Sciolto il Consiglio Comunale di Roma. Continuità servizi sociali a rischio per il 2016?

Roma, 31 ottobre 2015

All’indomani delle dimissioni del Sindaco Marino, chiesi ad una consigliera del Comune di Roma quale fosse la probabilità, alla luce dell’imminente commissariamento, che nel 2016 non venisse approvato il bilancio in tempo utile per garantire la continuità dei servizi sociali. Mi rispose “100%”. Ieri si è dimessa insieme ad altri 25 consiglieri determinando lo scioglimento del Consiglio Comunale. Grazie per averci ricordato ancora una volta che coerenza e politica sono due rette parallele che si incontrano all’infinito.


Roma, 9/10/2015

Come è ormai arcinoto il Sindaco di Roma Ignazio Marino si è dimesso e con lui il Vice-sindaco Marco Causi e i due assessori Stefano Esposito e Luigina Di Liegro. Probabili le dimissioni del resto della Giunta Comunale. Un evento inedito per il Comune di Roma: anche il predecessore di Marino, Gianni Alemanno, azzerò la sua Giunta, ma non ci pensò neanche a dimettersi.

Si va pertanto verso il commissariamento in vista delle elezioni che dovrebbero tenersi nel maggio del prossimo anno. Va da sé che il Bilancio Preventivo 2016 non verrà approvato se non nell’autunno determinando una situazione già sussistente per 2 anni di seguito sotto la giunta Alemanno ovvero l’amministrazione provvisoria. Situazione che obbliga i Municipi a non spendere più di 1/12 per ogni mese di quanto è stato speso l’anno precedente. Ciò potrebbe determinare, come è già accaduto nel 2013, la sospensione dei servizi sociali essenziali.

Questo è lo scotto che i cittadini devono periodicamente pagare in un Paese in cui le opposizioni giocano allo sfascio e sono in perenne campagna elettorale, in cui piuttosto che incriminare i colpevoli e chiedere a chi governa di modificare le cose che non vanno, puntano a determinare l’interruzione dell’amministrazione ordinaria e i continui rimpasti ed avvicendamenti politici.

L’RNA, i topi, il bombardamento di S. Lorenzo e le profezie autoavveranti.

l_importanza_dell_architettura_per_il_dna_6408Pubblicato sul giornale delle scienze psicologiche State of mind un articolo che illustra la ricerca condotta dalla Dott.ssa Mansuy e dai ricercatori del Brain Research Institute di Zurigo, nel quale è stato evidenziato che topi sottoposti a situazioni stressanti mostrano un’alterazione delle molecole dell’RNA (le molecole che copiano il DNA e sono responsabili della sintesi delle proteine) in diverse cellule comprese anche quelle spermatiche, nonché mostrerebbero modificazioni comportamentali simili alla depressione. Nello studio è stato evidenziato che nella progenie sono rilevate sia molecole di RNA alterato che le modificazioni comportamentali presenti nella generazione precedente pur in assenza delle stesse condizioni stressanti a cui era stata sottoposta quest’ultima.

L’articolo chiosa con l’affermazione che i risultati ottenuti sui topi sarebbero generalizzabili agli esseri umani, ipotizzando che i traumi subiti da genitori e nonni altererebbero l’RNA e che tali alterazioni sarebbero responsabili di disturbi dell’umore analogamente con quanto rilevato nei topi.

Quando si pubblicano i risultati di ricerche di questo genere occorre essere estremamente cauti nel trarre le conclusioni, soprattutto nel momento in cui si vuole trasferire le evidenze su una specie molto più complessa di quella utilizzata come campione della ricerca.

Il rischio, altrimenti, è quello di creare giustificazioni pseudo-scientifiche ad atteggiamenti di predestinazione rispetto alla psicopatologia del tipo: “ho un genitore (o un nonno) che ha subito traumi o è affetto da depressione quindi anche io sarò depresso”. Una concettualizzazione di questo genere determina conseguenze psicologiche a livello individuale e sistemico che comporteranno:

  • perdita dell’autostima e dell’auto-efficacia;
  • reificando la malattia può indurre disillusione e deresponsabilizzazione rispetto alla possibilità di trattamento e di raggiungimento di un livello soddisfacente di benessere psicologico;
  • atteggiamenti prevenuti da parte dei familiari e del contesto sociale in generale.

Il fatto che sia accertata una familiarità nei disturbi dell’umore (depressione e disturbo bipolare) così come nelle psicosi, non significa, tal quale, che questa familiarità sia mediata esclusivamente dalla genetica. Quando un genitore è affetto da una patologia così grave si innescano meccanismi relazionali che influenzano negativamente i figli, sia direttamente che indirettamente per il tramite dell’effetto che la patologia ha sul contesto familiare.

Senza entrare nel merito dei dettagli dello studio, possiamo sollevare alcuni interrogativi che mettono in discussione questa concatenazione di eventi fin troppo lineare quando si studiano sistemi complessi, quali sono comunque i topi, e ultra complessi quali sono le comunità di esseri umani:

  • qual è la percentuale di molecole di RNA alterato rispetto a quella non alterata, sintetizzata comunque a partire dal DNA che non può essere alterato se non in presenza di mutazioni?
  • Quanto è perdurante la presenza di RNA alterato considerando che le molecole hanno un ciclo di vita al termine del quale vengono catabolizzate?
  • Sono state prese le misure necessarie per evitare che fosse il comportamento alterato della prima generazione ad influenzare quello della seconda generazione di topi?
  • La seconda generazione di topi è stata separata dalla prima?

Il principio di indeterminazione di Heisenberg ci ha insegnato che osservare un sistema significa anche modificarlo. Ne consegue che se ad esempio i topolini neonati sono stati separati dalla generazione precedente per “isolare” l’effetto del RNA, ciò stesso potrebbe determinare conseguenze negative sul loro comportamento.

Già negli anni ’50 Harlow aveva dimostrato gli effetti negativi della separazione dalla madre in cuccioli di scimmie Rhesus e come quest’ultimi preferissero aggrapparsi ad un fantoccio rivestito di peluche che non forniva nutrimento, piuttosto che a quello di metallo che erogava latte.

Ci sono pertanto abbastanza elementi per affermare che topi, scimmie ed esseri umani sono sistemi così complessi da rendere estremamente difficile isolare l’effetto di un’unica variabile indipendente sul comportamento e che esistono una moltitudini di variabili intervenienti legate tra di loro da relazioni circolari.

Da questo punto di vista affrontare il comportamento umano esclusivamente dal punto di vista biologico è fuorviante. Si necessita di confrontare le ricerche condotte in campo psico-biologico con studi longitudinali e intergenerazionali su come i traumi influiscono a livello processuale sulle relazioni tra genitori e figli, nonché sulla costruzione di miti familiari che influenzano il comportamento e la psicologia di diverse generazioni. Il dialogo fra le neuroscienze e la psicologia può portare conoscenze utili a creare sinergie tra la medicina e la psicologia, tra la chimica e la psicoterapia. Soprattutto è fondamentale verificare gli effetti del trattamento psicoterapico di questi traumi a livello psicologico e della chimica del cervello.

Brani tratti da “Il settimo milione” di Tom Segev

“Come le persone ti trattano è il loro karma; come reagisci è il tuo.”
(Wayne Dyer)

 “L’Agenzia Ebraica voleva che gli ebrei diventassero la maggioranza degli abitanti della Palestina, ma non con l’evacuazione di massa bensì attraverso l’immigrazione selettiva. (…) La preferenza andava a sionisti giovani e sani (…) L’Associazione immigrati tedeschi si lagnava che a Berlino i funzionari dell’Agenzia ebraica concedessero i certificati anche agli invalidi: – Il materiale umano proveniente dalla Germania peggiora ogni giorni di più – protestava nel dicembre 1

“L’Agenzia Ebraica voleva che gli ebrei diventassero la maggioranza degli abitanti della Palestina, ma non con l’evacuazione di massa bensì attraverso l’immigrazione selettiva. (…) La preferenza andava a sionisti giovani e sani (…) L’Associazione immigrati tedeschi si lagnava che a Berlino i funzionari dell’Agenzia ebraica concedessero i certificati anche agli invalidi: – Il materiale umano proveniente dalla Germania peggiora ogni giorni di più – protestava nel dicembre 1933. E proseguiva: – Non sanno e non vogliono lavorare hanno bisogno di assistenza sociale -. Un anno dopo l’Associazione inviò a Berlino un elenco di persone che non avrebbero mai dovuto essere mandate in Palestina. Henrietta Szold, che dirigeva l’Ufficio assistenza sociale dell’Agenzia ebraica, protestò più volte per la presenza fra gli immigrati di malati e indigenti, e ogni tanto chiedeva che qualcuno di quei casi, i quali costituivano un peso per lo yishuv (Stato d’Israele), venisse rispedito nella Germania”.


“Dopo i pogrom della – Notte dei cristalli – Ben Gurion, temendo che la coscienza umana potesse spingere alcuni paesi ad aprire le porte agli ebrei tedeschi, ammonì: “Il sionismo è in pericolo”.


“L’accordo sulla Haavarah, – il trasferimento – così chiamato anche nei documenti nazisti, era il frutto della complementarità fra gli interessi del governo nazista e quelli del movimento sionista: il primo voleva cacciare gli ebrei dalla Germania, il secondo voleva accoglierli in Palestina. Ma i desideri dei sionisti non coincidevano con quelli degli ebrei tedeschi, la maggior parte dei quali avrebbe preferito restare nel proprio paese. Il contrasto fra gli interessi dello yishuv (in seguito Stato di Israele) e quelli dell’ebraismo mondiale avrebbe avuto un ruolo determinante nell’atteggiamento assunto dagli israeliani nei confronti dell’Olocausto.”

Cani guida negli esercizi e sui mezzi pubblici: sanzioni salate per chi si oppone.

La legge 37/1974 e la successiva integrazione della legge 60/2006, stabiliscono che le persone non vedenti hanno diritto ad essere sempre accompagnate dal proprio cane guida anche sui mezzi di trasporto pubblici, aerei compresi, e in tutti gli esercizi commerciali.

Le sanzioni previste per chi intende non agevolare l’ingresso del cane guida variano dai 500 ai 2500 euro. E’ sufficiente contattare l’autorità giudiziaria per far valere la legge.

Di seguito il testo delle leggi a cui si fa riferimento.

L. n. 34 del 14 febbraio 1974 (int. da L. n. 60 del 2 agosto 2006) “Accesso gratuito per i cani guida per non vedenti sui mezzi di trasporto ed esercizi pubblici”.

Legge n. 37 del 14 febbraio 1974

Articolo unico

1. Il privo di vista ha diritto di farsi accompagnare dal proprio cane guida nei suoi viaggi su ogni mezzo di trasporto pubblico senza dover pagare per l’animale alcun biglietto o sovrattassa.
2. Al privo della vista è riconosciuto altresí il diritto di accedere agli esercizi aperti al pubblico con il proprio cane guida.
Ogni altra disposizione in contrasto o in difformità con la presente legge viene abrogata.
(seguono le integrazioni attuate dalla L. n. 60/2006)
3. I responsabili della gestione dei trasporti di cui al primo comma e i titolari degli esercizi di cui al secondo comma che impediscano od ostacolino, direttamente o indirettamente, l’accesso ai privi di vista accompagnati dal proprio cane guida,sono soggetti ad una sanzione amminstrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma da euro 500 a euro 2.500.
4. Nei casi previsti dai commi primo e secondo, il privo di vista ha diritto di farsi accompagnare dal proprio cane guida anche non munito di museruola, salvo quanto previsto dal quinto comma.
5. Sui mezzi di trasporto pubblico, ove richiesto esplicitamente dal conducente o dai passeggeri, il privo di vista è tenuto a munire di museruola il proprio cane guida

Fonte: Feder F.I.D.A. (Federazione Italiana Diritti Animali)

La sessualità come elemento imprescindibile per la qualità della vita

Perché la vita possa definirsi completa e soddisfacente non può mancare in essa il soddisfacimento dei desideri sessuali e la possibilità di sperimentare tutta la gamma di sensazioni ed emozioni dell’amore erotico.

Ci sono purtroppo persone che per costrizione o per scelte dettate da esperienze che hanno condotto ad un inaridimento della loro vena romantica, erotica e sensuale, conducono una vita fatta di doveri o di piaceri materiali, oppure si rifugiano nella spiritualità. In tutti questi casi non si soddisfano il bisogno di ogni essere umano di dare corpo alle emozioni e ai sentimenti.

Infatti, l’amore erotico ha un valore aggiunto rispetto alle altre forme di piacere o di amore: esso è il punto di congiunzione fra la psiche e il soma, tra il nostro mondo emotivo e tutte le espressioni fisiche e sensoriali delle emozioni. L’amore e il piacere erotico possono declinarsi sia nella relazione con l’altro sia con se stessi: l’autoerotismo può essere la strada privilegiata per conoscersi ed imparare ad amarsi, per riappacificarsi con il proprio corpo. L’amore erotico ha il potere di trasformare nella mente delle persone malate o diversamente abili, la percezione del proprio corpo come luogo dove si realizza il benessere, laddove invece nella grigia quotidianità dell’assistenza e delle terapie esso è motivo di mortificazione morale e dolore. L’amore erotico autentico permette a chi vede nel proprio corpo solo difetti, la consapevolezza che esso può essere soggetto e oggetto di intense e gradevoli emozioni e sensazioni. L’amore erotico autentico e personale ha un potere terapeutico.

Piacere come nutrimento dell’autostima: conoscersi o essere conosciuti dal partner al punto da riuscire a darsi o ricevere piacere nel modo unico in cui ognuno di noi ama ricevere piacere ed amore, ha una ricaduta positiva immediata sul proprio senso di autostima. Amarsi ed essere amati con dedizione e attenzione significa essere riconosciuti nella propria unicità ed essere meritevoli di un amore che va al di là dei canoni, degli stereotipi e delle convenzioni.

Ma il piacere sessuale non fornisce in sé e per sé nutrimento alla propria autostima. L’auto-erotismo può essere visto come un surrogato della sessualità con un/una partner e vissuto con un senso di prostrazione che subentra poco dopo l’orgasmo. I fantasmi di un retaggio culturale che ha per secoli stigmatizzato la masturbazione come un atto immorale, impuro e legato ad una sessualità immatura, polimorfa alla quale è stata contrapposta l’immagine positiva della sessualità genitale e funzionale alla riproduzione.

Nelle relazioni sessuali una sessualità piacevole per puro esercizio fisico o stimolazione sensoriale, senza un collegamento ad una dimensione emotiva e sentimentale, può risultare sterile, fine a se stessa, quindi non lasciare nutrimento all’autostima.

Si pensi alle parafilie quali la pedofilia, il frotteurismo, i comportamenti voyeuristiici o esibilizionisti, ecc. essi provocano eccitazione in chi mette in atto questi comportamenti, ma invece che creare un rapporto intimo, costoro vengono emarginati proprio per il carattere deviante della loro sessualità e per il fatto che gli agiti invadono la sfera intima di altre persone senza il loro consenso. Altro esempio di una sessualità mortificante è quella ricercata da persone affette da dipendenza sessuale le quali sono costrette, per raggiungere livelli di eccitazione soddisfacenti, a ricercare comportamenti sessuali sempre più estremi, ma questo, oltre che creare situazioni potenzialmente pericolose e socialmente compromettenti, lasciano un profondo senso di prostrazione in chi le compie.

Piacere, violenza e sopraffazione: altre volte il piacere sessuale viene ottenuto attraverso l’erotizzazione della violenza e della sopraffazione. Si pensi ai rapporti sessuali basati su dinamiche sadomasochistiche o alle pratiche autoerotiche con oggetti impropri che possono provocare dolore e ferite al limite dell’autolesionismo. I casi di abuso e di violenza sessuale sono l’esempio più emblematico di una sessualità basata sulla mortificazione dell’oggetto dell’investimento erotico.  Ma senza arrivare a questi estremi a volte il rapporto sessuale può essere condotto con rabbia, diventare lo sfogo di risentimento verso il partner o la categoria che esso rappresenta. Tutte queste forme sessualità sono veicolo di sentimenti negativi e provocano a loro volta ulteriore mortificazione e risentimento.

Desiderio come forza motivante: ad ogni modo è innegabile il potere del desiderio in generale e di quello sessuale in particolare. Esso rappresenta una forza motivante, in negativo e in positivo, molto potente. La sessualità è la dimensione dove si possono realizzare attimi di pura felicità e che possono dare senso alla vita che per lo più è fatta di doveri e sacrifici. Ecco perché non bisognerebbe mai smettere di ricercare le gioie dell’amore e del piacere sessuale.

Questionario “Sessualità e disabilità”: 913 moduli raccolti. I risultati verranno pubblicati il 01/12/2015

UN ENORME RINGRAZIAMENTO ALLE 913 PERSONE CHE HANNO CONTRIBUITO ALLA RACCOLTA DATI COMPILANDO IL MODULO. I RISULTATI VERRANNO RESI NOTI E DISCUSSI IN UN’INIZIATIVA PUBBLICA CHE SI TERRA’ A ROMA IL 01/12/2015. CLICCA QUI per tutte le info sull’iniziativa.


Il cambiamento è una questione di fiducia

Un’accurata analisi della domanda 

A volte i pazienti non vengono in seduta per cambiare, ma solo per confidarsi con qualcuno su argomenti che non vogliono o non possono affrontare all’esterno, per solitudine o per avere qualcuno con cui sfogarsi. Questo aspetto oltre a dover essere chiaro allo psicoterapeuta è importante che venga esplicitato e il paziente se ne renda conto e se ne prenda la responsabilità.

Capire su cosa si vuole attuare il cambiamento e fissare obiettivi concreti e definibili.

Chi intraprende un percorso, il più delle volte, intende eliminare dei sintomi (ansia, depressione, insonnia, disturbi dell’alimentazione, ecc.) ritenendo che la semplice evacuazione di vissuti possa essere una catarsi sufficiente alla rimozione delle problematiche. In realtà il cambiamento richiede un po’ più di impegno.

Alcuni dei compiti che devono svolgere insieme terapeuta e paziente sono i seguenti:

  • rievocare questioni dolorose: non è sufficiente parlare dei sintomi o di questioni che hanno un ruolo marginale nell’economia esistenziale del paziente. È necessario trattare le questioni che hanno un ruolo centrale.
  • prendere contatto con le emozioni: non è sufficiente parlare dei vissuti e fare una rassegna delle problematiche. A volte i pazienti parlano velocemente di aspetti anche molto dolorosi con distacco emotivo. Anche queste sono forme di resistenza in quanto con queste modalità di espressione si blocca l’accesso delle emozioni alla coscienza, ma il vero potere del cambiamento sta nella forza delle emozioni: la chimica del cervello, le tracce mnestiche e le memorie procedurali che fanno da sostrato biologico ai copioni comportamentali, si modificano solo quando la parte più antica del cervello, quella implicata nelle emozioni, viene attivata. Il pensiero, l’attività della neocorteccia, è solo ciò che orienta e fa capire quali sono i nodi da sciogliere.
  • cambiare gli stili di vita: molto spesso i sintomi di ansia o i disturbi dell’umore sono causati da stili di vita molto stressanti, dal frequentare persone negative fonte di forte stress emotivo. In altri casi l’assunzione di sostanze o cattive abitudini alimentari possono aggravare i sintomi psicologici. Tutto ciò implica un cambiamento degli stili di vita per ripristinare il benessere psicologico. Ciò deve essere assunto responsabilmente dal cliente affinché possa collaborare ad un percorso che conduca verso la modifica di stili di vita disfunzionali.

La resistenza sta al cambiamento come l’aria sta agli uccelli: rallenta il loro volo e al tempo stesso lo rende possibile

 

Sembra un paradosso, ma non lo è: se i nostri cieli fossero privi di atmosfera il volo sarebbe impossibile. Così se i pazienti non ponessero alcuna resistenza al cambiamento sarebbero pura argilla nelle mani del terapeuta da plasmare a proprio piacimento, con grande gratificazione narcisistica di quest’ultimo. Questi cambiamenti tanto sono rapidi tanto sono instabili. La resistenza non è altro che la manifestazione fenomenologica della tendenza degli organismi a mantenere la stabilità. Così un certo livello di resistenza al cambiamento è segno di un senso del Sé coeso e stabile: il paziente conosce se stesso, sa cosa è familiare e tende a mantenerlo. L’assenza della resistenza o anche la sua inconsistenza sarebbe solo il segnale di una personalità poco definita che subisce le suggestioni delle altre persone, ma non cambia in funzione di un processo di consapevolizzazione e di scelta di applicare nuove modalità relazionali. Allo stesso modo l’eccesso di resistenza consente al terapeuta di individuare gli aspetti più problematici ed aiutare il paziente ad indirizzarlo verso di essi.

La resistenza è sempre intersoggettiva

Ogni psicologo e psicoterapeuta deve tener conto anche del proprio controtransfert e di conseguenza delle proprie resistenze ad affrontare tematiche molto dolorose per il paziente o che hanno attinenza al presente e alla storia del terapeuta. Esse si possono manifestare con la collusione da parte di quest’ultimo verso il paziente nel non affrontare completamente certe tematiche oppure anche nel sorvolare su di esse. Altre volte la resistenza può essere agita con comportamenti che interrompono l’espressione emotiva.

La resistenza si nutre di pregiudizi e pensieri irrazionali

“Ce la devo fare da solo”, “Ho paura di diventare dipendente”, “Quanto tempo ancora dovrò venire in terapia?”, “Non ho soldi da buttare”. Tutte frasi che esemplificano i pensieri irrazionali e ingiustificati spesso correlati all’idea di affrontare un percorso di psicoterapia. Evidenziarli e confutarli è parte integrante del lavoro terapeutico.

Bibliografia di approfondimento:
Cambiamento e Resistenza in Terapia –  L’aderenza veloce al trattamento Autori: Edoardo Giusti – Florinda Barbuto Casa Editrice: Sovera Data di pubblicazione: 2014. Clicca qui.

“Padri e figlie”. Trauma, lutto e psicopatologia raccontati con troppe incertezze.

“Padri e figlie”, il nuovo film di Gabriele Muccino in sala in questi giorni, è un tentativo lodevole, benché approssimativo dal punto di vista teorico, di raccontare le ragioni dell’esordio di una psicopatologia in una ragazza, Kate, che durante l’infanzia ha subito lutti e separazioni traumatiche dai propri genitori.

Troppe le inesattezze e le lacune in un racconto che ambiva a narrare il percorso di una diade padre figlia che, nonostante l’amore di entrambi e gli sforzi del primo, ha condotto la seconda a sviluppare un disturbo psicologico non adeguatamente descritto. Il senso di vuoto a cui Kate fa riferimento nell’unica seduta di psicoterapia rappresentata nel film, la difficoltà a comprendere le proprie emozioni (alessitimia) e l’incoercibilità di alcuni comportamenti di fuga dalle relazioni stabili e nella promiscuità sessuale come meccanismo di regolazione delle emozioni disforiche di fronte alla paura dell’abbandono, lascerebbero ipotizzare un Disturbo di Personalità Borderline il quale, però, non viene adeguatamente tratteggiato: la ragazza non presenta tutta un’altra serie di comportamenti tipici di questa sindrome, anzi viene descritta come capace di svolgere la professione psicoterapeutica.

Probabilmente la parte relativa al trattamento che Kate intraprende, in qualità di terapeuta, con una bambina affetta da Mutismo Selettivo, è l’aspetto più interessante e rappresentato con dovizia di particolari. La guarigione della bambina viene ottenuta attraverso una relazione terapeutica riparatrice la quale è basata su un contro-transfert pro-attivo di Kate che rivede se stessa bambina nella sua piccola paziente sulla base delle analogie tra le storie di vita. Si verifica una sorta di inversione di ruolo tra terapeuta e paziente: la prima ha bisogno che la seconda stia meglio per risolvere questioni sospese della sua storia tanto da ricercare un contatto fisico inizialmente non corrisposto. Il fatto che una relazione coinvolgente tra terapeuta e paziente e l’auto-svelamento possano determinare un successo terapeutico è piuttosto ricorrente nella pratica, il problema sorge nel momento in cui il contro-transfert non viene esplicitato (ad esempio con colloqui con la psicologa che svolge il ruolo di supervisore nei quali trattare gli aspetti personali inerenti il caso) e quindi reso un elemento intenzionalmente utilizzato a beneficio della paziente. Al contrario, nel film viene rappresentata una terapeuta che si lascia trasportare dall’impeto dei suoi bisogni emotivi ricercando inconsapevolmente la propria guarigione e determinando, incidentalmente, quella della paziente. Emblematica la scena nella quale la terapeuta vive con la bambina un momento simbolo della crescita, del quale entrambe erano state private a causa della prematura scomparsa delle rispettive madri, vivendo, in un meccanismo di pro-flessione (fare agli altri, ciò che si vorrebbe gli altri facessero a sé), un’esperienza a parti invertite (lei nel ruolo della madre) che la aiuterà a chiudere con il doloroso rimpianto di non averla mai potuta vivere realmente con sua madre.

Si corre il rischio  che lo spettatore arrivi alla conclusione che ciò che funziona da un punto di vista terapeutico, non è il sapere, saper fare e saper essere di una terapeuta che ha studiato teorie, acquisito tecniche e sviluppato capacità umane e relazionali attraverso la terapia su di sé e la supervisione, ma l’incontro casuale di due persone che hanno sofferto gli stessi traumi. Rischio amplificato dal fatto che in tutto il film viene messo in scena un unico colloquio inconcludente di Kate con la sua terapeuta.

Inoltre, onde evitare di ingenerare confusione nello spettatore circa i titoli professionali attribuiti alla protagonista, sarebbe stato auspicabile, nel doppiaggio italiano, utilizzare esclusivamente i termini “terapeuta”, “psicologa” o “psicoterapeuta”, considerando che nell’ordinamento italiano non è consentito, differentemente da quanto accade negli Stati Uniti, agli Assistenti Sociali svolgere attività terapeutica.

Infine, altra grande incongruenza è quella relativa al disturbo del padre di Kate. Nelle scene del film egli viene colto da convulsioni che lasciano pensare ad disturbo epilettico successivo a trauma cranico, mentre la diagnosi effettuata dallo psichiatra è di Psicosi Maniaco-Depressiva. Una diagnosi che non sta in piedi per varie ragioni:

  1. le convulsioni non sono un sintomo della psicosi maniaco-depressivo;
  2. non vengono evidenziate scene nelle quali il padre di Kate abbia allucinazioni e deliri di onnipotenza tipici della psicosi maniaco-depressiva;
  3. la psicosi maniaco-depressiva ha carattere endogeno (cioè dovuta ad uno squilibrio biochimico nel cervello), mentre l’umore depresso era verosimilmente reattivo alla perdita improvvisa della moglie.

In conclusione, lungi con questo articolo voler sancire il valore assoluto del film, voglio sottolineare l’importanza di curare aspetti teorico-tecnici fondamentali, nel momento in cui ci si appresta ad entrare nel merito della psicopatologia e dell’attività terapeutica. Ad ogni modo ogni volta che il Cinema si interessa della Psicologia è un fatto positivo che ci consente di parlare di un’attività sempre molto difficile da rappresentare.