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Mi presento…

 Foto_Lelio_OrdineMi chiamo Lelio Bizzarri e sono nato a Rieti il 02 maggio del 1974. Dal ’97 vivo a Roma che ormai è diventata la mia città di adozione. E’ stato qui infatti che ho vissuto la parte più intensa della mia vita trovandovi l’amore e la compagna di una vita, ho conosciuto tante persone che stimo e ammiro, ho svolto attività politica, studiato e avviato la mia attività di psicologo e psicoterapeuta. Un lavoro che mi appassiona e che cerco di condurre con la massima professionalità ed affidabilità deontologica. Dopo la formazione accademica svolta presso la facoltà di Psicologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, ho proseguito gli studi presso la Scuola Superiore Europea di Counseling Professionale e presso la Scuola di specializzazione quadriennale in Psicologia clinica di comunità e Psicoterapia umanistica integrata – ASPIC. Fondat0 in origine sui principi ispiratori della filosofia umanistica e sui contributi teorico-metodologici di Rogers e Pearls, quali l’empatia, la consapevolezza emotiva, l’intenzionalità e la responsabilità dell’agire umano, nonché sulla centralità delle emozioni e della qualità della relazione terapeutica, l’approccio dell’ASPIC si è andato sviluppando in una visione pluralistica capace di integrare fra loro i contributi dei diversi orientamenti teorici per come essi si sono evoluti negli ultimi decenni anche grazie a studi empirici che ne hanno comprovato la validità scientifica.

Coerentemente con queste premesse la mia metodologia si fonda sulla costruzione di una relazione empatica basata sulla fiducia, la quale favorisca una comprensione profonda nel mondo interiore della persona che si rivolge a me. L’instaurazione di una relazione terapeutica solida e fluida, così come la valutazione dello stile di personalità e della storia del cliente, sono le premesse per la pianificazione di un percorso terapeutico personalizzato in cui i principi teorici e le tecniche vengono messe al servizio del benessere e del cambiamento verso gli obiettivi scelti dal cliente e concertati con il terapeuta.

Anche se molto spesso le difficoltà quotidiane hanno reso il percorso tutt’altro che lineare, posso dire che, negli ormai dieci anni di attività di consulenza psicologica e terapia, ho avuto modo di conoscere tante persone che con fatica emotiva, impegno e dedizione hanno trovato il coraggio di diventare consapevoli della loro condizione esistenziale e di sperimentare nuovi modi di stare al mondo, concedendosi così la chance di vivere una vita più felice e fedele ai propri desideri ed obiettivi di vita.

La bellezza del lavoro che svolgo sta proprio nel poter condividere una parte così intensa del percorso di vita di ogni persona.

Chi volesse conoscermi più approfonditamente può visitare i miei account LinkedIn, Facebook e Twitter

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Gruppo Evoluzione e Crescita Personale Lunedì 05 settembre ore 17,15

La vita è un processo in cui si deve costantemente scegliere
tra la sicurezza (per paura e per il bisogno di difendersi)
e il rischio (per progredire e crescere).
Scegli di crescere almeno dieci volte al giorno.

ABRAHAM MASLOW

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Conduce Lelio Bizzarri Psicologo-Psicoterapeuta.

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Che cos’è: è uno spazio di condivisione in gruppo di esperienze di vita, vissuti emotivi e pensieri condotto da un agevolatore esperto in psicoterapia di gruppo che ha il compito di guidare l’esposizione di ognuno, regolare gli scambi tra i componenti del gruppo in senso empatico e rispettoso, applicare le tecniche psicoterapiche più utili al raggiungimento dell’obiettivo perseguito da chi, di volta in volta, parla di sé.

Scopi a lungo termine:

  • costituire un contesto riservato e protetto in cui condividere aspetti delicati e centrali della vita di ogni persona che partecipa al gruppo;
  • consapevolizzare emozioni e pensieri contrastanti che determinano lo stallo in particolari aree della vita;
  • integrare bisogni opposti e conflittuali in un sistema di personalità armonioso;
  • accrescere l’autostima, la convinzione nei propri mezzi e la perseveranza per ottenere il successo nello studio, nel lavoro e nelle relazioni;
  • potenziare la capacità di resistere anche nelle difficoltà più estreme e prolungate (resilienza);
  • rendere i propri bisogni e desideri la bussola della propria esistenza piuttosto che lasciarsi guidare dalle aspettative-necessità altrui;
  • elaborare un’immagine corporea coerente con le proprie caratteristiche naturali, accettando difetti-limiti che non possono essere modificati e attuando comportamenti salutari per il benessere fisico.

Cosa si fa: ogni componente del gruppo può prenotarsi per fare una sessione di lavoro che di solito dura tra i 30 e i 45 minuti. Le altre persone del gruppo ascoltano in silenzio, mentre l’agevolatore coadiuva l’esposizione per renderla più chiara, centrata sulle questioni più salienti e congruente con gli stati emotivi esperiti durante il racconto. Quando la tematica centrale e l’obiettivo del lavoro sono chiari, il conduttore, attraverso l’uso di varie tecniche, sollecita la sperimentazione di nuove modalità di affrontare le situazioni che sono state fonte di difficoltà nel passato oppure si immagina possano esserlo nel futuro. A conclusione del lavoro si possono chiedere dei Feedback Fenomenologici agli altri componenti.

Feed-back, cosa sono e come si danno: i feed-back sono delle informazioni di ritorno che le persone che hanno assistito al lavoro di un membro del gruppo forniscono a quest’ultimo. Essi hanno l’utilità far comprendere come viene percepito il suo modo di esporre ed affrontare una problematica. I feed-back non sono giudizi, ma è auspicabile che siano una descrizione di ciò che chi fornisce il feed-back:

  • ha visto rispetto alla mimica, alla gestualità e la postura di chi ha svolto il lavoro;
  • ha udito rispetto ai contenuti che gli sono apparsi più salienti;
  • ha pensato/immaginato rispetto a ciò che stesse provando chi ha svolto il lavoro;
  • ha provato mentre l’altra persona si esprimeva.

E’ importante che i feedback vengano espressi secondo questo schema per distinguere ciò che è stato effettivamente visto e udito, dai pensieri indotti e dalle emozioni sollecitate in chi fornisce il feed-back. Diversamente si rischia di attribuire i propri pensieri e le proprie emozioni all’altro fornendogli un’informazione distorta e confusiva che non tiene conto dei confini Sé/Altro.

Regole: affinché la partecipazione ai gruppi risulti un’esperienza produttiva senza frustrazioni inutili, è importante che tutti i componenti del gruppo rispettino le seguenti regole:

  • riservatezza e confidenzialità: i partecipanti si impegnano a non condividere con persone estranee al gruppo quanto accade nel gruppo stesso;
  • impegno a non frequentarsi all’esterno del gruppo (confini del setting) per consentire una totale libertà espositiva nel momento di esplorazione terapeutica;
  • scrivere il proprio nome sulla lavagna delle prenotazioni, ciò al fine di  stimolare l’assunzione di responsabilità e la scelta di lavorare su di sé prendendo lo spazio e il tempo necessario all’interno del gruppo (la scelta di prenotarsi è il primo passo per stare meglio);
  • quando un lavoro sollecita troppe emozioni viene interrotto immediatamente se la persona pronuncia l’esclamazione del “basta davvero!”;
  • comunicare l’intenzione di lasciare in via definitiva il gruppo una volta prima in modo che chi ha desiderio di fare un lavoro che coinvolga  chi sta lasciando abbia la possibilità di farlo;
  • nell’ultimo incontro che svolge un componente viene riservato uno spazio per i saluti ad ogni membro del gruppo.

Legge “Dopo di Noi”: trappole e limiti

Attesa
“L’attesa” di R. Maola 2015 Matita su carta 63×48 cm

La legge Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare è stata approvata il 14 giugno 2016 in via definitiva dalla Camera dei Deputati e a breve verrà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Nonostante i riferimenti agli altisonanti articoli della Costituzione, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, un’attenta analisi delle misure adottate porta a concludere che quest’ultime abbiano creato le premesse per un arretramento dei diritti e delle tutele delle persone diversamente abili, nonché rifletta una visione paternalista e assistenzialista della disabilità.

La critica fondamentale che si può fare a questa legge è quella di adottare misure discutibili per supplire e/o prevenire l’emergenza derivante dal venir meno del supporto della famiglia, ratificando e ribadendo così (la 328 già lo faceva esplicitamente nell’art. 16) il principio secondo cui alla famiglia è demandata la responsabilità di provvedere ai bisogni speciali dei figli.

Il processo di preparazione del cosiddetto Dopo di Noi dovrebbe iniziare in età precoce

garantendo l’inclusione sociale e favorendo la maturazione dell’intima consapevolezza che le persone disabili sono titolari di diritti fondamentali come chiunque altro, nonché il diffondersi di una cultura della qualità della vita.

Il benessere psico-sociale nel Dopo di Noi è direttamente proporzionale a quello raggiunto durante le prime fasi del ciclo di vita.  Da questo punto di vista il Legislatore avrebbe dovuto intervenire potenziando e migliorando le leggi esistenti, ad esempio:

  • Prevedendo il finanziamento di corsi di formazione obbligatori per divenire amministratore di sostegno, istituendo organi di vigilanza e redigendo un codice deontologico con relative sanzioni (L. 6/2004);
  • Riformando alcuni scellerati provvedimenti quale quello preso con la Legge 11 dicembre 2012, n. 220 art. 5 comma 1 che ha portato a 500 millesimi la maggioranza necessaria per deliberare interventi di abbattimento di barriere architettoniche nei condomini;
  • Finanziando le leggi relative all’abbattimento delle barriere architettoniche (l.13/89), l’utilizzo degli ausili tecnologici per la comunicazione, la mobilità e la gestione pratiche amministrative e delle incombenze quotidiane, l’assistenza di base (L. 162/98), l’applicazione dei programmi per lo sviluppo di comportamenti adattativi e delle competenze pratiche in bambini, adolescenti e adulti affetti da disturbi dello spettro autistico (l. 134/2015) o deficit dello sviluppo cognitivo.

Questa legge non persegue l’empowerment delle persone con disabilità.

Un’analisi puntuale evidenzia le insidie che nasconde nelle sue pieghe nonostante le dichiarate buone intenzioni. Scorrendo l’art. 4 balzano immediatamente all’occhio 3 considerazioni:

  • Non specificando in cosa debbano consistere i programmi di deistituzionalizzazione di cui alla lettera a) e successivamente specificando, nella lettera c), che la finalità è quella di destinare i fondi alla costruzione di soluzioni alloggiative in co-housing (co-abitazione), fa subito comprendere come si pensi di risolvere il problema dell’istituzionalizzazione creando soluzioni abitative che ospitino comunque gruppi di persone con disabilità: si passa in sostanza dal grande istituto al piccolo istituto. Ciò potrà anche concretizzarsi in un miglioramento delle condizioni di vita, ma lede comunque il diritto delle persone disabili di scegliere dove e con chi vivere, sancito dall’art. 19 de La Convenzione O.N.U. sui diritti delle Persone con disabilità espressamente richiamato dalla legge stessa;
  • Prevedendo che in condizioni di difficoltà ed emergenza, lettera b), legate al fatto che la famiglia non sia più in grado di assistere la persona disabile per decesso, malattia o vecchiaia, si possa provvedere, seppur temporaneamente, con soluzioni extra-familiari, si instilla il timore che la persona disabile venga allontanata dal proprio nucleo familiare e si scoraggia la richiesta di aiuto ai servizi territoriali. La legge avrebbe dovuto prevedere la priorità d’intervento domiciliare allorché vengano segnalate situazioni nelle quali il supporto familiare viene meno.
  • Il richiamo, nella lettera d), alla finalità di sviluppo di programmi di accrescimento delle competenze di autonomia ed adattamento nelle persone con disabilità è del tutto decontestualizzato in quanto questi programmi devono essere attuati in età evolutiva o al più tardi nella prima età adulta, non certo quando la persona disabile ha già 40-50 anni e si comincia a pensare al “Dopo di Noi” con l’approssimarsi della terza o quarta età dei genitori.

Art. 5: milioni di spesa pubblica a vantaggio delle compagnie assicurative.

L’art. 5 con il quale si eleva la soglia di detraibilità dei premi di assicurazioni stipulate da un genitore a beneficio della persona disabile, in caso di decesso o malattia/infortunio che comporti un’invalidità permanente superiore al 5% del primo, non tiene conto del fatto che molte volte i caregiver familiari sono già malati o presentano invalidità. Così come non tiene conto che la loro speranza di vita è inferiore alla media della popolazione di riferimento come dimostrato dalla ricerca della biologa premio Nobel Elizabeth Blackburn (testo della ricerca). Questi fattori potrebbero indurre le compagnie assicurative ad evitare di stipulare polizze oppure a farlo a premi maggiorati in virtù del rischio maggiore. Inoltre, solo questo intervento si prevede assorbirà 35,7 milioni di euro per il 2017 e 20,4 milioni di euro per il 2018 (comma 2 art. 5), a fronte di un risparmio annuo, in termini di detrazione fiscale, pari a euro 142,50 per famiglia!

Diverse sono le insidie che nasconde la prassi del trust.

L’articolo 6, stabilendo esenzioni dalle imposte di successione e di donazione di beni immobili e mobili destinati a fondi vincolati per lo svolgimento di opere destinate alla cura di persone con disabilità grave ai sensi dell’art. 2645-ter del codice civile (il cosiddetto trust), rischia di indurre i genitori a violare i diritti dei figli disabili.

L’articolo 2645-ter del codice civile sancisce la formazione di trust attraverso la donazione in vita o la destinazione successoria di beni mobili o immobili ad un ente.

Detto ente deve essere scelto tra organizzazioni non lucrative accreditate nell’assistenza di persone con disabilità ed è tenuto, pena decadenza, ad attenersi al programma stabilito nell’atto di stipula. Una volta siglato l’accordo, il disponente (chi dona i beni al fondo speciale) non ha più potere né sui beni, né sull’ente che li deve gestire, in quanto il trust ha come presupposto proprio l’autonomia del dedicando rispetto al disponente. Il trust può essere disposto anche fino al decesso della persona disabile (il beneficiario). Eventualmente si può solo contestare al dedicando di non rispettare i termini dell’atto di stipula.

Innanzitutto, occorre sottolineare che questo provvedimento riguarda tutte le tipologie di disabilità grave comprese quelle che non ineriscono alla sfera cognitiva e quelle la cui entità del deficit cognitivo non è tale da giustificare l’interdizione, ma il semplice supporto di un amministratore di sostegno.

Nel concreto se un genitore, ritenendo per pregiudizio il/la figlio/a incapace di autogovernarsi e di amministrare i beni oggetto dell’eredità, decidesse con un intento protettivo di affidarli ad un’organizzazione, di fatto lo/la esproprierebbe del diritto di successione ereditaria.

Un’altra considerazione riguarda la difficoltà di stabilire anni prima quali possano essere i desideri e i progetti di una persona per tutto il resto della sua vita. Che succede se Tizia, donna disabile di 50 anni i cui genitori hanno vincolato un immobile di loro proprietà per realizzare una co-house da condividere con altre persone disabili, riceve una proposta di lavoro in un’altra città? O decide di fare un viaggio? O si innamora e decide che vorrebbe andare a convivere con il partner?

E ancora. Si prevede nell’art 6 che nell’atto di stipula del trust si specifichino i bisogni e le necessità assistenziali necessarie a prevenire l’istituzionalizzazione (N.B.: siamo lontani dal concetto di qualità della vita) e che venga individuata una figura di controllo. Peccato però che la norma non specifichi che detta figura di controllo debba essere totalmente estranea all’ente gestore: ne consegue che non si può escludere che il controllore appartenga alla stessa organizzazione da controllare.

Analogo conflitto di interessi si può configurare grazie al fatto che la legge non esclude che al decesso della persona disabile beneficiaria i beni diventino di proprietà dell’ente gestore.

Questi ultimi 2 vuoti legislativi sono ingenuità evidenti, considerando l’angoscia di migliaia di genitori di persone con disabilità rispetto all’eventualità che, dopo la loro morte, il/la figlio/a venga maltrattato/a o trascurato/a.

In conclusione, questa legge assorbirà centinaia di milioni di euro che saranno sottratti alla spesa per l’inclusione sociale delle persone con disabilità senza apportare misure efficaci anche solo a garantire assistenza e protezione sicure, ma gettando i presupposti per violazioni grossolane dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

Nonostante i propositi positivi della stesura del primo progetto di legge, il risultato finale è andato in tutt’altra direzione probabilmente perché nel processo legislativo non sono coinvolte in maniera diffusa le persone che vivono sulla propria pelle le realtà sulle quali si interviene.

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Laboratorio sessualità nelle persone diversamente abili 30 giugno dalle 15,30-19,30

In cosa consiste?

Illustrazione degli aspetti teorici, video, domande e risposte, attivazioni esperienziali per elaborare le emozioni.

Quali argomenti?

  • Sessualità e disabilità: cosa ne pensano le persone? Risultati del questionario sessualità diversamente abile.
  • Amore e discriminazione: come superare le delusioni d’amore?
  • Sessualità, accettazione e cura del proprio corpo: un binomio inscindibile.
  • Come essere seduttivi anche nella disabilità?
  • Io genitore, io operatore: come posso proteggere mio/a figlio/a dai pericoli relativi alla sessualità
  • Educazione sessuale nelle persone con disabilità intellettiva: quali metodologie?
  • Assistenza sessuale: quando è utile e quando è dannosa?

Destinatari:

  • Persone con qualsiasi tipo di disabilità;
  • Familiari (genitori, fratelli, sorelle, ecc.);
  • Amministratori di sostegno;
  • Assistenti di base;
  • Educatori, psicologi, assistenti sociali, terapisti occupazionali, insegnanti di sostegno e di cattedra.

Costi:

  • 30 euro per singolo iscritto;
  • 20 euro per due iscritti;
  • 15 euro per gruppi di tre o più iscritti.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA SCRIVENDO A info@bizzarrilelio.it O 3478468667. MAX 10 PARTECIPANTI. PAGAMENTO ENTRO LE 48 ORE PRECEDENTI. 

Ubicazione:

L’UBICAZIONE DEL LABORATORIO VERRA’ COMUNICATA A COLORO CHE EFFETTUERA’ L’ISCRIZIONE.

Si rilascia attestato di partecipazione a chi ne farà richiesta al momento dell’iscrizione.

Liberarsi dalla violenza si può!

images_territori_piemontedonne1In Italia ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal partner. I numeri dei femminicidi sono la punta dell’iceberg di una realtà di sopraffazione fisica, terrorismo psicologico e sottomissione morale di cui probabilmente nessuno riesce a cogliere la portata effettiva.

Ogni volta che la cronaca racconta di un caso di femminicidio, in ordine di tempo ricordiamo Sara Di Pietrantonio, la libertà e la dignità delle donne subiscono una ferita profondissima in quanto si insinua sempre più in profondità l’odioso ricatto psicologico secondo il quale ribellarsi alla sopraffazione di un partner che non accetta di essere respinto può condurre a subire le peggiori atrocità. Non a caso scrivo: “ogni volta che la cronaca racconta di un femmicidio”, non per ammiccare ad una folle proposta di censura, bensì per sottolineare che se l’uccisione di un essere umano è un fatto oggettivo, il modo in cui i media lo raccontano determina l’impatto sul vissuto di milioni di persone. L’assassinio della piccola Sara (22 anni), per le modalità con le quali è avvenuto,  oltre a rimandarci una rinnovata, scioccante consapevolezza della crudeltà che i cosiddetti ragazzi “normali” (di cui ogni ragazza potrebbe innamorarsi) riescono a rendersi artefici, ci restituisce la percezione di una società talmente frammentata e priva di ogni senso di protezione verso le proprie figlie, da reagire con indifferenza e/o codardia di fronte alla richiesta di aiuto palese e disperata di una ragazza che sapeva che stava per morire (dalle ricostruzioni degli inquirenti è emerso che prima di essere sopraffatta Sara avrebbe chiesto aiuto agli automobilisti che non si sarebbero fermati).

Ma non è così, la violenza e il suo odioso ricatto non sono il destino delle donne, le persone non sono tutte vigliacche e sono molte le cose che si possono fare per prevenire la violenza e consentire alle donne di vivere una vita libera dai condizionamenti dei maschi. Perché di questo abbiamo bisogno, di mettere in atto azioni a livello culturale, psicologico e sociale che modifichino radicalmente le modalità di relazione tra uomini e donne:

  1. affermare sempre e comunque che le donne sono libere, forti, indipendenti e capaci come e più degli uomini: qualsiasi limitazione della libertà delle donne, anche a scopo protettivo, ne mina l’autostima e l’autorevolezza esponendole al rischio di strutturare atteggiamenti di dipendenza  anche da maschi maltrattanti e violenti; le donne non sono oggetti deputati al benessere emotivo e al piacere sessuale degli uomini, hanno in ogni momento il diritto di modificare o interrompere relazioni che provocano loro sofferenza o non danno più piacere;
  2. affermare e ribadire il principio secondo cui la rabbia non è un segno d’amore, essa è un’emozione naturale e legittima, ma diventa un problema quando viene agita ripetutamente in comportamenti di violenza psicologica (battute sarcastiche e svalutanti, critiche aspre ed incessanti, minacce, umiliazioni, ecc.),  fisica (percosse, strattoni e “giochi” maneschi) e sessuale (la violenza può passare anche nelle modalità di condurre un rapporto consenziente); la rabbia nelle relazioni tra uomo e donna parte sempre dalla pretesa di controllare e possedere quest’ultime, perciò bisogna sempre ricordare che le donne sono libere e, di conseguenza, né pretesa né rabbia hanno motivo di esistere; chi agisce questi comportamenti, chi ne è vittima o chi assiste o ne viene a conoscenza deve, senza indugiare, richiedere l’aiuto di un professionista o, ove necessario, delle Autorità;
  3. ricordare che il furore più distruttivo può albergare nelle persone più “normali” e socialmente integrate che conosciamo; esso può trapelare anche nel linguaggio metaforico, nelle fantasie, nei giochi e nelle battute; non bisogna mai sottovalutare queste espressioni soprattutto se sono ripetute e vividamente descritte;
  4. in famiglia differenziare i ruoli in modo che, un genitore abbia quello più normativo dettando le regole e disponendo i divieti, mentre l’altro curi l’alleanza e la confidenzialità con i figli: le ragazze che si percepiscono sole e prive di qualcuno a cui confidare di trovarsi invischiate in una relazione difficile sono quelle più vulnerabili e a rischio stalking e violenza (ci tengo a precisare che questa è un’indicazione di carattere generale che non ha nulla a che vedere con il caso di Sara);
  5. quando si vuole interrompere una relazione, incontrare la persona che si vuole lasciare facendosi accompagnare da familiari o amici (o in un luogo pubblico)  ed essere chiare e dirette; fatto questo è necessario respingere ogni altro tentativo di approccio in maniera decisa e neutra: non sono necessarie né suppliche, né giustificazioni, né giudizi perché si è sempre liberi di interrompere una relazione;
  6. ricordare sempre che se la persona lasciata reitera condotte intrusive, minacciose o moleste tali da indurre uno stato perdurante di ansia, indurre modificazione delle abitudini o preoccupazioni per l’incolumità propria o dei propri cari, si configura il reato di stalking (art. 612 bis del Codice Penale); non è affatto vero che esso è stato depenalizzato, la riforma ha solo disposto l’archiviazione obbligatoria di quei casi in cui non vi è una palese reiterazione delle condotte moleste; è importante presentarsi all’Autorità Giudiziaria con un resoconto scritto chiaro, dettagliato e corredato di riferimenti temporali e testimoniali, portare copia dei messaggi o delle mail, registrazioni delle telefonate (esistono anche app che individuano i numeri delle telefonate anonime e registrano); inoltre prima ancora di sporgere denuncia è possibile fare un esposto chiedendo un ammonimento da parte del Questore (Fonte: sito Arma dei Carabinieri).
  7. imparare a riconoscere e contrastare il cosiddetto fenomeno del gaslighting; esso è un comportamento manipolatorio che attuano prevalentemente i partner maschi e che induce la donna a dubitare sempre di se stessa e della propria capacità di giudizio e di esame di realtà; portato alle sue estreme conseguenze può indurre una dipendenza fisica, psicologica ed economica compromettendo; per contrastare il gaslighting è necessario avere altre persone con le quali confrontarsi, un professionista o un familiare/amico fidato che aiuti a dare una valutazione “non manipolatoria” dei fatti riportati.

Infine, oltre a questi cambiamenti di mentalità e condotta attuabili negli ambiti familiari e sociali, è necessario intervenire sul livello macro-sociale e mass-mediologico.

Altrove ho evidenziato come alcune testate giornalistiche abbiano utilizzato il video girato dal branco che ha violentato una ragazza di Rio de Janeiro per convogliare le visualizzazioni del sito e vendere gli spot che precedevano il video.

Screenshot-2016-05-30_12

downloadSui social è diventata virale l’indignazione per il titolo in prima pagina del quotidiano “Libero” in riferimento all’omicidio di Sara Di Pietrantonio: quell'”arrostiscono” suona proprio come un voler ridicolizzare e banalizzare una tragedia immane.

Qualche tempo fa fece scalpore una pubblicità di uno strofinaccio super efficace per cancellare “tutte le tracce” alludendo all’omicidio di una donna. Ma da una breve ricerca sul web è possibile documentare una vera e propria tradizione della pubblicità nell’utilizzare contenuti sessisti e di violenza sulle donne dagli anni ’50 ai nostri giorni. Per documentarsi in maniera più esaustiva è possibile scaricare l’e-book di Matteo Mugnani e Ferdi Berisa “La violenza sulle donne nella pubblicità

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Nei programmi tv dedicati ai femminicidi e ai delitti si creano forme di giustificazione nonché di spettacolarizzazione degli omicidi, tali da far apparire chi uccide quasi sotto una luce romantica della quale si nutrono e che cronicizzano le strutture di personalità narcisistica che in molti casi caratterizzano gli assassini. Questi programmi non si limitano a fare informazione, ma usano temi drammatici per fare intrattenimento senza peraltro controllare le modalità con le quali vengono proposti i contenuti e le conseguenze che esse possono innescare.

In conclusione, il dilagare della violenze ha dei precisi processi sui quali è possibile ed urgente intervenire, non è un fenomeno metafisico che sfugge al nostro controllo.

Riferimenti bibliografici

  • Violenza psicologica (manipolazione/gaslighting). AIPC Editore. 2003. (http://www.stalking.it/?p=71)
  • Cialdini R.. (1989) Come e perché si finisce col dire di sì, Firenze, Giunti/Barbera
  • Gass, G. Zemon G. e Nichols W. C.. 1988. Gaslighting: A marital syndrome. Journal of Contemporary Family Therapy, 10(1), 3-16.
  • Jacobson, Neil S. & Gottman, J. M. (1998). When men batter women: new insights into ending abusive relationships. Simon & Schuster. NY.
  • Calef, V., Weinshel, E. M. (Routledge 2003) Commitment and Compassion in Psychoanalysis p. 83 and p. 90.
  • Stout, M. (2005) The sociopath next door: the ruthless versus the rest of us. NY: Random House.
  • Mac Grath, V. Witness To Evil Pages 19, 146 e 147. Bishop, Victor George. Nash Pub., 1972.
  • http://www.stateofmind.it/2014/12/femminicidio-amore-criminale-rai3/
  • Acquadro Maran D., Il fenomeno stalking. Utet, 2012
  • Fremouw WJ, Westrup D, Pennypacker J., Stalking on campus: the prevalence and strategies for coping with stalking. J Forensic Sci. 1997 Jul;42(4):666-9.
  • Gatti G., Codice di procedura penale e leggi complementari. XXV ed., Editio minor, Gruppo Editoriale Esselibri-Simone, 2011
  • Aramini M., Lo stalking: aspetti psicologici e fenomenologici, in Gulotta G. & Pezzati S., “Sessualità, diritto, processo”. Giuffrè, 2002.

Le proteste in Brasile contro le violenze

Usiamo la barbarie per vendere qualche spot in più

Il Brasile sta facendo in questi giorni i conti con la ferocia di un gruppo di maschi (sarebbe troppo facile chiamarli bestie) che hanno drogato e sottoposto a violenza una ragazza di 16 anni, nonché hanno pensato bene di pubblicare il video e le foto su Twitter. L’Italia dovrebbe fare i conti con una comunicazione mediatica senza etica né consapevolezza di quelle che possono essere le conseguenze, in termini di emulazione, del diffondere il video pubblicato dagli stupratori (seppur elaborato in modo che non si possa vedere nitidamente).  Emblematico l’invito a condividere sul proprio sito mettendo a disposizione il codice Embed.

Il video viene anticipato da uno spot pubblicitario diverso ogni volta che lo si carica. Tra gli spot anche quello dell’Otto per mille della Chiesa Cattolica!

E’ evidente che si vuole sfruttare la curiosità e la tendenza di alcuni maschi (questa volta nostrani) ad erotizzare la violenza, tendenza che in questo modo viene alimentata e legittimata.

Meglio correre al più presto ai ripari, regolando anche il diritto/dovere di cronaca, prima di trovarci a dover affrontare un aumento esponenziale di fenomeni come questo…

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Un irrefrenabile bisogno di biasimare la vittima

Corrado-Augias-diMartedìUn irrefrenabile, quasi antropologico, bisogno di biasimare la vittima a cui fa da contraltare la necessità di darne risalto mediatico. Se il femminismo fosse davvero stato quello descritto da Paola Tavella (ma dubito) si comprenderebbe meglio come mai milioni di donne in Italia subiscono violenze psicologiche, fisiche e sessuali e i femminicidi sono ogni anno centinaia. Alla domanda che Floris ha rivolto ad Augias circa il meccanismo mentale che spinge ad essere omertosi rispetto a delitti così atroci, quest’ultimo ha dato 2 risposte: una, esplicita, relativa ai farneticamenti sul venir meno dell’istinto di protezione e sugli atteggiamenti della piccola Fortuna, l’altra, implicita, che riguarda l’angoscia, la vergogna e l’insopportabile ricatto morale di essere additati come i responsabili delle atrocità subite dai propri figli.
Nell’ancestrale bisogno di individuare le responsabilità di chi subisce la violenza è rintracciabile la necessità di ribadire che vittime e carnefici appartengono ad un mondo altro dal nostro. Nella distanza che mettiamo, così, tra noi e la gente di Caivano e nell’isolamento che ne deriva di una comunità abbandonata al degrado, è necessario ricercare le dinamiche relazionali che conducono a queste tragedie.

Arte e identità: in ogni opera c’è un po’ di me.

Invito lungoNell’ambito della mostra “Nessuno sogna di ciò che non lo riguarda” disegni di Roberta Maola, in svolgimento presso il “POLMONE PULSANTE” Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca, Salita del Grillo, 21, Roma dal 15 al 22 Aprile 2016 dalle 17,00 alle 19,00

DOMENICA 17 APRILE ALLE ORE 18,00

avrà luogo il workshop interattivo “Arte e identità: in ogni opera c’è un po’ di me”. Seminario teorico esperienziale sulla relazione creativa che si instaura, attraverso l’opera d’arte, tra artista  e spettatore.

Agevola Lelio Bizzarri Psicologo-Psicoterapeuta. In sala anche l’artista. Ingresso libero per i soci del “Polmone Pulsante”. Per informazioni: http://www.polmonepulsante.itinfo@polmonepulsante.it – 066798218 – 3356334388.

 

ABSTRACT

Alois Riegl sosteneva che lo spettatore contribuisse a creare l’opera tanto quanto l’artista. Ciò avviene in due modi: 1. lo spettatore consente all’opera bidimensionale di acquisire caratteristiche tridimensionali: l’artista dipinge su una tela bidimensionale un paesaggio che il pubblico vede come dotato di profondità; 2. l’osservatore attribuisce all’opera un significato personale. Si può dire pertanto che essa è incompleta senza il coinvolgimento di quest’ultimo. Partendo da queste importanti intuizioni di Riegl, Ernst Kris e Ernst Gombrich proposero un approccio alla storia dell’arte inedito come disciplina scientifica che applicasse gli strumenti della psicologia e della sociologia allo studio delle opere d’arte. L’innovazione rispetto ai lavori che Freud aveva già effettuato a cavallo tra il XIX e il XX secolo è che, mentre quest’ultimo si era limitato a tracciare dei profili psicobiografici degli artisti, Kris e Gombrich proposero un’analisi empirica dei processi percettivi in atto nella creazione dell’opera e nella sua fruizione.
L’immagine artistica è intrinsecamente ambigua e il contributo dello spettatore è direttamente proporzionale a questa ambiguità attraverso la quale l’artista esprime il suo conflitto e la sua complessità. A tal riguardo William Empson sosteneva che chi osserva sceglie, consapevolmente o meno, se osservare l’opera cogliendone l’aspetto estetico o quello inerente la conflittualità dell’artista.
I lavorTYP-388875-3265090-messerschmidt_gi di Franz Xaver Messerschmidt sono considerati un punto di riferimento fondamentale per chi intende studiare l’arte da un punto di vista psicologico e per chi vede in essa uno strumento di espressione delle emozioni, del disagio e della follia. Le sue sculture di stagno e piombo, con le quali rappresentava le proprie espressioni facciali più caricaturali, sono il frutto della riconciliazione di Messerschmidt con la sua follia dopo anni durante i quali, per sostenere la reputazione che il ruolo di docente universitario richiedeva, si era trovato a dover in tutti i modi cercare di contenerla e mascherarla (peraltro dovendo alla fine capitolare). Una volta destituito e tornato al suo paese di origine egli poté dedicarsi alla sua arte, lasciando libero sfogo alle sue emozioni fino a trarre piacere dalla rappresentazione nelle sue statue. Esse sono l’esempio più evidente di come attraverso l’arte le emozioni e i propri conflitti possano essere espressi e rappresentati, ma anche di come l’opera d’arte possa rappresentare un ponte di comunicazione con lo spettatore, il quale può riconoscere ancora oggi, a distanza di più di un secolo, gli universali delle emozioni e i propri momenti di follia. Così ha scritto Donald Kuspit, nella sua retrospettiva del 2010 “Una piccola follia porta a un lungo cammino creativo” pubblicata sulla rivista Artnet: “La sua [di Messerschmidt] follia si è rivelata stranamente liberatoria. Lasciando la cosmopolita Vienna per la sua città natale di provincia ha iniziato a produrre un’arte che era fedele al suo Sé, un’arte folle come lui […] Scolpendo il proprio volto folle […] è diventato “Vero Sé”. I suoi demoni erano ormai le sue muse e nel ritrarli raggiunse la massima creatività. Doveva ritrarli, perché non scomparivano mai dal suo specchio […] Messerschmidt traeva piacere dalla sua follia, il piacere che aveva negato a se stesso durante la sua sofferta ascesa ai vertici sociali dell’arte”. Il lavoro di Messerschmidt, di Caracci nelle caricature e di Bernini, il quale rappresentava i volti delle persone non come sono esattamente nella realtà ma distorcendo ed enfatizzando le immagini che egli ne rievocava nella memoria, sono la rappresentazione ante litteram dell’intuizione, solo nel XX secolo sistematizzata dal punto di vista teorico dalla Psicologia della Gestalt, secondo la quale la rappresentazione della realtà, così come la sua percezione, non è oggettiva, bensì ha sempre un carattere costruttivista ed interazionista: è una creazione tanto dell’artista, quanto dello spettatore.

Gombrich propose così un approccio allo studio delle opere d’arte che sfruttava i contributi della Psicanalisi, della Psicologia della Gestalt e del metodo empirico basato sulla formulazione e la verifica delle ipotesi di Karl Popper e Hermann von Helmhotz, rispettivamente filosofo della scienza e neurofisiologo.

Sintetizzando questi contributi Gombrich propose un modello inedito di interpretazione delle opere d’arte in cui esse risultavano in ultima analisi essere la risultante dell’interazione tra la creatività dell’artista e l’attitudine interpretativa dell’osservatore. La percezione, secondo Gombrich, è inevitabilmente interpretativa e consta di due processi:

  • Bottom-up: l’osservatore percepisce i singoli elementi di un’immagine essendo naturalmente, fisiologicamente attrezzato  per organizzarli in un tutto dotato di senso; questa organizzazione è dettata da regole universali, comuni a tutti gli esseri umani e che si sviluppano nei primi anni di età al pari di quanto avviene con il linguaggio;
  • Top-down; l’osservatore sulla base delle proprie esperienze, della propria cultura e delle emozioni che vive nel momento in cui si trova di fronte all’opera, formula delle ipotesi; dette ipotesi devono essere sottoposte ad un severo processo di falsificazione attraverso un nuovo esame delle caratteristiche dell’immagine (metodo empirico).

Per Gombrich il celebre disegno dell’anatra-coniglio dello  psicologo statunitense Joseph Jastrow, così come il Vaso di Rubin, dimostra come la percezione sia sempre interpretazione: osservando per qualche secondo queste immagini è possibile constatare, come pur rimanendo tali e quali, in esse è possibile vedere dapprima due volti e dopo qualche secondo un vaso (o vicevera), prima un coniglio o poi un’anatra (o viceversa): i dati sono sempre gli stessi è l’interpretazione che ne fa il nostro cervello che è totalmente differente a distanza di pochi secondi.

 

Questi disegni semplici, quanto geniali, dimostrano come la percezione non è oggettiva, ma fa sempre riferimento a categorie (vaso, volto, coniglio, anatra) che fanno parte della nostra esperienza e che ci portiamo dietro attraverso la memoria. Corallari di questi esperimenti sono anche il fatto che non esiste un occhio innocente e che la percezione è sempre categoriale e discreta cioè non si possono vedere contemporaneamente sia i volti che il vaso o sia il coniglio sia l’anatra.

Se la psicologia è stata in grado di codificare queste regole della percezione, occorre dare atto agli artisti che attraverso le loro opere hanno saputo svelare i processi che ne sono alla base, intuendone le leggi e giocando a sovvertirle.

Le opere d’arte hanno anche avuto il ruolo di comunicare a livello conscio o inconscio miti universali (interpretazione iconografica) o aspetti culturali delle diverse epoche storiche (interpretazione iconologica). Hanno avuto anche un ruolo nella ricerca degli elementi primitivi delle emozioni attraverso opere quali quelle di Vincent Van Gogh, di Edvard Munch, di Gustav Klimt, Oskar Kokoschka ed Egon Schiele.

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La decostruzione della forma e l’amplificazione dello stato emotivo del modello, sono gli strumenti che questi autori utilizzarono per indurre un’immedesimazione e una risposta empatica nello spettatore sulla base della gamma universale delle emozioni e dei riferimenti/ricorsi storici.

Riferimenti Bibliografici

Kandel E. R., “L’età dell’inconscio”, Raffaello Cortina, Milano, 2012

“Nessuno sogna di ciò che non lo riguarda”

disegni di Roberta Maola – a cura di Sarah Palermo

Inaugurazione Venerdì 15 Aprile ore 18.30

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POLMONE PULSANTE Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca

Salita del Grillo, 21, Roma 16 Aprile – 22 Aprile 2016

 Comunicato Stampa

Roma, Aprile 2016

La trasparenza è misteriosa: dentro non si vede niente.[1]

Raccontare una storia ed esprimere i moti dell’anima, questi sono i messaggi che l’arte di Roberta Maola intende inviare al suo spettatore che da principio non può negare di rimanere affascinato dalla maestria del segno e dall’autentica resa dei particolari. Ma dietro l’apparente iperrealismo dell’artista si nasconde un ulteriore intento, quello più legato al mondo dei pensieri e dei desideri, di un’arte che si estende al territorio del concettuale. Gli oggetti visibili in quanto reali, rappresentano ciò che tutti riconosciamo: boccette, ampolle e scrigni che non sono altro che luoghi, spazi abitabili della coscienza, aree di ricerca dedicate a diverse tematiche. Lo studio è lungo ed attento, come la resa dell’opera che l’artista porta avanti diligentemente con grande afflato e ricerca della perfezione. L’attenzione per i dettagli diventa funzionale per descrivere gli aspetti concettuali che ben si fondono con la trasparenza dei vetri degli attraenti contenitori, messaggeri di principi e valori legati alla psiche umana.  Tali messaggi si fondono nel sapiente chiaroscuro e nel gioco alternato di luce ed ombra che rivelano paure e segreti desideri.

L’arte di Roberta Maola si propone come placebo dai mali del mondo per rassicurarci ed esorcizzare le brutture della vita. Sconosciute pasticche escono da uno dei preziosi contenitori, portatrici di serenità e benessere, valori sempre ricercati per catturare il più profondo entusiasmo. L’attesa è elemento incessantemente presente nel suo lavoro ed è una caratteristica che fa parte del suo processo creativo, dalla realizzazione fotografica, al successivo intervento di post-produzione, fino alla esecuzione grafica finale, la resa della tangibile consistenza appartenente alla propria realtà cognitiva, è una condizione che suscita nello spettatore riflessioni ed aspettative.  I misteriosi ed enigmatici contenitori che esprimono un’attesa e una sospensione quasi da realismo magico, con le loro sfaccettature, riflessi e trasparenze accattivanti, fanno intuire, ma non rivelare pienamente il contenuto ed invitano ad essere aperti. Il disvelamento, come suggerito dai bigliettini allacciati sui coperchi, promette l’accesso al sogno alla speranza, all’amore, si offrono quindi all’osservatore come fossero dei doni.

La qualità del segno e della resa chiaroscurale è il mezzo per ottenere quel percorso introspettivo che non è il crogiuolo di un contenutismo psicologico, ma espressione di una poetica elaborata negli anni di formazione. La sua arte è emergenza di comunicazione e autonomia del fare pittorico, ma anche un originale desiderio di contatto con il reale.

Sarah Palermo – Critica e Curatrice d’Arte

[1] aforisma di Rinaldo Caddeo da  “Etimologie del caos” (2003)