

Altri invece, nel più recente passato, hanno sottolineato il ruolo dell’ambiente e della socializzazione, nel determinare il comportamento violento delle persone, pur riconoscendo l’influenza del genoma  (Fausto-Sterling, 1985).

D’altra parte, l’affinarsi delle metodologie di ricerca in neurofisiologia e in neuroanatomia hanno evidenziato l’influenza dell’ambiente sui processi neurofisiologici e sulla stessa struttura neuroanatomica (McEwan e Mendelson, 1993). Tutto ciò rimanda ad un superamento dell’atavica scissione tra mente e corpo, tra genoma e ambiente.

Ogni forma di abuso sessuale ha una sua tipica spiegazione, così come ogni singolo molestatore ha una sua personale motivazione. D’altra parte la netta prevalenza di maschi molestatori rispetto alle poche donne ree di commettere abusi su minori, non può essere ignorata: è necessario rintracciare un denominatore comune, una caratteristica diffusa più fra gli uomini che fra le donne che sia correlata con gli atti di abuso e prevaricazione in generale (Lisak, 1994).

Questo denominatore comune potrebbe essere, a giudicare dagli esiti di diverse ricerche, una particolare configurazione dell’identità di genere che alcuni uomini si costruirebbero sotto l’influenza dell’educazione familiare, in età infantile, e all’interno del processo di socializzazione, in età pre-adolescente e adolescente. Tale configurazione consisterebbe in:

  • Una concezione stereotipata dei ruoli sessuali;
  • Un particolare atteggiamento verso le donne;
  • Ostilità verso le donne;
  • Credenze ipermascoline.

Queste caratteristiche fornirebbero una vera e propria sottostruttura motivazionale, per la violenza e l’abuso non solo verso le donne, ma anche verso i bambini (Lisak, 1994). La più rigorosa dimostrazione di questa ipotesi è stata proposta da Malamuth e collaboratori (Malamuth et al. 1991). Essi hanno dimostrato una netta correlazione fra la succitata sottostruttura motivazionale, sia con la partecipazione a gruppi delinquenziali, fortemente caratterizzati da una cultura ipermascolina (Malamuth et al., 1991), sia con l’uso della coercizione in ambito sessuale e non.

C’è dell’altro. Non è solo la concezione dei rapporti tra i sessi o la concezione della donna a determinare il comportamento abusante. David Lisak (Lisak, 1994) ritiene che elemento cruciale sia il percorso attraverso il quale, il bambino prima e il ragazzo successivamente socializza le emozioni.

Ci sono molte forme per incarnare la mascolinità, almeno una per ogni sotto cultura esistente all’interno di uno specifico ambito culturale (Brod, 1994; Gilmore, 1990). Il sesso biologico ci dice poco e niente riguardo al particolare modo che avrà il soggetto di vivere il suo genere, che sarà influenzato dalle scelte personali, dalle vicissitudini psicodinamiche, dalle influenze culturali ed economiche della cornice storico-geografica nella quale nasce (Kimmel, 1996).

Eppure è possibile riscontrare alcune caratteristiche comuni della mascolinità. Una di queste è la precarietà. Non solo la mascolinità è un’entità culturale che va costruita, ma è difficile affermarla e sostenerla. Non è un caso che come molti autori abbiano evidenziato che nelle diverse culture ci sono riti di passaggio dal ruolo di bambino a quello di essere mascolino (Gilmore, 1990; Webster, 1908). Ciò dimostrerebbe l’intrinseca precarietà di una caratteristica tutta culturale e tutt’altro che biologica. Nella cultura occidentale uno dei riti di passaggio è l’adempimento degli obblighi di leva (in Italia lo era fino a qualche tempo fa) in cui le matricole vengono spesso sottoposte a training di resistenza alla fatica e alla paura, nei quali la manifestazione di ansia e debolezza vengono sistematicamente stigmatizzata e repressa.

In uno studio condotto attraverso un’intervista non strutturata, autobiografica, ogni soggetto intervistato riportava uno o più momenti di vita in cui era stato umiliato per aver espresso emozioni ritenute dagli adulti del suo contesto familiare o dal gruppo dei pari, incompatibili con il suo essere maschio (Lisak, 1994). Quindi, sembrerebbe che la capacità di controllare le proprie emozioni sia cruciale per affermare la propria mascolinità (Levant, 1995). Diversi studi evidenziano che:

  • I maschi, rispetto alle femmine, ricevono molti meno indizi e rinforzi per imparare dalle loro emozioni, da genitori, badanti e insegnanti;
  • I maschi subiscono spesso umilianti punizioni per aver espresso le loro emozioni (Lisak, 1994).

L’esito di questa particolare educazione socio affettiva è il seguente:

  • Gli uomini esperiscono le loro emozioni meno intensamente;
  • I maschi sono meno capaci, rispetto alle donne di esprimere e identificare le emozioni;
  • I maschi sono meno empatici.

 

La mascolinizzazione e la sessualità.

Anche se la sessualità è una dimensione strettamente collegata alla nostra corporeità è ben lontana dall’essere un fatto solo biologico. Tanto meno è un fatto monolitico, al contrario assume tantissime forme. Implica sia aspetti intrapersonali che interpersonali; si manifesta con atti fisici e allo stesso tempo evoca emozioni intense;può essere la più edificante delle esperienze di relazione interpersonale oppure un evento penoso e doloroso.

Anche se la sessualità è necessaria alla sopravvivenza della specie, essa è intrinsecamente e culturalmente legata al genere.

Così, se precedentemente abbiamo illustrato che l’educazione socio-affettiva e socioemotiva dei maschi non consente l’espressione di intense emozioni, va da sé che negli uomini, sia compromessa anche la capacità di abbandonarsi alle emozioni intense evocate da un rapporto sessuale. In particolare, secondo Lisak, sarebbe compromessa la capacità di perdere il controllo di abbandonarsi alla normale confluenza che implica un rapporto sessuale. Secondo l’autore, le intense emozioni evocate dall’incontro sessuale, elicitano il ricordo delle esperienze coercitive e penose connesse alla manifestazione delle emozioni in età evolutiva.

Al fine di non rivivere queste penose esperienze e le emozioni correlate,  molti uomini tendono ad approcciare la sessualità in modo disconnesso dalle emozioni. Ma il rapporto sessuale è un’esperienza estremamente intima che implica la fusione dei confini psicologici e l’effettiva penetrazione dei confini fisici, corporei. Per tale motivo se il rapporto sessuale viene vissuto senza coinvolgimento emotivo da parte di uno dei due partner, può trasformarsi in un’esperienza spiacevole o addirittura dolorosa (Lisak, 1994). Quando l’incontro sessuale, non è mutuamente condiviso emotivamente, rischia di trasformarsi in una manipolazione, in una coercizione o in una vera e propria prevaricazione fisica. Un uomo, quanto più è distaccato emotivamente tanto più è probabile che si verifichi una qualche forma di abuso o sfruttamento sessuale.

C’è di più, in considerazione del fatto che le esperienze coercitive subite in concomitanza con l’espressione di emozioni incompatibili con una rigida concezione della mascolinità sono associate a rabbia per la punizione e l’umiliazione subita, le emozioni sperimentate in ambito sessuale vengono trasformate in rabbia e aggressività, che possono scaturire in abuso e violenza sessuale. Quest’ipotesi è corroborata da diverse evidenze empiriche (Moscher e Tomkins, 1988).

D’altra parte molti studi dimostrano come esiste una correlazione negativa tra empatia e aggressività: tanto più è presente la prima più è improbabile l’altra e viceversa (Miller e Eisenberg, 1988). L’empatia consiste nella capacità di assumere cognitivamente la prospettiva dell’altro e nel sentire dentro di sé emozioni inerenti le vicissitudini di chi abbiamo di fronte. Tali emozioni possono essere sia positive che negative: possiamo provare sia simpatia che “personal distress”, come lo definiscono gli autori: quindi di fronte ad una persona che sta male possiamo provare sia compassione e tenerezza, sia allarme e reazioni di difesa (Batson, Fultz, e Schoenrade, 1987). Evidenze empiriche dimostrano che un tale stato di identificazione conduce a condotte diverse e opposte, tutte comunque mirate all’eliminazione della fonte dello stato spiacevole dovuto all’osservazione della sofferenza altrui: dall’aiuto, all’evitamento, all’uso della forza per reprimere la manifestazione della sofferenza (Eisenberg, Fabes, Schaller, Carlo, Miller, 1991a).

In sintesi, l’educazione mascolinizzante biasima e stigmatizza l’espressione di emozioni. Il bambino vive ripetutamente, o anche in una sola traumatica esperienza, emozioni di umiliazione, vergogna, rabbia ogni volta che manifesta emozioni di paura, tenerezza, compassione, ecc. In età adulta ogni volta che le relazioni interpersonali evocano queste emozioni, vengono colti da una forte ansia perché si riaffaccia il ricordo delle umiliazioni subite in età infantile; per diminuire questo stato di angoscia trasformano l’ansia in rabbia che di per sé  diminuisce l’ansia e che spesso si esprime in condotte lesive della fonte delle emozioni che hanno innestato il processo (Mosher, e Tomkins, 1988). Probabilmente questo processo è responsabile di molti comportamenti antisociali messi in atto in età infantile e adulta, da soggetti abusati (Klimes, Dougan e Kistener, 11990; Main e George, 1985). Un altro studio (Gold et al., 1992) ha evidenziato che esiste una correlazione positiva tra personalità ipermascolina e la tendenza a dare risposte rabbiose quando il bambino piange perchè ha bisogno di qualcosa.

Infine, altri due studi dimostrano che:

  • Il comportamento abusante sembra essere provocato dal pianto del bambino (Zeskind e Shingler, 1991);
  • gli abusanti hanno una reazione fisiologica più forte (aumento del battito cardiaco) quando un bambino o una bambina piangono e si lamentano (Frodi e Lomb, 1980).

L’empatia sembra essere correlata positivamente con la capacità delle persone di regolare ed esprimere il proprio malessere (Lenrow, 1965) e a sua volta questa capacità è correlata positivamente con la capacità della madre di rispondere adeguatamente al malessere del bambino (Bryant, 1987).

Abuso infantile e socializzazione  dell’identità maschile.

Diverse ricerche hanno evidenziato che se da una parte è vero che la maggior parte degli uomini abusati in età infantile non compie abusi in età adulta, dall’altra è altrettanto vero che la stragrande maggioranza degli uomini che compiono abusi, e in particolare abusi sessuali, hanno subito molestie e violenze in età infantile.

Secondo Lisak (Lisak, 1994) quello che porta gli uomini a diventare abusanti è il seguente: essi vengono cresciuti nel paradosso di dover subire maltrattamenti e provare emozioni intense e negative (paura, dolore, vulnerabilità, ecc.) e, allo stesso tempo, in nome di un’educazione mascolinizzante, essere obbligati a non esprimere queste emozioni, pena altre violenze e abusi. In età adulta questi uomini si sentono alienati, marchiati e ogni rapporto interpersonale genera sofferenza (Lisak, 1994). Esistono due modi sostanzialmente di uscire da  questo paradosso:

  • Rivedere la propria rigida concezione della mascolinità e così, permettersi l’espressione di tutte quelle emozioni non consone per un uomo; questa è la strategia scelta dagli uomini che hanno subito gli abusi, ma che non sono diventati molestatori a loro volta;
  • Abbracciare in toto una concezione ipermascolina dell’essere uomini e reprimere tutte le emozioni trasformandole in rabbia, aggressività, violenza; questa è la scelta di chi diventerà a sua volta molestatore.

Chi sceglie di non perpetrare gli abusi a sua volta pagherà il prezzo di sviluppare la Sindrome da Stress Post-Traumatico (Lisak, Miller e Conklin, 1996). L’acting-out è la via di sfogo, alternativa ai sintomi, della sofferenza provocata dagli abusi.

Hunter e Kilstrom (Hunter e Kilstrom, 1979) hanno rilevato una correlazione positiva tra alessitimia e tendenza a maltrattare i figli. Un altro studio, condotto su bambini abusati e sfruttati nell’industria pornografica, ha evidenziato che quelli che avevano adottato una scelta di non affrontare i ricordi degli abusi:

  • Minimizzavano l’accaduto;
  • Tendevano ad atti antisociali;
  • Mostravano una sorta di identificazione con l’ambiente.

Altri autori hanno concluso che i ragazzi abusati  inseriti nel programma di  trattamento, non potendo sostenere la paura, inconsciamente la inducevano negli altri al fine di vederla “rappresentata” in un contenitore altro da loro senza doverla esperire direttamente.

In conclusione, permettere un’espressione, della paura e delle altre emozioni, consente di diminuire lo stato di stress e la tendenza alla conversione in rabbia, riducendo il rischio che il soggetto abusato diventi a sua volta un molestatore.

 

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Recensioni e commenti

Desirée. Siamo tutti vittime della guerra all’integrazione.

downloadLo voglio dire subito così che gli haters razzistoidi di tutte le sigle si possano scatenare nel vomitare il loro odio farneticante senza dover mettere alla prova il loro analfabetismo funzionale: la responsabilità della tragica fine di Desirée e le atroci violenze subite (drogata e violentata da più uomini di origine africana e deceduta per overdose), sta tanto in capo a chi le ha commesse, quanto a chi si accanisce contro i modelli di integrazione come Riace o contro forme di convivenza civile, mentre tollera luoghi dove si concentrano degrado e attività criminose (peraltro più volte segnalate dagli abitanti del quartiere S. Lorenzo).

Si pensi allo sgombero dello stabile di Piazza indipendenza e allo smembramento della comunità eritrea che vi era insediata (estate 2017), o agli sfratti intimati alla Casa Internazionale delle Donne e al centro antiviolenza di Tor Bella Monaca, o ancora allo sgombero del centro di accoglienza di via Scorticabove e alla sentenza che ha condannato il Comune di Roma al risarcimento di 28 milioni di euro per non aver impedito l’occupazione della ex fabbrica Fiorucci di Tor Sapienza. Occupazione che ha trasformato uno stabile fatiscente, destinato a diventare teatro di attività illecite, nel Museo dell’Altro e dell’Altrove: inedita esperienza in cui convivono opere d’arte contemporanea e numerose famiglie di diverse etnie.

Tragedie come questa (così come quella di Pamela Mastropietro) sono una manna dal cielo per gli accaniti oppositori dell’integrazione e dell’interculturalismo. La loro drammaticità li rende il propellente emotivo per logiche razziste e politiche di deportazione e segregazione. Ma se le si vuole interpretare con il minimo di onestà intellettuale che serve a superare le categorie lombrosiane che associano la conformazione fisica alla natura criminale, non si può non riconoscere che la responsabilità della morte e dello stupro di Desirée non può essere imputata a uomini, donne e bambini innocenti che hanno in comune solo il colore della pelle o la provenienza geografica. Anzi, non c’è alcuna soluzione di continuità tra l’atroce destino della piccola Desirée, i femminicidi nelle famiglie italiane (1 ogni 3 giorni) e i drammi di chi viene perseguitato o scappa dalla guerra, di coloro che vengono torturati nelle prigioni libiche o schiavizzati nei campi di pomodori o sui marciapiedi. La matrice è la stessa: il dominio, la violenza e lo sfruttamento estremo che vede sia fra le vittime che fra i carnefici persone di tutte le etnie. Salvo dover riconoscere che i carnefici sono quasi sempre uomini.

Questa consapevolezza non è solo motivata dal rispetto dei diritti umani, ma anche dalla urgente necessità di rendere sicure le città e proteggere le persone. Uno Stato che profonde ingenti risorse in attività di ingegneria sociale caratterizzate in senso nazionalistico, non può impegnarsi adeguatamente per proteggere tutti/e. La sicurezza passa inevitabilmente per il potenziamento di servizi di accoglienza ed inclusione liberi dal giogo della corruzione e della speculazione. Al contrario, distogliere risorse dai servizi sociali, culturali e multiculturali per investire sempre di più in spese militari e nelle forze dell’ordine, significa scegliere consapevolmente di attuare una politica che prepara la guerra, la quale trova giustificazioni nel proliferare del degrado morale e nell’imbarbarimento psicologico. Una guerra che è dichiaratamente rivolta verso i più deboli ed emarginati ma che, nei suoi danni collaterali, può coinvolgere potenzialmente ciascuno di noi.

In questi giorni la comunità del quartiere S. Lorenzo (e non solo) si stringe straziata dalla consapevolezza di non essere riusciti a proteggere l’ennesima figlia dalla violenza efferata di uomini che vedono nelle donne solo corpi da sfruttare. L’auspicio è che il cordoglio diventi motore di una rinnovata partecipazione sociale per invertire questo pauroso vortice  di regressione psicologica e sociale.

8 novembre 2015 quando a Salvini veniva data una copertura mediatica imbarazzante e sospetta

imagesOggi si è svolta a Bologna la manifestazione della Lega Nord. I tg delle reti Rai, mediaset e La7 hanno fatto diversi collegamenti in diretta, Lucia Annunziata ha dedicato a Salvini l’intervista domenicale della trasmissione “in 1/2h”, Barbara d’Urso, solerte, ha provveduto a dare risalto al nuovo pupillo di Berlusconi. Abbiamo, così assistito all’apoteosi di una visibilità garantita alla Lega e a Salvini che ormai dura da 2 anni e che ha svolto un ruolo fondamentale nel recupero di punti percentuali in termini di consenso elettorale (dal 4% del post-Maroni al 14% di cui è accreditata negli ultimi sondaggi elettorali).

La convergenza mediatica sulla Lega di Salvini è una palese dimostrazione di come l’informazione e la comunicazione massmediologica sia funzionale alla manipolazione dell’opinione pubblica.

La Lega, dopo il crollo di Forza Italia, rappresenta il nuovo volano della Destra rispetto alla quale il Partito Democratico può autoproclamarsi Sinistra o, almeno, etichettare la propria politica come alternativa a quella della Destra. Sventolare lo spauracchio della Destra è utile per ricompattare l’elettorato attorno al PD che dopo un anno e mezzo di governo e diverse misure impopolari, sta perdendo consensi e voti anche alla luce della fuoriuscita di diversi parlamentari e la costituzione del nuovo soggetto politico Sinistra Italiana.

Collateralmente, ma non secondariamente la Lega ha la funzione di tampone rispetto allo sviluppo del Movimento 5 Stelle nel quale è confluito l’elettorato, di destra e di sinistra, deluso dai partiti tradizionali, fornendo un punto di riferimento più addomesticato a tutti quegli elettori costituiti da piccola e media impresa che non sono stati interessati, se non addirittura danneggiati, dalle politiche messe in atto dal Governo nell’ultimo anno e mezzo.

Poco importa se per raggiungere questi obiettivi, si dà risalto e visibilità al leader di una formazione politica che puntualmente indica negli immigrati la causa di tutti i mali del nostro Paese; straparla di radere al suolo i campi Rom senza spiegare dove dovrebbero andare a vivere le persone che abitano in essi; sostiene la chiusura delle frontiere nonostante i milioni di persone che si trovano a fuggire dal Medio-Oriente e dal Nord-Africa per sottrarsi a persecuzioni, guerre, fame, sete e malattie; fomenta la legittimazione dell’uso delle armi da parte di cittadini privati per “difendersi”.

“Liberi di Fare”: assistenza autogestita per tutti!

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Liberi di fare Manifestazione per la vita indipendente. Roma, 8 giugno 2018 ore 15 Piazza del Popolo

Per comprendere come si può sentire una persona disabile quando viene messo in discussione un così essenziale servizio, è sufficiente fare un semplice esercizio di immedesimazione: immaginiamo che qualcuno ci dica che da domani, forse, non potremo più uscire di casa, che non potremo più andare al lavoro, che non potremo più frequentare i nostri amici o svolgere le nostre attività di socializzazione preferite. Immaginiamo che qualcuno ci dica che, forse, da domani non potremo più prenderci cura del nostro corpo, alzarci dal letto e cominciare la giornata così come abbiamo fatto oggi e come facciamo da mesi e da anni.

Tutto viene pervaso da un senso di precarietà, ogni nostra attività non è più garantita, fare progetti diventa un puro esercizio speculativo, il futuro viene sostituito da un punto interrogativo, smettendo di rientrare nella sfera di ciò che possiamo controllare e gestire.
Per dirla in termini psicologici e dotti, la persona non ha più un locus of control interno, bensì esterno: la sua vita è dominata da fattori esterni alla propria volontà e alle proprie capacità, è in balia degli eventi.

Questo è un emblematico esempio di come i processi socio-economici abbiano riflessi sulle persone, tali da produrre disagio psicologico e persino psicopatologia. Quando infatti una persona percepisce di non avere più il controllo della propria vita e che tutti i suoi sforzi determinano comunque esiti negativi (learned helplessness e learned hopelessness), si instaurano sentimenti di impotenza e di disperazione, correlati a loro volta ad ansia, depressione, stress, immuno-soppressione e altre patologie a base organica, correlate all’asse psico-neuro-endocrino-immunologico.
Il ruolo della psicologia in questi casi non è solo quello di curare le patologie o prevenirne l’aggravamento, ma – così come ci insegna la psicologia di comunità – anche quello di agevolare i processi di aggregazione sociale fra persone che vivono una condizione oggettiva simile, come quella della disabilità, affinché insieme siano più efficaci nel difendere ed espandere servizi primari e imprescindibili come l’assistenza.
Innanzitutto, è necessario lavorare per accogliere e attenuare il senso di sgomento, choc ed ansia ripristinando la speranza. In secondo luogo, è possibile lavorare per agevolare processi di socializzazione improntati alla collaborazione, facendo ben consapevolizzare che la “politica dell’orticello” è controproducente e che il potere del singolo tanto cresce quanto più aumentano numerosità e coesione di gruppo, nonché si rinforza il senso di lealtà fra i suoi componenti.
Il detto divide et impera (“dividi e domina”) ci ricorda che tanto più un gruppo o una società sono frammentati, tanto più è facile imporre misure e politiche inique. Purtroppo chi vive una condizione di sofferenza può essere preso in scacco da questa stessa sofferenza, che diventa una lente attraverso la quale si guarda la realtà distorcendola. La sofferenza può cioè diventare il motivo per un approccio autoreferente alla vita, una specie di “pulpito” dal quale giudicare tutto e tutti, ma che, fatalmente, ci isola dagli altri e ci rende soli e più deboli.

Nel mondo della disabilità ciò accade in maniera ricorrente: ogni sottocategoria – e ogni persona all’interno di esse – afferma che la propria condizione di disabilità è la peggiore e quella più meritevole di rivendicazioni e tutele.
Se è vero, però, che ogni condizione è diversa dall’altra, è altrettanto vero che per ognuna di esse è valido il principio socio-politico secondo il quale ogni persona ha diritto ad avere i supporti tecnici, economici e assistenziali necessari per compensare la condizione di svantaggio dovuta alla menomazione fisica. Un principio, questo, che non ha una valenza assoluta, bensì storica e che per tale motivo deve essere ribadito periodicamente, con maggior forza proprio nei frangenti storici di crisi.

 

 

Roma. Assegno e contributo di cura approvata la graduatoria

Approvata la graduatoria unica cittadina degli aventi diritto all’erogazione dei benefici economici (assegno di cura e contributo familiare) in favore di persone in condizioni di disabilità gravissima, previsti dal Decreto Ministeriale 26 settembre 2016.

Lo stabilisce la Determinazione Dirigenziale n. 1762 del 29/05/2018: con un ulteriore atto il Dipartimento Politiche Sociali impegnerà le risorse economiche e le trasferirà ai Municipi di Roma Capitale.

I benefici economici saranno quindi erogati dai Municipi territorialmente competenti agli aventi diritto, nei limiti dei trasferimenti regionali.

Si tratta nello specifico dell’assegno di cura per un importo mensile di € 800 e del contributo di cura per il caregiver familiare, per un importo mensile di € 700.

La graduatoria per l’ottenimento dei benefici rimane aperta e verrà aggiornata costantemente dal Dipartimento Politiche Sociali, sulla base delle nuove domande che i cittadini possono presentare presso i Municipi d’appartenenza.

Consulta la prima graduatoria approvata

Vedi la Determinazione Dirigenziale n. 1762 del 29/05/2018.

Fonte: https://www.comune.roma.it/web/it/informazione-di-servizio.page?contentId=IDS144671

th (3)Il Comune di Roma avvia la sperimentazione dell’assegno di cura per favorire la deistituzionalizzazione delle persone con disabilità gravissima. L’intenzione è lodevole, ma la copertura economica non è per il momento sufficiente a dare continuità oltre il 2018 all’iniziativa e a garantire servizi H24. La famiglia rimane risorsa imprescindibile tant’è che il contributo di cura ha l’obiettivo dichiarato di alleviare il carico fisico e psicologico del Caregiver, non di attuare un vero svincolo dal ruolo assistenziale.

Il Comune di Roma con la Delibera di Giunta Capitolina n. 7 del 15 gennaio 2018 ha recepito la Delibera di Giunta Regionale 104/2017, concedendo per la durata di un anno, l’erogazione:

  • di un assegno di cura per l’importo mensile di € 800,00 oppure, in alternativa
  • di un contributo di cura per il caregiver familiare per l’importo di € 700,00 mensili.

L’assegno di cura (assegnato alla persona con disabilità) può essere impiegato, per affiancare agli assistenti di base, infermieri, fisioterapisti, psicologi o altre figure professionali che possano favorire la permanenza delle persone con disabilità gravissima nel proprio domicilio, garantendone un’adeguata qualità della vita. I servizi in questione possono essere reperiti sia nella forma diretta (attraverso cooperative appaltanti), sia in quella indiretta attraverso personale assunto dalla persona con disabilità stessa.

Come detto, in alternativa si può optare per il contributo di cura (assegnato invece al caregiver familiare) sia come forma di riconoscimento economico dell’attività assistenziale svolta, sia per ingaggiare professionisti che possano sostituire o affiancare il caregiver in frangenti di emergenza o per garantire periodi di riposo.

È importante sottolineare, a scanso di equivoci, che gli emolumenti previsti dalla DGC 15/2018 sono compatibili con il servizio di assistenza domiciliare SAISH e SAISA, diretta ed indiretta, come regolamentati dalla DGC 191/2015.

Ma cosa si intende per disabilità gravissima e chi ha diritto a richiedere l’assegno o il contributo di cura?  Tutti coloro che sono titolari dell’indennità di accompagnamento ai sensi della legge 18/80 con priorità per coloro che si trovano in una delle condizioni previste dall’art. 2 comma 3 del Decreto Interministeriale 26 settembre 2016, come di seguito sintetizzato (per una specificazione più precisa fare riferimento alle fonti normative, nda):

  1. Condizione di coma;
  2. Dipendenza da ventilazione meccanica (24/7);
  3. Grave stato di demenza;
  4. Lesioni spinali tra C0 e C5;
  5. Gravissima compromissione motoria a causa di patologia neurologica o muscolare;
  6. Compresenza di minorazione visiva totale o parziale grave e di ipoacusia grave;
  7. Livello 3 dello spettro autistico con fissazione nei rituali, comportamenti ristretti ed interazione sociale ridottissima;
  8. Ritardo mentale gravissimo o profondo e livello di attività minimo;
  9. Ogni altra persona che necessiti di assistenza continuativa h24 per gravi condizioni psicofisiche.

Il provvedimento, quindi, amplia la platea di destinatari potenziali e riconosce la gravosità assistenziale di una moltitudine di condizioni patologiche. Contestualmente sospende la DGC 358/2013 che riconosceva solo alle persone affette da Sclerosi Laterale Amiotrofica la possibilità di accedere ad un supporto assistenziale integrato e specializzato per rispondere alle peculiari necessità di patologie estremamente gravi e complesse. Senza entrare nel merito dell’equità di questa parte del provvedimento, non si può non riconoscere che emergono alcune criticità a cui i funzionari del Comune di Roma dovranno celermente trovare delle soluzioni:

  1. In base alla nuova delibera (15/2018) potranno richiedere l’assegno di cura solo le persone che si trovano in uno stadio della patologia avanzato. Per quest’ultime però la 358/2013 prevedeva un budget che poteva variare dai 1000,00 ai 2000,00 euro, posto che l’assegno di cura sarà di 800,00 euro si configura la possibilità che ci sia una drastica riduzione, a partire dal 1 marzo 2018, delle risorse da impiegare nell’assistenza integrata con conseguente decremento della quantità e qualità della stessa.
  2. Per gli utenti già in carico la cui condizione non soddisfa i criteri della 15/2018 è previsto il mantenimento della continuità assistenziale, ma per far questo il Comune di Roma dovrà individuare, entro il 1 marzo, risorse ad hoc messe a disposizione dal Dipartimento Politiche Sociali, Sussidiarietà e Salute.
  3. Infine, per coloro che alla data di entrata in vigore della 15/2018 non erano in carico ai servizi sociali, non potranno accedere né all’assegno di cura fino all’aggravarsi della patologia, né potranno avere il supporto economico previsto dalla 358/2013 anche per chi si trovava nei primi stadi della patologia.

Un provvedimento a luci ed ombre quindi, atto più a fornire un supporto piuttosto che puntare ad una vera e propria presa in carico di quest’ultima al fine di garantirne lo svincolo assistenziale e la piena inclusione sociale. Il contributo di cura è il sigillo economico con il quale si sancisce il principio secondo il quale è la famiglia che deve farsi garante dell’accudimento della persona con disabilità, mentre lo Stato fornisce supporti di rado sufficienti e coordinati tra di loro.

Persiste ancora forte la mentalità secondo cui l’alternativa può essere solo il ricovero in una struttura sanitaria. Soprattutto si sottovalutano i costi psicologici e sociali dell’assistere un familiare con disabilità e del farsi assistere da un familiare.

Il sentimento verso il partner, figlio, genitore o fratello viene contaminato, mediato e declinato dalla cura e nella cura. L’individuazione e differenziazione psicologica dei figli è ostacolata dalla onnipresenza del genitore-caregiver. Sensi di colpa e percorsi di autonomia abortiti. Percorsi professionali e di autorealizzazione sacrificati per l’assistenza dei figli. Minor tempo e minor attenzione per gli altri figli, i quali a loro volta sviluppano sentimenti di rabbia e sensi di colpa.

Questi sono solo alcuni dei costi psicologici e sociali del ritenere la famiglia un micro-apparato assistenziale. La famiglia è il luogo dell’affetto e delle relazioni che consentono la crescita psicologica e morale (anche in presenza di disabilità cognitiva gravissima). Il fattore imprescindibile di queste relazioni è l’interdipendenza, perché dove c’è precarietà dei bisogni primari e dipendenza, lo sviluppo psicologico è più difficoltoso ed incerto. L’assistenza delle persone con disabilità è un’attività che richiede grande professionalità, equilibrio psicologico e deontologico. Essa, garantendo i bisogni delle persone con disabilità ne favorisce l’indipendenza e con essa la maturazione psicologica di tutti. Non esiste alcun contributo che possa supplire alla mancanza di tutto ciò.

Per ricevere il contributo è necessario fare domanda. La modulistica e i criteri di assegnazione sono allegati alla delibera 7/2018 di seguito linkata. Per ulteriori informazioni è possibile contattarmi ai recapiti presenti nella pagina Dove ricevo e come contattarmi…

Riferimenti normativi:

Deliberazione Giunta Capitolina Disabilità Gravissime n. 7 del 15 gennaio 2018

DGCDelib. N 358 del 06.09.2013

DGC191/2015

 

 

Un olocausto sotto i nostri occhi…

Aprile 2018 – Attacco con armi chimiche nella Ghouta, Siria.


Febbraio 2018, i bombardamenti su Ghouta,


Se lo sterminio perpetrato dai nazisti nei campi di concentramento verso ebrei, disabili, zingari e omosessuali, fu a lungo coperto dalla segretezza e a lungo si è dibattuto se il mondo fosse al corrente del genocidio messo in atto dalle SS, nessun alibi ci è consentito oggi in cui abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, i crimini di guerra compiuti ai danni di popolazioni inermi da regimi sostenuti da Stati Uniti, Europa e Russia.

Il regime di Assad, sostenuto da quello di Putin, è uno dei più feroci e liberticidi. Così racconta Mazen AlHummada, 40 anni, ex ingegnere a Dar Al Zour, fu catturato dopo aver aiutato una dottoressa a trovare del latte in polvere:

“Mi chiese di urinare sui cadaveri ammassati nel bagno”. Mazen AlHummada, nato quarant’anni fa a Dar Al Zour, città siriana al confine con l’Iraq, ha lo sguardo fisso mentre ricorda la sua prigionia nella carcere siriana del Mezzeh, a Damasco. “Quando vidi la faccia del mio torturatore contro la mia che mi chiedeva di compiere quel gesto, provai una paura indescrivibile. Mi pietrificai. Poi, cominciò a girarmi la testa. Perché Dio mi lasciava ancora in vita: non potevo anch’io morire e venir gettato in un bagno come quei corpi?”.

Per la versione integrale dell’intervista clicca sul post de “Il fatto quotidiano”

Ovunque ci sia un rivolta popolare o delle mobilitazioni per i diritti civili poco dopo sopraggiungono guerra e terrorismo: è successo in Iraq con la rivolta degli sciiti, è successo nei Balcani per le tensioni di autodeterminazione delle popolazioni bosniache e kosovare, così come in Ucraina, in Libia e Tunisia con la primavera araba e dal 2012 in Siria.

Nel 2011 in Siria al movimento di protesta contro il regime di Assad fecero ben presto seguito attentati terroristici e poi la sanguinosa repressione del regime.

Di seguito un’analisi tratta da “La Storia Siamo Noi – Breve Storia del conflitto siriano

Sommariamente possiamo suddividere il lasso di tempo che ci separa dal 15 marzo 2011, data dell’inizio della rivolta, a oggi in tre fasi distinte: la protesta pacifica, l’accendersi del confronto armato, la guerra interna. A ognuna di queste fasi corrisponde un cambiamento nelle pratiche e nelle attitudini del regime e dell’opposizione, oltre che a un progresso della presenza jihadista e qaidista nel paese. 

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La Russia di Putin sostiene il regime di Assad già dallo scorso anno attraverso incursioni aeree e bombardamenti ufficialmente contro l’IS. ma secondo altre fonti i bombardamenti avrebbero colpito anche obiettivi civili e miliziani dell’Esercito Libero Siriano.

 

Ovviamente non poteva sottrarsi dal teatrino Donald Trump, guerrafondaio doc, che utilizzerà il massacro di ieri nella città di Khan Sheikoun, per procedere con bombardamenti su Damasco, producendo altri migliaia di morti fra la popolazione civile. La Terza guerra mondiale dei nostri tempi è una guerra di posizione con la quale si intendono occupare zone strategiche del Medio Oriente e costruire alleanze in previsione della Quarta guerra mondiale…






Mostra “Dimensione Fragile”: finissage 15 marzo

Il libro…


 

 

 

 

 

 

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Lo scorso 7 marzo presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, nell’ambito del ciclo d’incontri “Conferenze all’Accademia” è stato presentato il libro di Roberto Gramiccia, “Elogio della Fragilità”. Alla presentazione oltre a quello dell’autore e dei diversi artisti presenti in sala, si sono potuti apprezzare gli interventi strutturati di Tiziana D’Acchille, Gabriele Simongini e Giuseppe Modica, tutti docenti dell’Accademia di Roma, Alberto Dambruoso, Storico e critico d’arte, docente dell’Accademia di Frosinone, e Giorgio De Finis, Antropologo e Direttore del MACRO.

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L’altare – Equilibrio/Disequilibrio – Chen Zhen 1993

Nel suo libro Gramiccia, racconta di come ha scoperto la sua fragilità e quella delle persone che ha incontrato nella sua vita, e di come ciò, lo abbia portato a pensare ad essa come una condizione universale del genere umano. “Elogio della fragilità” è un testo autobiografico nel quale l’autore racconta il suo impegno nella politica, nella medicina e nell’arte contro l’imbarbarimento, ma anche un coraggioso e lucido atto di accusa contro la famelica e inarrestabile tendenza alla commercializzazione indiscriminata dell’arte. Partendo da tali spunti l’incontro si è spontaneamente trasformato in uno spazio di riflessione e di scambio reciproco, dove la fragilità riconosciuta e raccontata nella vita di tanti artisti ed intellettuali (Gramsci, Leopardi, Scipione, Van Gogh, Close, Petrucciani ecc.) diventa inaspettatamente un valore assoluto, una condizione che invece di indebolire affina la propria sensibilità e la capacità di scoprire l’imprevedibilità delle cose trasformando la sofferenza in arte.

Concludo con la condivisione di un’intervista allo stesso autore di Vittorio Bonanni e, come provocatoriamente suggerito da uno degli oratori citati, consiglio la lettura del libro a tutti coloro, artisti o sedicenti tali, che si ritengono forti ed invincibili.

 


Il manifesto…

Le reazioni e le adesioni suscitate dal libro Elogio della fragilità (ed. Mimesis) di Roberto Gramiccia sono alla base della stesura del Manifesto della fragilità che il mondo dell’arte in particolare ha accolto e fatto proprio, dando vita a fermenti culturali diffusi. L’idea del Manifesto nasce dalla convinzione che la Teoria della fragilità e le indicazioni che il libro propone possano stimolare una discussione proficua e creare le condizioni per il sorgere di un movimento culturale ambizioso. Il Manifesto ruota intorno all’idea che la fragilità possa trasformarsi in forza e vede centinaia di artisti, ma anche personalità della cultura, della politica e della società civile, aderire e confrontarsi su un tema di interesse generale. La fragilità, infatti, si presenta come condizione universale, una connessione maieutica tra debolezza, creatività e riscossa, individuale e collettiva. Per l’occasione si presenta la seconda edizione del libro Elogio della fragilità arricchito di nuovi contenuti.


La mostra…

Il Manifesto verrà ufficialmente presentato nell’inaugurazione della mostra “DIMENSIONE FRAGILE” che vede coinvolti i 200 artisti che in qualche modo, in determinati periodi, per attitudine, poetica, metodo o linguaggio, hanno creato le loro opere nel segno della fragilità.

Si presentano nel Salone Borromini carte di piccolo formato 14×20 cm, realizzate dagli artisti invitati che con il loro segno testimoniano la propria interpretazione di DIMENSIONE FRAGILE. Piccole carte tenute insieme da un comune sentire e che nella lettura unitaria e complessiva possono restituire il senso del “movimento”.

La Biblioteca Vallicelliana, promotrice di numerose iniziative culturali, è una realtà viva e aperta, pronta a sostenere e produrre progetti, idee, fermenti. In questo caso, l’obiettivo è attivare un circuito virtuoso di scambio e confronto artistico e culturale tra alcune nuove tendenze e uno dei luoghi più affascinanti del vasto patrimonio storico artistico italiano. Lo spazio borrominiano dedicato alla conservazione bibliografica e alla ricerca, nondimeno entra in relazione con forme espressive del presente contribuendo a una interpretazione del contemporaneo.

Le opere in mostra verranno donate alla Biblioteca Vallicelliana per la creazione di una collezione che verrà incrementata nei successivi appuntamenti annuali in biblioteca.

In collaborazione con HIDALGO ARTE e I MARTEDI’ CRITICI

OPERE FRAGILI DI:

Ilaria Abbiento – Alessandra Abbruzzese – Ennio Alfani – Franco Altobelli – Nicola Amato – Antonio Ambrosino – Giovanni Anceschi – Valerio Anceschi – Sonia Andresano – Salvatore Anelli – Claudia Angrisani – Enrico Antonelli – Caterina Arcuri – Chiara Arturo – Paolo Assenza – Michele Attianese – Laura Baffi – Mariantonietta Bagliato – Giulia Barone – Ludovica Bastianini – Manuela Bedeschi – Tiziano Bellomi – Isotta Bellomunno – Jacopo Benci – Cinzia Benigni – Paolo Bielli – Sergio Bianchi – Lucia Boccalone – Renata Boero Medini – Claudio Borghi – Adalberto Borioli – Lia Bottanelli – Gennaro Branca – Rossana Bucci – Valeria Cademartori – Ennio Calabria – Silvia Celeste Calcagno – Maurizio Capisani – Pietro Capogrosso – Antonio Carbone – Miki Carone – Roberto Casiraghi – Francesco Castellani – Lucilla Catania – Franco Cenci – Pierluca Cetera – Italo Chiodi – Sonia Cipollari – Angelo Colagrossi – Ferdinando Coloretti – Sabrina Conte – Paolo Guglielmo Conti – Daniela Corbascio – Sonia Costantini – Barbara Crimella – Publia Cruciani – Vittorino Curci – Cristina Cusani – Fernando De Filippi – Anna De Francesco – Luigi Dellatorre – Guillermina De Gennaro – Maria Rita De Giorgio – Giulia Del Papa – Dana De Luca – Federica De Luca – Iginio De Luca – Nino De Luca – Valentina De Martini – Giulio De Mitri – Pietro Di Terlizzi – Paolo Di Nozzi – Elena Diaco Mayer – Chiara Diamantini – Cristiana Di Ricco – Manlio Epifania – Marco Ercoli – Marco Fattori – Ugo Ferrero – Enrico Fico – Mariano Filippetta – Luigi Filograno – Pietro Finelli – Raffaele Fiorella – Danilo Fiorucci – Andrea Fogli – Giovanni Fontana – Stefano Fontebasso de Martino – Paola Fonticoli – Isabelle Fordin – Giancarla Frare – Vincenzo Fratini – Perluigi Fresia – Laura Fusco – Giovanni Gaggia – Maria Stella Gallas – Maria Cristina Galli – Michele Giangrande – Claudia Giannuli – Bruna Ginammi – Nicola Gnesi – Valentina Goretti – Marco Grimaldi – Luca Guatelli – Paolo Iacchetti – Francesco Impellizzeri – Alfonso Maria Isonzo – Iginio Iurilli – Ernesto Jannini – Mario Jerone – Mojmir Jezek – Susanne Kessler – Rada Koželj – Chiprima Kypoy – Cosmo Laera – Lucia Lamberti – Sandra Lazzarini – Micaela Legnaioli – Silvana Leonardi – Maurizio Leoni – Oronzo Liuzzi – Christian Loretti – Federico Losito – Adele Lotito – Massimo Luccioli – Giulia Madiai – Danilo Maestosi – Francesca Macina – Mauro Magni – Angelo Maisto – Vito Maiullari – Elisa Majnoni – Pino Malerba – Cristina Mangini – Marco Manzo – Susy Manzo – Roberta Maola – Antonio Marciano – Anna Marino – Vincenzo Marsiglia – Dunia Mauro – Umberto Meroni – Pierpaolo Miccolis – Roberto Micheli – Ezia Mitolo – Giuseppe Modica – Jose Molina – Riccardo Monachesi – Daniela Monaci – Riccarda Montenero – Albano Morandi – Franco Mulas – Massimo Nardi- Giuseppe Negro – Fabio Nicotera – Daniele Nitti Sotres – Maria Teresa Oliva – Gonzalo Orquin – Luca Padroni – Tommaso Palaia – Alice Paltrinieri – Stefano W. Pasquini – Pippo Patruno – Maria Pia Petrini – Anna Pezzoli – Jasmine Pignatelli – Natale Platania – Teresa Pollidori – Antonella Raio – Stefania Ranghieri – Carlo Alberto Rastelli – Giulia Ripandelli – Tiziana Rivoni – Paola Romoli Venturi – Giulia Ronchetti – Massimo Saverio Ruiu – Mara Ruzza – Antonio Sammartano – Sandro Sanna – Francesco Sannicandro – Alba Savoi – Eugenia Serafini – Lino Sivilli – Skin&Bones Illustration – Elisabetta Sonnino – Jolanda Spagno – Valdi Spagnulo – Osvaldo Spagnulo – Georgina Spengler – Sprout/Baum- Silvia Stucky – Giuseppe Sylos Labini – Patrick Tabarelli – Meri Tancredi – Paolo Tatavitto – KeziaT – Alberto Timossi – Mona Lisa Tina – Isabella Tirelli – Michela Tobiolo – Alberto Torres Hernandez – Stefano Trappolini – Franco Tripodi – Ivano Troisi – Francesca Tulli – Clara Turchi – Oscar Turco – Fosco Valentini – Viviana Valla – Delphine Valli – Mara van Wees – Giorgio Vicentini – Giovanna Vinciguerra – Cecilia Vitiello – Raffaela Vittori – Fiorenzo Zaffina – Serena Zanardi – Virginia Zanetti – Nacho Zubelzu – Emiliano Zucchini


Chimica della fragilita di Roberta Maola “Chimica della fragilità” 2017 di Roberta Maola – Disegno a Matita su Carta

Ghiaccio e sale elementi cristallizzati che, tuttavia, quando si sfiorano si destrutturano vicendevolmente. Qual è l’elemento più forte e qual è il più fragile? Ognuno lungo il proprio cammino prima o poi si confronta con la propria Fragilità sperimentando lo sgomento, il thauma. Ma è proprio l’intrinseca Fragilità degli elementi che consente ad essi di mutare, fluire e ricombinarsi nei costituenti della vita fino a farsi pensiero e sentimento.
In questa antichissima legge possiamo rintracciare la saggezza della Natura che ha fatto della Fragilità la nostra stessa essenza. Non per renderci deboli, ma aperti al cambiamento. Perché la stessa caducità della Vita consentisse il suo ciclo millenario. Prendere coscienza della nostra fragilità esistenziale, piuttosto che indurci ad evitare, ci esorta ad entrare in relazione con l’Altro, confluendo intenzionalmente nel processo di Trasformazione ed integrazione in un’architettura più grande e complessa.


 

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Sono davvero i disabili i parassiti della società?

Mentre il razzismo verso gli immigrati è deflagrato negli ultimi anni in tutta la sua spudorata evidenza con conseguenti politiche di segregazione, in maniera strisciante si sta affermando un pensiero velenoso nei confronti delle persone con disabilità: i disabili sono improduttivi e costano, portano all’incremento di tasse e al deficit, rendono il Paese meno competitivo ergo devono ridurre il più possibile le loro richieste per minimizzare gli oneri fiscali.  Un pensiero che non solo è l’anticamera dell’eliminazione fisica, ma è anche una balla colossale.

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Commento ad un post di Iacopo Melio

Non voglio rispondere sotto il profilo morale che implica sempre una scelta di valori, ma dal punto di vista dell’asettica analisi delle dinamiche economiche che sbugiardano nettamente le fandonie di chi vuole lucrare sull’azzeramento dello Stato Sociale.

I contributi che una persona con disabilità riceve sono ricchezza che viene immediatamente e totalmente rimessa nel circolo economico diventando gettito fiscale e previdenziale o reddito per altre persone le quali a loro volta pagano tasse, contributi e determinano reddito per altre persone ancora, in un circuito virtuoso equilibrato e continuo in cui le risorse messe a disposizione dallo Stato ritornano nelle casse erariali. Ad esempio i contributi erogati per l’assistenza, che sono peraltro sottoposti a rendicontazione, vanno a costituire lo stipendio dell’assistente e i suoi contributi previdenziali. Stipendio sottoposto a tassazione, rispetto al quale vengono versati contributi, che servirà ad acquistare beni e servizi. Detti acquisti sono a loro volta soggetti a tassazione indiretta  e andranno a creare reddito per altre persone e così via. Per il medesimo meccanismo, tutte le altre forme di sostegno all’inclusione sociale delle persone con disabilità attraverso l’acquisto di beni e servizi concorrono a sviluppare ricchezza, reddito e gettito fiscale e previdenziale.

Tuttavia ormai da anni ci ripetono che la differenza tra gettito fiscale e spesa pubblica è per ogni esercizio in disavanzo di diverse centinaia di milioni di euro tanto che il Governo è sempre costretto ad aumentare la pressione fiscale e l’indebitamento pubblico. L’Unione Europea stabilisce regole più o meno rigide per la stabilità economica dei Paesi membri e tutti, come tante pecorelle, puntano il dito contro lavoratori, pensionati, malati, disabili e ovviamente immigrati. La ricetta è sempre la stessa: TAGLIARE diritti, stipendi, pensioni, contributi, ecc. L’ho già detto e lo ripeto è una COLOSSALE BALLA: per ogni persona che usufruisce di servizi c’è un indotto di lavoro che genera ricchezza, non può per tale motivo determinare deficit.

Ma allora dov’è il problema? I fattori che determinano il disavanzo pubblico vanno individuati, in ordine sparso, fra i seguenti.

I traffici illeciti della criminalità organizzata. 

Si stima che il volume d’affari annuo di mafia, ‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita sia pari a 100 miliardi di euro.  Un buco nero che risucchia le risorse economiche prodotte da chi vive e lavora in Italia attraverso il traffico di droga, prostituzione, estorsioni, caporalato, traffico di armi, ecc. La criminalità organizzata non solo sottrae ricchezza al gettito fiscale e previdenziale, ma crea anche danni economici alle piccole e medie aziende con i danni a cose e persone a scopo estorsivo.

Corruzione.

Nonostante il dibattito circa l’effettivo ammontare del costo della corruzione sia ancora in corso e si stanno cercando metodi sistematici per stimarla, è sotto gli occhi di tutti come essa sia un fenomeno capillare e diffuso che  determina un incremento della spesa pubblica a causa dei costi dovuti ad appalti e fatture gonfiate, opere pubbliche incomplete e gestione fraudolenta di industrie, società e banche che costringono lo Stato a sovvenzionarle per scongiurarne il fallimento o ad erogare le indennità di disoccupazione ai lavoratori licenziati.

Italia-aperta-4-630x398Evasione ed elusione fiscale. 

Lavoro nero, mancata dichiarazione di redditi percepiti, trasferimento della sede legale delle grandi società nei cosiddetti paradisi fiscali (così come l’immissione nel mercato italiano dei grandi social network che, pur vendendo servizi ad aziende e persone nel nostro Paese sottostanno al regime fiscale vigente nello Stato in cui hanno la sede legale), la delocalizzazione delle fabbriche in Paesi in cui i lavoratori percepiscono redditi più bassi e hanno minori (o nulle) tutele previdenziali ed assicurative, tutto ciò determina disoccupazione e un conseguente minor gettito fiscale e previdenziale.

Cattiva gestione colposa o dolosa della sicurezza sui posti di lavoro.

Oltre a determinare drammi umani inestimabili, comporta un aggravio dei costi per risarcimento, sovvenzione, riabilitazione e ausili che sacrosantamente vengono erogati agli infortunati sul lavoro. Maggior sensibilizzazione, controlli più severi e ritmi di lavoro meno esasperati porterebbero ad un maggior rispetto per le vite dei lavoratori e un minor costo per le casse dello Stato.

Violazione delle norme ambientali e traffico illecito di rifiuti tossici. 

La Federazione Italiana Medici Pediatri ha stimato che un bambino su tre si ammala per gli effetti dell’inquinamento atmosferico. Un dato che nella sua drammaticità è solo la punta dell’iceberg del fenomeno inquinamento ambientale a cui vanno aggiunte tutte le persone adulte e anziane e i fenomeni di contaminazione del sottosuolo e delle falde acquifere dovuta al traffico di rifiuti tossici.

Accumulo di capitali non soggetti a tassazione.

I guadagni realizzati dalle grandi società, spesso anche attingendo alle risorse dello Stato come nel caso delle grandi industrie farmaceutiche, ristagnano nei conti correnti senza determinare reddito né gettito fiscale.

In conclusione, questi sono solo alcuni dei fenomeni che mettono fortemente in discussione la sostenibilità dello Stato sociale che ormai da anni è continuamente sotto attacco. Lungi dalla pretesa di aver scoperto l’acqua calda e che da domani ci sia un lotta senza quartiere a chi viola la legge mettendo in ginocchio il Paese, il fine di questa disamina è quello, come dichiarato, di smentire l’accusa che i disabili (e tutti gli altri fruitori di servizi socio-sanitari) siano la causa del dissesto economico finanziario dello Stato.  Chi riceve questi servizi non deve sentirsi un peso, bensì deve essere consapevole che gli attacchi ideologici ai servizi sono una manipolazione di comodo finalizzata ad evitare di confrontarsi con i veri problemi e a recuperare risorse economiche spremendo i soggetti più deboli della società.

L’auspicio, a pochi giorni dalla tornata elettorale, è che cittadini ed istituzioni smettano di fare i forti con i deboli e i deboli con i forti e attuino misure di contrasto a questi fenomeni cancerosi.