Gp Singapore. Analisi psicologica di un disastro (sportivo) annunciato.

gpsingaporeSul web, immediatamente dopo la qualifica che vedeva in pole position Vettel e subito a fianco in seconda posizione Verstappen, si ironizzava sul pericolo rappresentato da quest’ultimo che in diverse precedenti occasioni aveva avuto collisioni con i due ferraristi e con il compagno di squadra. Era nell’aria che qualcosa di sinistro sarebbe potuto accadere, poi quando ha iniziato a piovere sul circuito di Marina Bay i timori si trasformati in cupi presentimenti, ma come spesso accade la fantasia supera la più fervida immaginazione.

Il talento non basta se non si riescono a controllare le emozioni sotto pressione. E Sebastian Vettel di pressione ne aveva tanta addosso. Dopo il podio rimediato davanti al pubblico di casa con un distacco abissale dalle frecce d’argento e le pesanti critiche di Marchionne, sulla pista guidata di Singapore favorevole alle caratteristiche tecniche della Ferrari, era ammesso un solo risultato: la vittoria.

Che Vettel fosse carico a mille lo si era capito dalle qualifiche nelle quali aveva sì centrato la pole position, ma urtando il muro piuttosto violentemente rischiando di danneggiare seriamente la sua monoposto. Sarà lui stesso nelle interviste a fine qualifica a dire di essere pieno di adrenalina e che doveva darsi una calmata.

Il giorno della gara sulla griglia di partenza, la tensione emotiva si deve essere trasformata in ansia per le mutate condizioni e l’ansia è diventata panico quando la sua F70 ha pattinato sull’asfalto viscido prima di prendere velocità subendo l’attacco da parte di Verstappen.

Non si potrebbe spiegare altrimenti la manovra “suicida” di tagliare la pista da destra a sinistra nel maldestro tentativo di frenare lo slancio dell’avversario. Vettel si è comportato come se alla fine del rettilineo ci fosse il traguardo e se perdere la prima posizione in partenza significasse perdere tutto. Si è avvicinato pericolosamente a due piloti che avevano la smania di riscattare una stagione avara di risultati, anche loro tutto in una partenza, tutto in un’unica staccata.

Nonostante i 4 titoli mondiali vinti con la RedBull, i risultati mancati in Ferrari lo stanno rendendo molto nervoso e lamentoso nei confronti degli avversari. Dopo tanti episodi di suoi team radio dello scorso anno in cui si è preoccupato più di protestare che di guidare, tutto il suo nervosismo si è eclatantemente mostrato a Baku, quando aveva tamponato prima e successivamente colpito intenzionalmente su una gomma Hamilton per protestare contro la condotta a suo dire poco sportiva di quest’ultimo.

downloadLa smania di emulare il suo idolo Michael Schumacher, di riportarlo simbolicamente in pista dopo il terribile incidente che lo ha gravemente menomato. Le difficoltà di competere contro avversari apparentemente inarrivabili dal punto di vista tecnico. Una squadra che non sempre lo supporta a partire dal suo compagno Raikkonen che mal digerisce il ruolo di seconda guida che poco si addice ad un campione del mondo qual è Kimi a sua volta. Sono queste le ragioni che annebbiano la lucidità di un pilota esperto come Vettel. Sottovalutare l’aspetto psicologico può costare caro a lui e a tutto il team che attende di tornare a vincere il titolo piloti e costruttori ormai da un decennio.

La Formula 1 è fatta sì di velocità e di coraggio nello sfidare le leggi della fisica, ma anche di strategia, calma e pazienza. Lasciarsi impadronire dall’ansia conduce dritto alla concretizzazione delle nostre peggiori paure. Occorre ricordare sempre che tutto ciò che si può perdere in un attimo lo si può recuperare con l’impegno e la determinazione. In alcuni momenti lasciar andare è la cosa migliore da fare.

 

 

Annunci

Immigrati. Rovesciare la realtà per costruire l’odio razziale.

immigrati pomodori

Come in un gigantesco meccanismo di difesa primitivo che rende una persona incapace di un minimo esame di realtà, allo stesso modo la propaganda razzista rovescia completamente i fatti proiettando sugli immigrati la causa di tutti i mali del Paese, spostando l’attenzione dalle effettive cause dei problemi, deresponsabilizzando società e istituzioni.

Affrontare i problemi per tutelare e garantire la salute ed il benessere di tutti, necessita di una visione realistica, sfatando ogni ideologia deformante sia in senso razzista che “terzomondista”.

Gli immigrati diffondono malattie?

Cominciamo dall’ultima recente campagna allarmistica di un noto quotidiano nazionale che addita come responsabili di un’imminente pandemia di malaria in Italia gli immigrati. Per farlo cinicamente trae spunto dalla morte della bambina di Trento a causa di un contagio di malaria, si presume da parte di 2 bambini africani ricoverati nello stesso ospedale.
Alcuni sporadici casi di contagio stanno diventando, così, un’emergenza sanitaria nazionale, nel Paese in cui si beve acqua con uno spritz di arsenico e diserbante, in cui i bambini di Taranto respirano a pieni polmoni diossina e nel quale i migliori chef possono preparare le loro pietanze a base di pomodori e verdure ai rifiuti tossici.
Campagne propagandistiche come queste hanno una moltitudine di effetti negativi quali la diffusione della paura e dell’odio verso le persone provenienti da altri Paesi, la giustificazione di politiche di segregazione, lo spostamento dell’attenzione dalle drammatiche problematiche di carattere ambientale che veramente producono centinaia di migliaia di morti ogni anno.
Non solo, ciò che può contribuire ad una recrudescenza di malattie da contagio debellate da anni sono il sovraffollamento nelle carceri (non solo in Italia, ma anche nei Paesi del nord Africa e del Medio Oriente dove i detenuti versano in condizioni disumane) e nei Cie, nonché la carenza di soluzioni alloggiative dotate di servizi idrici ed igienici adeguati.

D’altronde il problema esiste, ma non a causa degli immigrati: viviamo in un mondo sempre più interconnesso in cui i viaggi internazionali per motivi di turismo e lavoro da e per i Paesi tropicali sono all’ordine del giorno, sarebbe assurdo pensare di risolvere il problema pensando di negare asilo a rifugiati, profughi e immigrati. Il problema esiste e miete vittime (830 mila persone all’anno) soprattutto nei Paesi tropicali a causa del sottosviluppo, del sovraffollamento e delle discariche a cielo aperto dove finiscono anche i rifiuti delle nostre metropoli e delle nostre industrie.

L’unico modo per proteggerci dalle malattie è quello di rendere la terra un Paese fermare l’inquinamento e i disastri idrogeologici. 

Gli immigrati stuprano le donne italiane?

I fatti di Rimini nella loro drammaticità hanno dato la possibilità di dare grande sostanza emozionale al pregiudizio arcaico che gli africani e le persone religione musulmana in generale abbiano un’innata propensione allo stupro. Le polemiche scatenate per la violenza su 2 donne da parte di 4 nordafricani, ha spazzato via il clamore suscitato dal violento sgombero dell’immobile di via Curtatone a Roma nel quale aveva trovato rifugio, seppur abusivamente, una piccola comunità di immigrati e rifugiati, tra cui anche donne, anziani e bambini. Da quando è stata diffusa la notizia dello stupro, la stampa non si è più occupata delle vicissitudini degli immigrati sgomberati: ad oggi sono celate all’opinione pubblica le loro sorti.

Inevitabile notare che sotto il profilo propagandistico il dramma delle due donne violentate è stata manna dal cielo per chi viveva con imbarazzo le critiche alle forze dell’ordine e alle istituzioni per la cattiva gestione dell’emergenza migranti.

D’altro canto onestà intellettuale ci obbliga a riconoscere che la cronaca ha documentato casi di violenza perpetrati da uomini non italiani tuttavia il punto è che non esiste alcuna giustificazione per affermare che lo stupro sia una prerogativa degli immigrati e che la soluzione sia il respingimento indiscriminato. L’unica cosa che si può affermare con certezza è che lo stupro e la violenza sono prerogative maschili.

Un’indagine ISTAT evidenzia che nel 62% dei casi gli stupri vengono perpetrati da partner o ex e che le donne italiane e quelle straniere subiscono violenza in percentuale equivalente.   Questi dati hanno come corollario 2 considerazioni:

  1. gli uomini italiani o stranieri si equivalgono nella propensione alla violenza sulle donne e quindi non è giustificata né la posizione razzista che addita solo gli stranieri, né quella buonista che sottovaluta la possibilità che un immigrato possa diventare violento;
  2. non è giustificabile alcuna politica di espulsione sommaria che riguarderebbe anche le donne che verrebbero ricacciate nei luoghi di provenienza o peggio ancora nelle carceri libiche, dove violenze stupri e torture sono all’ordine del giorno.

A queste considerazioni ne vanno aggiunte altre che ci fanno comprendere come i dati sulla violenza subita dalle donne immigrate e agita dagli italiani è sottostimato:

  1. le donne immigrate molte volte vivono in condizioni di semi-schiavitù che ostacolano l’accesso ai sondaggi e alle denunce ufficiali (vedi inchiesta Espresso sulle schiave rumene nel ragusano o le donne costrette a prostituirsi);
  2. la pratica di fare sesso con prostitute, nella maggior parte dei casi donne straniere, messa in atto prevalentemente da italiani, è un abuso se non una violenza sessuale vera e propria, con l’unica differenza che la coercizione è agita da altri uomini, i protettori, piuttosto che da chi “consuma” l’atto sessuale. Inoltre, molti uomini pretendono di avere rapporti non protetti trasmettendo malattie o fecondando donne che poi saranno costrette ad abortire o peggio ancora a vendere i propri figli. Insomma, un domino di violenze inaudite che ha inizio con il rapimento e gli stupri per annichilire la loro volontà prima di essere gettate sul marciapiede alla mercé di uomini frustrati e patetici, che nell’ambito del rapporto protetto prostituta-cliente, si abbandonano a comportamenti sessuali brutali.

D’altro canto, che in tutto il mondo esistono organizzazioni criminali o terroristiche che lucrano sul corpo delle donne ed usano lo stupro come arma di annichilimento psicologico (vedi stupri etnici in Bosnia, Africa centrale, Sri Lanka e molti altri posti del mondo). Non è possibile escludere che i criminali di guerra sadici che hanno martirizzato le donne in questi Paesi in guerra possano far ingresso in Italia per perpetrare i loro comportamenti criminali. Ma chiudere le frontiere a tutti, donne, uomini e bambini indiscriminatamente, vittime e carnefici, sarebbe un’ulteriore violenza ed un’ingiustizia che rifarebbe ripiombare nell’inferno centinaia di migliaia di persone innocenti.

Bisogna perseguire i colpevoli ed aiutare gli innocenti, non fare politiche di deportazione di massa indiscriminate.

Riferimenti

http://www.unric.org/it/attualita/27989-la-violenza-sessuale-uno-strumento-di-guerra

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/08/26/donne-umiliate.html

http://www.aslrmf.it/joomla/index.php/informazioni-dalla-asl/campagne-di-interesse-pubblico/acque-potabili

“Melito di Porto Salvo, 13enne violentata dal branco guidato dal figlio del boss: “La madre sapeva tutto, ma ha taciuto”

Malaria, Morrone: “Collegarla ai migranti è scientificamente ridicolo”

Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero

La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia

http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2017/08/08/news/libia-172648143/

https://www.internazionale.it/notizie/2017/01/10/accordo-italia-libia-migranti

https://www.internazionale.it/notizie/annalisa-camilli/2017/04/12/decreto-minniti-orlando-legge

 

 

Servizio di Consulenza Psicologica per italiani all’estero

aeroplanoA chi è rivolto?

Secondo il rapporto Migrantes gli italiani che vivono all’estero sono quasi 5 milioni con un incremento solo nel 2015 di 107 mila iscritti nell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire).

Principalmente a lasciare il Paese di origine sono giovani e adulti in età lavorativa alla ricerca di un’occupazione più gratificante, ma ci sono anche tanti bambini e, in misura, minore anziani che scelgono residenze più tranquille ed economiche per godersi l’agognata pensione.

Perché richiedere un sostegno psicologico?

Quale che sia la ragione che spinge i nostri concittadini a lasciare l’Italia, che sia stata una scelta volontaria o forzata, quali che siano le condizioni della nuova collocazione, esistono svariati fattori che possono far insorgere un sottile senso di disagio psicologico a cui prestare attenzione per evitare evoluzioni in senso patologico:

  • la lontananza fisica dagli affetti (genitori, fratelli, amici e partner);
  • le difficoltà relazionali derivanti in alcuni casi dalla non condivisione della scelta di partire;
  • il drastico cambio di abitudini, punti di riferimento, sapori e odori tipici del luogo di provenienza;
  • le difficoltà di costruire relazioni nuove e di trovare una comunità di riferimento;
  • le differenze culturali che possono comportare difficoltà di comprensione più profonda.

Per tutti questi motivi si stanno diffondendo servizi di consulenza psicologica in video-chat per supportare nel momento del disagio e orientare verso la costruzione di nuove relazioni e/o ricercare modalità a distanza di conservazione di quelle originarie.

Perché richiedere un sostegno psicologico a distanza?

A volte non è facile trovare uno psicologo nel territorio del Paese ospitante che parla italiano e le difficoltà di lingua, oltre che di cultura, possono essere un ostacolo molto difficile da superare per avere un trattamento efficace.

Come funziona? 

Per usufruire del servizio è necessario disporre:

  1. di una buona connessione ADSL FLAT (NON A CONSUMO) PROTETTA;
  2. di un luogo riservato dove parlare liberamente senza intromissioni;
  3. di un account su piattaforme per videochat quali Skype o Facebook.

Se si hanno questi requisiti è possibile fare richiesta contattandomi ai seguenti recapiti: Tel.: +393478468667 –  email: info@bizzarrilelio. Whatsapp: 3478468667 – Skype: lelio.bizzarri. Dopo un breve colloquio gratuito di conoscenza si fisserà il primo incontro di consulenza vera e propria di 1 ora. 

Per conoscermi un po’ meglio prima di contattarmi puoi:

  1. verificare la mia iscrizione all’Ordine degli psicologi del Lazio;
  2. verificare l’assenza di procedimenti disciplinari a mio carico pregressi o in corso;
  3. visitare il resto del mio sito;
  4. visitare il mio profilo Facebook;
  5. visitare il mio profilo LinkedIn;

N. B. La videochat è totalmente riservata in quanto sfrutta la connessione protetta ed è garantita l’intimità del setting. 

Costi è modalità di pagamento?

Il costo è di 35,00 euro per ogni sessione di 1 ora. Il pagamento può avvenire tramite Conto Paypal o carta di credito senza costi aggiuntivi.

Cosa non è?

Non è un servizio di psicodiagnosi e non è un servizio di psicoterapia. Considerato che il decalogo del CNOP circa le modalità più corrette per l’erogazione di servizi psicologici a distanza, raccomanda sempre una conoscenza pregressa in presenza per i servizi di psicoterapia e psicodiagnosi, non posso prendere in carico persone che hanno già in atto processi psicopatologici diagnosticabili secondo i criteri del DSM V. Laddove ravvisassi segni che possano far ipotizzare una patologia in atto, il servizio di consulenza sarà finalizzato unicamente all’orientamento verso un servizio di psicodiagnosi e psicoterapia sul territorio di appartenenza.

 

Un olocausto sotto i nostri occhi…

Se lo sterminio perpetrato dai nazisti nei campi di concentramento verso ebrei, disabili, zingari e omosessuali, fu a lungo coperto dalla segretezza e a lungo si è dibattuto se il mondo fosse al corrente del genocidio messo in atto dalle SS, nessun alibi ci è consentito oggi in cui abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, i crimini di guerra compiuti ai danni di popolazioni inermi da regimi sostenuti da Stati Uniti, Europa e Russia.

Il regime di Assad, sostenuto da quello di Putin, è uno dei più feroci e liberticidi. Così racconta Mazen AlHummada, 40 anni, ex ingegnere a Dar Al Zour, fu catturato dopo aver aiutato una dottoressa a trovare del latte in polvere:

“Mi chiese di urinare sui cadaveri ammassati nel bagno”. Mazen AlHummada, nato quarant’anni fa a Dar Al Zour, città siriana al confine con l’Iraq, ha lo sguardo fisso mentre ricorda la sua prigionia nella carcere siriana del Mezzeh, a Damasco. “Quando vidi la faccia del mio torturatore contro la mia che mi chiedeva di compiere quel gesto, provai una paura indescrivibile. Mi pietrificai. Poi, cominciò a girarmi la testa. Perché Dio mi lasciava ancora in vita: non potevo anch’io morire e venir gettato in un bagno come quei corpi?”.

Per la versione integrale dell’intervista clicca sul post de “Il fatto quotidiano”

Ovunque ci sia un rivolta popolare o delle mobilitazioni per i diritti civili poco dopo sopraggiungono guerra e terrorismo: è successo in Iraq con la rivolta degli sciiti, è successo nei Balcani per le tensioni di autodeterminazione delle popolazioni bosniache e kosovare, così come in Ucraina, in Libia e Tunisia con la primavera araba e dal 2012 in Siria.

Nel 2011 in Siria al movimento di protesta contro il regime di Assad fecero ben presto seguito attentati terroristici e poi la sanguinosa repressione del regime.

Di seguito un’analisi tratta da “La Storia Siamo Noi – Breve Storia del conflitto siriano

Sommariamente possiamo suddividere il lasso di tempo che ci separa dal 15 marzo 2011, data dell’inizio della rivolta, a oggi in tre fasi distinte: la protesta pacifica, l’accendersi del confronto armato, la guerra interna. A ognuna di queste fasi corrisponde un cambiamento nelle pratiche e nelle attitudini del regime e dell’opposizione, oltre che a un progresso della presenza jihadista e qaidista nel paese. 

download

La Russia di Putin sostiene il regime di Assad già dallo scorso anno attraverso incursioni aeree e bombardamenti ufficialmente contro l’IS. ma secondo altre fonti i bombardamenti avrebbero colpito anche obiettivi civili e miliziani dell’Esercito Libero Siriano.

 

Ovviamente non poteva sottrarsi dal teatrino Donald Trump, guerrafondaio doc, che utilizzerà il massacro di ieri nella città di Khan Sheikoun, per procedere con bombardamenti su Damasco, producendo altri migliaia di morti fra la popolazione civile. La Terza guerra mondiale dei nostri tempi è una guerra di posizione con la quale si intendono occupare zone strategiche del Medio Oriente e costruire alleanze in previsione della Quarta guerra mondiale…

 

 

Primo trapianto di testa in un essere umano.

Screenshot-2017-03-28_13.04Programmato per dicembre 2017 dovrebbe essere condotto dal neurochirurgo italiano Sergio Canavero che lo sta programmando da 30 anni. E’ previsto che venga condotto su un paziente malato terminale, Valery Spiridonov, che soffre di una rara forma di Atrofia Spinale Muscolare.

Nelle previsioni di Canavero l’operazione richiederà il congelamento della sua testa a -15 gradi centigradi e la riconnessione ad un corpo donato da una persona cerebralmente morta. I nervi del midollo spinale fra la testa e il corpo verranno fusi insieme attraverso glicol polietilene. Il costo dell’operazione è di 11 milioni di dollari e durerà 36 ore. Inoltre, coinvolgerà un’equipe di 150 persone tra medici ed infermieri.

E’ inconfutabile che una delle più forti motivazioni dell’essere umano sia quella di andare oltre i grandi limiti esistenziali imposti dalla stessa natura umana: la malattia e la morte. Questa motivazione spinge gli uomini ad immaginare, progettare e realizzare imprese che sembrano impossibili.

La corsa verso il progresso, però, non è supportata da una riflessione filosofica e psicologica che possa stare al passo con innovazioni che hanno un impatto imprevedibilmente rivoluzionario sull’ambiente che ci circonda, sui rapporti sociali e fin nella più intima natura dell’essere umano. Allo stato attuale nessuno può immaginare quale potrà essere la reazione di un cervello che dopo aver vissuto per 30 in un corpo rispetto al quale ha dovuto modificare ripetutamente lo schema per consapevolizzare i mutamenti dettati dalla patologia degenerativa, dovrà poi trovarsi ad interfacciarsi con un corpo totalmente diverso con funzionalità che probabilmente non ha mai sperimentato (ci sono forme di SMA che fin dalla nascita compromettono la deambulazione).

In un esercizio del tutto speculativo possiamo solo provare a mettere sul piatto alcuni dilemmi etici: un’operazione che costa 100 milioni di dollari dovrebbe essere resa accessibile a tutte le persone disabili o solo a chi se la può permettere? Dovrebbe essere realizzata su tutti i bambini cui viene diagnosticata la patologia degenerativa per dare la possibilità al cervello ancora plastico di adattarsi meglio al nuovo corpo o solo nella fase terminale di quest’ultima? Quali limitazioni dovrebbe avere: rivolgersi solo a chi è affetto da patologie degenerative che portano all’immobilità totale e alla morte o può rivolgersi anche a persone che diventano paraplegiche? Diventerà una pratica di chirurgia estetica estrema? Come tutelare le persone più deboli dal traffico illegale di corpi come accade oggi nei Paesi più arretrati in cui bambini scompaiono i loro organi venduti al mercato nero?

Domande capziose e forse anche un po’ oscurantiste, di fronte alla grandezza della scoperta scientifica e alla grande impresa di restituire un corpo funzionante a chi per una vita ha convissuto con un corpo menomato… Domande sofistiche forse… che, però, in futuro neanche troppo lontano potrebbero diventare realtà ed è meglio farsi trovare preparati.

Fonti:

Pagina Scienza e Natura di Hashem Al-Ghaili;

Intervista al dr. Sergio Canavero e  Valery Spiridonov a Le Iene.

 

Fragilità, il vero valore assoluto?


Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Lo scorso 7 marzo presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, nell’ambito del ciclo d’incontri “Conferenze all’Accademia” è stato presentato il libro di Roberto Gramiccia, “Elogio della Fragilità”. Alla presentazione oltre a quello dell’autore e dei diversi artisti presenti in sala, si sono potuti apprezzare gli interventi strutturati di Tiziana D’Acchille, Gabriele Simongini e Giuseppe Modica, tutti docenti dell’Accademia di Roma, Alberto Dambruoso, Storico e critico d’arte, docente dell’Accademia di Frosinone, e Giorgio De Finis, Antropologo e Direttore del MAAM.

_arte_pittura-scultura-istallazioni_chenzhen_17_bassa
L’altare – Equilibrio/Disequilibrio – Chen Zhen 1993

Nel suo libro Gramiccia, racconta di come ha scoperto la sua fragilità e quella delle persone che ha incontrato nella sua vita, e di come ciò, lo abbia portato a pensare ad essa come una condizione universale del genere umano. “Elogio della fragilità” è un testo autobiografico nel quale l’autore racconta il suo impegno nella politica, nella medicina e nell’arte contro l’imbarbarimento, ma anche un coraggioso e lucido atto di accusa contro la famelica e inarrestabile tendenza alla commercializzazione indiscriminata dell’arte. Partendo da tali spunti l’incontro si è spontaneamente trasformato in uno spazio di riflessione e di scambio reciproco, dove la fragilità riconosciuta e raccontata nella vita di tanti artisti ed intellettuali (Gramsci, Leopardi, Scipione, Van Gogh, Close, Petrucciani ecc.) diventa inaspettatamente un valore assoluto, una condizione che invece di indebolire affina la propria sensibilità e la capacità di scoprire l’imprevedibilità delle cose trasformando la sofferenza in arte.

Concludo con la condivisione di un’intervista allo stesso autore di Vittorio Bonanni e, come provocatoriamente suggerito da uno degli oratori citati, consiglio la lettura del libro a tutti coloro, artisti o sedicenti tali, che si ritengono forti ed invincibili.

 


Caro Checco ti facciamo il… BIP!

Pubblicato anche un mio articolo sul BLOG dell’Ordine degli Psicologi del Lazio su “Il fatto quotidiano”.

14518434_1059042867546912_633095889_n



checco-zalone

La ricerca è importante… soprattutto nel campo delle patologie degenerative. Chi vive una condizione disabilità stabile riesce a trovare il più delle volte un equilibrio ci si attrezza, si prendono contromisure e la vita va avanti. Una persona affetta da una patologia degenerativa è costretta a continui riadattamenti ad un corpo che perde progressivamente abilità e limita sempre di più la propria autonomia. Oggi la ricerca ha prodotto risultati davvero buoni si consideri che la speranza di vita di certe patologie degenerative si è raddoppiata e con una buona qualità della vita.

Riuscire a produrre uno spot che faccia affluire quanti più fondi per la ricerca è una cosa buona ed usare una modalità paradossale e che sfrutta l’ambivalenza delle persone può essere un’intelligentissima operazione di marketing.

Occhio però ai messaggi impliciti che lo spot veicola! A mio avviso esso fa pensare a due mondi che sono inevitabilmente destinati a confliggere. È un po’ come se dicesse: “i disabili si approfittano della loro condizione, facciamoli guarire così non hanno più scuse”… Mirko (il piccolo protagonista) ha dei comportamenti molesti gratuiti, non dettati dalle necessità della disabilità: come sbattere sulla macchina senza scusarsi, giocare alla play a tutto volume di notte, dire al padre di non spostarsi anche se ci vorrebbe un attimo per far passare la persona che va di fretta. Il bambino viene ritratto, in questo modo, come se facesse leva sul “potere” che gli dà la disabilità e il fatto che tutti contengono Zalone dal “cantargliene quattro” perché non sta bene rimproverare un ragazzino sulla sedia rotelle. E’ un po’ come se l’autore dello spot, abbia voluto sfruttare la rabbia verso le persone disabili per fare uno spot diverso e per tale motivo attraente, ma anche di legittimarla attraverso comportamenti scorretti dei disabili e delle famiglie che non danno l’educazione ai figli perché anche loro stessi colti da un senso di sudditanza psicologica verso un bambino affetto da una terribile malattia. Alla fine le persone disabili vengono sottilmente biasimate e in questo modo si mette in evidenza il bisogno di legittimare una rabbia che evidentemente è più intensa di quanto non si sospetti visto che si trova la necessità di giustificarla. Il rischio, inoltre, è che cadano nello stesso calderone, sia le giuste rivendicazioni, utili ad affermare i diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie, sia i comportamenti sopra le righe ingiustificati con conseguente neutralizzazione dei primi.

Eutanasia. E’ stato fatto tutto il possibile?

Dopo aver trattato altrove il tema dell’eutanasia, torno ad occuparmene a causa della stringente attualità del tema dettata dalla notizia che in Belgio i genitori di un minore hanno autorizzato i medici ad indurre nel figlio la cosiddetta “dolce morte” come previsto dalla legge belga, nonché dalla presentazione avvenuta il 12 settembre scorso presso il Senato della Repubblica italiana, di un Disegno di Legge per la legalizzazione dell’eutanasia.

Riconoscere/esercitare il diritto, a mio avviso inalienabile, di chiedere ai medici di indurre la propria morte in modo indolore, comporta una gigantesca responsabilità derivante dal valore intrinseco di ogni vita e dal fatto che la vita in prossimità della morte ha ancora più importanza: la fase terminale della vita di una persona deve poter essere il tempo dedicato a valorizzare gli affetti, a recuperare le relazioni incrinate, a chiudere le questioni sospese, a curare il proprio lascito materiale e, soprattutto, morale a chi rimane. Non può e non deve essere il tempo del dolore, dell’angoscia e della sofferenza.

Perciò uno Stato civile che voglia riconoscere il diritto di eutanasia ai propri cittadini più sfortunati, ha l’obbligo di assicurare che essa sia effettivamente l’unica strada percorribile, una misura estrema dopo che siano stati forniti tutti i supporti utili ed efficaci a garantire il miglior livello di qualità della vita e che le persone coinvolte siano state messe in condizione di scegliere con la massima consapevolezza piuttosto che sull’onda della disperazione.

Sì sa infatti che il dolore cronico, la disabilità che una patologia terminale può comportare, la prospettiva della morte a breve termine, l’essere oggetto di trattamenti terapeutici invasivi o di pratiche assistenziali che violano la privacy, pensare che la propria malattia è fonte di dolore o disagio per i familiari, non poter contribuire più come soggetti attivi al menage familiare o alle attività sociali,  sono condizioni che getterebbero chiunque in uno stato di prostrazione tale da influenzare inevitabilmente il livello di consapevolezza e da condizionare il processo decisionale.

A tal proposito c’è da constatare che ad oggi in Italia:

  1. meno della metà dei malati che necessitano di cure palliative riescono ad accedervi;
  2. le cure palliative ospedaliere non rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza;
  3. un intervento domiciliare di cure palliative viene posto in essere a patto che ci sia un familiare o assistente familiare che faccia da riferimento all’equipe;
  4. non esiste una sinergia tra la rete di centri per le cure palliative residenziali e quella dei servizi domiciliari: tale mancata sinergia determina la condizione di ricorso al ricovero per accedere alle CP più alto di quanto non sia effettivamente necessario;
  5. la famiglia del malato rimane il principale supporto assistenziale.

Fonte: STRUTTURA ED ORGANIZZAZIONE DI UNA UNITÀ DI CURE PALLIATIVE E DEFINIZIONE DEI CRITERI DI ELEGGIBILITÀ PER LA PRESA IN CARICO DEI MALATI

Una situazione come questa non mette in condizione la persona e i familiari di avere una visione lucida della situazione che  consenta una decisione serena… è molto forte la possibilità che l’eutanasia venga vista come la via di fuga da una situazione che è diventata insostenibile per carenze assistenziali.

Accanto ad un efficace trattamento del dolore cronico e un livello assistenziale adeguato è necessario fornire supporto psicologico alla persona ed alla famiglia:

  1. le condizioni sopraelencate posso determinare un intenso stato di rabbia che può essere ora riversata sui caregiver, ora retroflessa sul malato stesso: entrambe le dinamiche determinano meccanismi intrapsichici e relazionali potenzialmente forieri di sentimenti e pensieri depressivi;
  2. i familiari possono sperimentare emozioni opposte ed ambivalenti quali dolore e rabbia, desiderio di stare accanto alla persona amata e al contempo di fuggire da una situazione angosciante e faticosa: il supporto psicologico è fondamentale per limitare le ferite psicologiche e valorizzare il tempo che rimane alla persona malata;
  3. affrontare la morte e il suo mistero porta con sé anche sentimenti di angoscia e di paura che hanno bisogno di una presenza empatica che accompagni la persona nell’estremo passaggio;
  4. allo stesso tempo i familiari possono provare un dolore troppo forte nella separazione, tale da fare resistenza e indurre la persona malata a subire sofferenze che non possono in alcun modo essere alleviate: anche rispetto a ciò il sostegno psicologico consente l’espressione delle emozioni di dolore, in maniera che non investano il malato o non determinino il fissarsi su posizioni di cura oltransiste.

Nell’affrontare la malattia terminale, il dolore, la sofferenza e la morte è opportuno mettere in condizione la persona malata e i suoi familiari di ricercare un senso nel destino di dolore a cui stanno andando incontro attraverso sessioni di counseling filosofico. Nessuna persona al mondo può dire che cosa ci sia dopo la morte ed è diritto della persona malata avere la possibilità di interrogarsi sul mistero al fine di affrontare con consapevolezza la scelta di esercitare il proprio diritto all’eutanasia (che ricordiamo in Italia non è ancora riconosciuto).

Ancora più spinosa diventa la questione nel momento in cui sono coinvolti bambini (sottolineiamo che la legge Belga  non pone alcun limite inferiore di età, a differenza di quella Olandese che riconosce il diritto all’eutanasia a partire dai 12 anni di età o della DDL presentato in Italia che stabilisce il requisito della maggiore età). O ancora più complesse le situazioni in sono coinvolte persone che a causa di gravi handicap intellettivi o della comunicazione hanno maggiori difficoltà ad esprimere la loro volontà.

In entrambi i casi è enorme la responsabilità e il tormento dei familiari che devono decidere cercando di decodificare il volere della persona malata,  immedesimandosi con quest’ultima o sulla base dei loro sentimenti e desideri. Un dilemma atroce che in ogni caso segna profondamente l’animo delle persone coinvolte.


Sessualità e disabilità: intervista a Lelio Bizzarri

Di seguito ri-pubblico una mia intervista del 2010 a cura della dr.ssa Manuela Lobefaro… temi sempre attuali. 


kelly-perks-bevington-1-718292
Kelly Perks-Bevington ha un problema al midollo spinale che l’ha bloccata sulla sedia a rotelle quando aveva 11 anni ma sei mesi fa si è sposata con il suo fidanzato Jaz e, dice, “solo il giorno del nostro matrimonio l’abbiamo fatto 3 o 4 volte”. Kelly dice che i pregiudizi della gente riguardo ai disabili possono essere davvero imbarazzanti: “Dopo le nozze ordinai un cocktail dalla camera dell’hotel e il cameriere portò il conto a mio fratello pensando che fosse lui mio marito, semplicemente perché anche lui era in carrozzina!”

Per conoscerla meglio, Dott. Bizzarri di cosa si occupa? Sono uno psicologo e mi occupo di consulenze psicologiche mirate alla prevenzione del disagio e alla promozione della qualità della vita. I miei interventi sono spesso rivolti a persone che in prima persona vivono la condizione di disabilità oppure che per motivi di legami familiari o per lavoro hanno a che fare con la disabilità. Ho promosso e condotto corsi di formazione e sensibilizzazione rivolti a questa particolare popolazione in particolare sulla tematica della sessualità e dello sviluppo del senso di autonomia ed autodeterminazione delle persone con disabilità. Sono stato anche Consigliere dell’Ordine degli Psicologi durante il mandato 2009-2013 e per questo mi sono anche occupato dell’organizzazione di campagne di sensibilizzazione della cittadinanza a prendersi cura del loro benessere psicologico.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di corsi di formazione nell’ambito dell’affettività, dei sentimenti e dell’educazione sessuale nelle persone con disabilità? Uno degli aspetti che mi ha stimolato è sicuramente il fatto che fosse un tema poco esplorato ed approfondito. Avevo letto qualche libro in proposito e tutti mi sembravano un po’ a senso unico, sottolineando esclusivamente gli aspetti negativi della questione: i rifiuti, le delusioni, i rischi legati all’abuso e alle gravidanze indesiderate, le problematiche relative al controllo degli impulsi, ecc. Essendo io oltre un addetto ai lavori, anche una persona che viveva questa dimensione sulla propria pelle, avevo un punto di vista privilegiato per essere consapevole del fatto che il binomio sessualità e disabilità non è solo sofferenza, ma anche gioia profonda. Avevo sperimentato nel mio sviluppo personale come la sessualità per una persona disabile in particolare può essere un grande ponte per accedere al mondo cosiddetto della “normalità” e mi stimolava l’idea di condividere questa esperienza e verificare la sua generalizzabilità anche ad altre persone e ad altre forme di disabilità.

Durante le esposizioni sulle tematiche della sessualità nella disabilità, ha mai provato una sensazione di disagio, considerando il silenzio che avvolge questa tematica? No devo dire che non ho mai provato disagio anche perché comunque ho affrontato la tematica più da tecnico che esponendo le mie esperienze personali. Esse sono state per me un punto di riferimento e di confronto con le aspettative e le esperienze altrui, ma mai oggetto di discussione dei miei interventi anche perché le esperienze in sé e per sé non hanno un valore per l’altro che ha un vissuto differente, possono essere prese come pietra di paragone, ma non ritenute un qualcosa che può essere riproposto tale e quale nella vita altrui. Ho sempre riscontrato molto interesse da parte di operatori, familiari e persone con disabilità che sentivano proprio il bisogno di parlare di questa tematica proprio in virtù del fatto che non esistevano spazi alternativi per condividere. In alcuni casi c’erano richieste di aiuto vere e proprie rispetto a situazioni più problematiche legate al comportamento sessuale di ragazzi con grave ritardo mentale o autismo. Il fatto di aver approcciato il tema con serenità e con un atteggiamento possibilista e legittimante comunicava molta speranza ed era già in parte funzionale ad un livello superiore di benessere perché attenuava l’ansia e dava il permesso di vivere questa dimensione della vita.

boudoir
“Si può essere donna anche se non perfetta. Questa idea può fare spazio a diverse argomentazioni: far pensare che un corpo femminile in reggiseno non è un oggetto, far riflettere sul problema del bullismo verso chi è perepito come dverso, ma anche su quello dei disturbi alimentari vissuti da chi non si accetta per come è. Occorre capire quello che vuole nascere dietro a questo progetto.” Tratto dall’intervista di Superabile Inail Maggio 2016 a Valentina Tomirotti – Impiegata nei servizi sociali del Comune di Porto Mantovano laureata in Scienze della comunicazione specializzazione in giornalismo. Blogger: pepitosablog.com.

Il tabù intorno al tema della sessualità nella disabilità è un ostacolo che, secondo lei, parte principalmente dalla società o dalla famiglia?Beh diciamo che per la Società è più facile accettare che le persone con disabilità si vivano la propria sessualità, in quanto di solito tutte le difficoltà implicate se ne fa carico la famiglia laddove la persona disabile stessa non riesce a gestire le situazioni. Certo che se invece poi parliamo di come le istituzioni si impegnano con programmi di sostegno pratico e psicologico alle persone disabili che contribuiscano a creare le condizioni propedeutiche al vivere la sessualità in maniera soddisfacente, è evidente che la crisi dei servizi sociali che stiamo attraversando sia un impedimento molto più marcato di quello che fanno le famiglie. Per fare un esempio è evidente che per un ragazzo disabile sia molto difficile vivere la propria sessualità se non ha i mezzi e le possibilità per uscire, fare amicizie, conoscere altre ragazze ed eventualmente allacciare relazioni sentimentali. Il riconoscimento della Società intesa come istituzioni e servizi è solo formale dato che non c’è poi quel sostegno che sarebbe opportuno desse alle persone disabili e viene delegato tutto al singolo o alla famiglia. Se ci fossero più servizi e le cose fossero meno difficili, anche le famiglie sarebbe più tranquille nel lasciare spazio e autonomia ai figli/fratelli. In sintesi, agevolare l’emancipazione dalla famiglia delle persone disabili comporta automaticamente la possibilità da parte di tutti di vivere la sessualità più serenamente.

Durante le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati, quali sono gli ostacoli maggiormente riscontrati? Un problema strutturale è legato alla continuità dei progetti che purtroppo anche qui è inficiata dalla difficoltà di reperire risorse economiche. Rispetto al lavoro in sé e per sé la parte più difficile è quella di modificare gli atteggiamenti di base che sottostanno ai copioni comportamentali. Il lavoro di espressione e condivisione delle emozioni dà molte soddisfazioni e benefici, ma purtroppo quando si cerca di fare un lavoro un po’ più profondo si è già arrivati al termine del percorso. La parte psicoeducativa dell’intervento può dare solo frutti parziali in quanto molto spesso è necessario intervenire sugli stili di attaccamento e su complessi emotivi molto resistenti e questo necessita molto tempo in quanto non è sufficiente comunicare quali sono le cose più giuste da fare per far in modo che esse vengano fatte.

coppia-disabiliDopo le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati ha avuto dei riscontri positivi, come ad esempio più tranquillità nell’affrontare la tematica dell’amore? Sì come ho detto prima, la condivisione dà molti risultati positivi in particolare il confronto fra persone con disabilità consente di acquisire fiducia e un senso di legittimazione che porta ad uscire dal guscio. Ovvio che poi nel relazionarsi con le persone da un punto di vista erotico-sentimentale ci si può imbattere in delusioni e contrattempi, ma il fatto di avere uno spazio di condivisione aiuta molto. A volte questo tipo di setting può agevolare l’accettazione di avere relazioni e flirt con persone che condividono la condizione di disabilità a volte del tutto rifiutata, soprattutto dai giovani. Con ciò non voglio dire che una persona disabile dovrebbe farsi piacere per forza un’altra persona disabile, ma neanche escluderla a priori. Tante relazioni e storie d’amore che danno molte soddisfazioni, si allacciano tra persone entrambe disabili.

In molti paesi europei è ormai presente, da circa dieci anni, la figura professionale “dell’assistente sessuale”, in Italia invece no. Qual è il suo parere in merito a questa figura? Saranno strutturati servizi di assistenza/educazione sessuale secondo lei? Devo dire che visto il momento economico degli enti locali e delle istituzioni statali mi sembra molto improbabile che venga istituito e finanziato un servizio di assistenza sessuale laddove non si riesce a garantire l’assistenza di base. Oltre a queste difficoltà pratiche di origine economica, credo che si dovrebbe delineare meglio la funzione dell’assistenza sessuale. Dovrebbe servire ad aiutare una persona con difficoltà motoria a fare sesso con un’altra persona o a praticare l’autoerotismo? Dovrebbe soddisfare direttamente i desideri sessuali della persona disabile? Dovrebbe insegnare come si fa l’amore a persone che hanno handicap intellettivi? Da quanto ho appreso nei colloqui con familiari di persone con handicap mentale, mi sembra che la fantasia sia proprio quella che
venga istituita una figura professionale che surroghi la funzione di un partner: una sorta di prostituzione istituzionalizzata prodromica magari all’abolizione della legge Merlin. Questa assistenza-sessualeipotesi a mio avviso, è una risposta ad una concettualizzazione meccanicistica della sessualità secondo la quale l’eccitazione sessuale ha un’origine biologica e il suo esito naturale sarebbe lo sfogo fisico in sé e per sé. Eppure se si presta attenzione alla realtà e ci si confronta con i racconti delle esperienze sessuali dei ragazzi con disabilità si rileva che le esperienze sessuali fatte con persone estranee sono poco soddisfacenti, a volte traumatiche e comunque non soddisfano il desiderio più complesso di avere una relazione e sperimentare l’innamoramento. In sintesi la mia opinione è che questa opzione non può essere applicata a tutti i disabili eventualmente utilizzata nei casi limite di ragazzi con grave ritardo mentale e forti problematiche relative al controllo degli impulsi sessuali. E comunque la funzione non dovrebbe essere quella di fare sesso con queste persone, ma aiutarle a conoscere il loro corpo e a tramutare in comportamenti funzionali i propri impulsi sessuali ad esempio insegnando la pratica dell’autoerotismo e le limitazioni del vivere sociale. Legittimare il ricorso ad un’assistente sessuale per tutti i disabili rischia di diffondere un pesante stigma sociale secondo il quale i disabili non possono sedurre e/o far innamorare nessuno e per garantire loro l’espressione della propria sessualità occorre istituire una figura professionale che per lavoro e non per sentimento fa sesso con questi.

Come potremmo intervenire nel contesto sociale per migliorare il rapporto con la sessualità nel disabile? L’intervento deve essere a più livelli: psicologico, sociale, economico, culturale, ecc. Per quanto attiene al lavoro specifico della psicologia è necessario innanzitutto aiutare da una parte i ragazzi disabili a consapevolizzare o rinforzare la propria legittimazione ad essere al mondo. Avere il diritto ad essere al mondo significa anche sentire di poter dare molto alle altre persone: l’amore e il piacere sessuale sono forse le forme più alte di contributo che si può dare agli altri. Per fare ciò è necessario ripercorre i primi anni di vita e il trauma che la coppia genitoriale ha vissuto nel momento della diagnosi della patologia del nascituro. Questi aspetti hanno inevitabilmente delle ricadute nella cura del bambino e sul suo stile di attaccamento che come è noto influenza in età adulta le relazioni intime.

Per concludere, la sessualità è caratterizzata da molteplici sfaccettature, cosa pensa lei del diritto alla sessualità nella dimensione disabile? Che un diritto inalienabile di ogni persona e che trovo anche indicativo che esso debba essere ribadito per quanto riguarda le persone disabili. Allo stesso tempo la sessualità è in stretto contatto con l’amore e questo non può essere indotto attraverso alcuna tecnica né decretato per legge. I tecnici e i politici possono darsi da fare per creare le condizioni necessarie affinché le persone disabili possano vivere la propria sessualità, ma nessuno ha il potere di far innamorare qualcuno come cupido. Discorso diverso è la legittimazione a vivere la sessualità e ad esprimerla, questa è una battaglia che ogni persona disabile, ogni familiare e ogni operatore dovrebbe sposare, perché negare il diritto ad esprimere la propria sessualità è, a mio avviso, equiparabile alla negazione della natura umana. Non esiste essere umano che non provi sentimenti e desideri sessuali.


lobero

Sono Manuela Lobefaro, nata a Bari il 29/05/1986. Nel 2013 ho conseguito la Laurea Specialistica in Scienze della Formazione indirizzo “Educatore e Coordinatore dei Servizi Educativi e dei Servizi Sociali” con voto 110/110 tesi: “IL DIRITTO ALLA SESSUALITA’. PROSPETTIVE E PROPOSTE EDUCATIVE NELLA DIMENSIONE DISABILE” argomento spesso rimosso e affrontato con disagio, in una società che carica di stereotipi, considera i protagonisti come asessuati ed eterni bambini, sottovalutando ed annullando la sfera sentimentale ed affettiva, tanto presente quanto  importante per lo sviluppo e il benessere del singolo. Sono cresciuta con due fratelli, di cui uno affetto da Sindrome di Down, si chiama Dario e probabilmente grazie a lui è nato in me l’amore e il rispetto verso ogni disabilità. Nel corso degli anni tirocini, volontariato presso associazioni ed esperienze scolastiche di assistenza scolastica specialistica  come educatore  mi hanno continuato a far crescere. La tesi della Laurea triennale in Scienze dell’educazione e della formazione “Educatore nei Servizi socio culturali e interculturali” tratta un argomento altrettanto delicato relativo agli abusi e alle violenze verso i soggetti diversamente abili.

Clicca qui per scaricare il curriculum della dr.ssa Lobefaro


L’eutanasia non si sponsorizza!

“Io prima di te” non ha l’ironia di “Quasi amici” né l’intensità di “Mare dentro”… ma lancia messaggi brutti e pericolosi infiocchettati in una storiella d’amore stile hollywoodiano.

La questione eutanasia è come la nitroglicerina: bisogna maneggiarla con estrema attenzione altrimenti si rischia di fare danni… e in questo caso sono danni mediaticamente amplificati.

Nel film il protagonista si rivolge ad un’organizzazione (realmente esistente) che ha sede in Svizzera la quale si occupa tra le altre cose di suicidio assistito: come si evince dalla carta intestata della lettera che riceve il protagonista (con logo reale) la società si chiama Dignitas e il suo slogan è “Vivere degnamente, morire degnamente”.

Lo slogan riflette la mission dell’organizzazione che è quella, da una parte, assistere le persone con disabilità nella gestione delle questioni assistenziali e sanitarie al fine di perseguire uno stile di vita dignitoso, dall’altra guidare e aiutare, le persone che ne fanno richiesta, a suicidarsi… dignitosamente.

Visto il ricorrere ridondante dell’accostamento tra eutanasia e dignità, io voglio subito dire che la condizione di disabilità gravissima non è una condizione in sé e per sé indecorosa: chi ha la forza e il coraggio di sopportare una condizione di allettamento o di mobilità ridottissima, di sopportare dolore o non poter parlare e/o di dover svolgere gli atti fondamentali alla vita (respirare o nutrirsi) attraverso l’ausilio di dispositivi, HA DIGNITA’ DA VENDERE ED UNA STATURA MORALE CHE NESSUN ATLETA POTRA’ MAI RAGGIUNGERE!

In secondo luogo, voglio dire che ciò che può mortificare una persona fino a farla sentire indegna, è il modo in cui è costretta a vivere allorché non le viene fornito il supporto assistenziale/tecnologico di cui necessità per esprimere le proprie facoltà oppure quando le viene negato il rispetto che merita. Corollario a ciò: un qualsiasi Stato che si voglia qualificare civile, evoluto e rispettoso della qualità della vita dovrebbe dare fondo a tutte le sue risorse per garantirne a tutti un livello elevato.

Detto ciò, credo anche che il vissuto di sofferenza di chi vive una condizione estrema di malattia e disabilità sia un fatto tanto privato da rendere le scelte che ne derivano esclusivamente attinenti alla sfera dell’autodeterminazione. Non è pertanto in discussione il concetto in sé e per sé di suicidio assistito o eutanasia la cui definizione porta ad un dibattito filosofico ed etico che va ben oltre le possibilità del sottoscritto e di questo articolo.

Ciò che sconcerta è l’operazione (temo consapevole) di inserire messaggi che accostano la disabilità ad una condizione di inferiorità ontologica, in maniera quasi subliminale visto il tono di commedia amorosa che attraversa quasi tutto il film.

Nel brano riportato poc’anzi il protagonista, nello spiegare le motivazioni della sua scelta, afferma: “non sarò mai il tipo d’uomo che accetta tutto questo…” e la domanda è: quale sarebbe il tipo d’uomo che accetta e sopporta una condizione di limite estremo? Di certo non il ragazzo atletico, affascinante e di successo che era stato Will Trainor prima dell’incidente, forse un uomo mediocre e che nella vita si accontenta.

Si dà in pasto all’opinione pubblica una visione delle persone con disabilità come di persone più semplici che sanno accontentarsi, non di persone dotate della straordinaria e rarissima capacità di assaporare e godere delle cose positive della vita.

Non è sufficiente neanche il fatto di aver coinvolto sentimentalmente una ragazza, di averla resa felice e di averla aiutata a crescere caratterialmente, affinché il ragazzo si senta  al riparo dai soliti cliché:

  1. il disabile non può dare tutto quello (?) che può dare un uomo normodotato;
  2. che lei andrà di sicuro incontro ad una serie di rimpianti (c’è una coppia nel mondo in cui non ci sia qualche rimpianto o dispiacere?);
  3. lei rimarrà con lui solo per pietà….;
  4. entrambi saranno insoddisfatti sessualmente (la sessualità non è solo fallica ha mille forme e modalità che possono rendere una coppia come quella del film soddisfatta).

In quest’altro brano Will spiega come la sua nuova condizione non abbia possibilità di dargli più alcuna soddisfazione perché stritolata dal ricordo di quella precedente: ogni tentativo di fare nuove esperienze nella condizione attuale avrebbe solo l’effetto di sporcare i ricordi perfetti della sua vita prima dell’incidente. Piuttosto che affrontare la vita futura con la fierezza di chi sa che il rifiuto e il pietismo sono limiti morali dell’altro e non sono insiti nella condizione di disabilità, si è rintanato in una vita di solitudine, in attesa della guarigione prima e, una volta persa la speranza, della morte.

In quest’ultimo brano che proponiamo il padre di Will dice: “No, lascia che lo faccia da solo, Will ha bisogno di potersi sentire un uomo.”, lasciando ad intendere che la sensazione di esserlo è una dolce illusione che viene concessa dalla madre lasciandolo alle cure amorevoli dell’assistente/partner. Ma Will è un uomo in quanto tale e in qualsiasi situazione. La disabilità non lo ha privato né della sua appartenenza al genere Umano, né della sua maturità e capacità di giudizio, né della sua carica erotica.


Per una trattazione più profonda del tema eutanasia…