Mostra “Dimensione Fragile”: finissage 15 marzo

Il libro…


 

 

 

 

 

 

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Lo scorso 7 marzo presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, nell’ambito del ciclo d’incontri “Conferenze all’Accademia” è stato presentato il libro di Roberto Gramiccia, “Elogio della Fragilità”. Alla presentazione oltre a quello dell’autore e dei diversi artisti presenti in sala, si sono potuti apprezzare gli interventi strutturati di Tiziana D’Acchille, Gabriele Simongini e Giuseppe Modica, tutti docenti dell’Accademia di Roma, Alberto Dambruoso, Storico e critico d’arte, docente dell’Accademia di Frosinone, e Giorgio De Finis, Antropologo e Direttore del MACRO.

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L’altare – Equilibrio/Disequilibrio – Chen Zhen 1993

Nel suo libro Gramiccia, racconta di come ha scoperto la sua fragilità e quella delle persone che ha incontrato nella sua vita, e di come ciò, lo abbia portato a pensare ad essa come una condizione universale del genere umano. “Elogio della fragilità” è un testo autobiografico nel quale l’autore racconta il suo impegno nella politica, nella medicina e nell’arte contro l’imbarbarimento, ma anche un coraggioso e lucido atto di accusa contro la famelica e inarrestabile tendenza alla commercializzazione indiscriminata dell’arte. Partendo da tali spunti l’incontro si è spontaneamente trasformato in uno spazio di riflessione e di scambio reciproco, dove la fragilità riconosciuta e raccontata nella vita di tanti artisti ed intellettuali (Gramsci, Leopardi, Scipione, Van Gogh, Close, Petrucciani ecc.) diventa inaspettatamente un valore assoluto, una condizione che invece di indebolire affina la propria sensibilità e la capacità di scoprire l’imprevedibilità delle cose trasformando la sofferenza in arte.

Concludo con la condivisione di un’intervista allo stesso autore di Vittorio Bonanni e, come provocatoriamente suggerito da uno degli oratori citati, consiglio la lettura del libro a tutti coloro, artisti o sedicenti tali, che si ritengono forti ed invincibili.

 


Il manifesto…

Le reazioni e le adesioni suscitate dal libro Elogio della fragilità (ed. Mimesis) di Roberto Gramiccia sono alla base della stesura del Manifesto della fragilità che il mondo dell’arte in particolare ha accolto e fatto proprio, dando vita a fermenti culturali diffusi. L’idea del Manifesto nasce dalla convinzione che la Teoria della fragilità e le indicazioni che il libro propone possano stimolare una discussione proficua e creare le condizioni per il sorgere di un movimento culturale ambizioso. Il Manifesto ruota intorno all’idea che la fragilità possa trasformarsi in forza e vede centinaia di artisti, ma anche personalità della cultura, della politica e della società civile, aderire e confrontarsi su un tema di interesse generale. La fragilità, infatti, si presenta come condizione universale, una connessione maieutica tra debolezza, creatività e riscossa, individuale e collettiva. Per l’occasione si presenta la seconda edizione del libro Elogio della fragilità arricchito di nuovi contenuti.


La mostra…

Il Manifesto verrà ufficialmente presentato nell’inaugurazione della mostra “DIMENSIONE FRAGILE” che vede coinvolti i 200 artisti che in qualche modo, in determinati periodi, per attitudine, poetica, metodo o linguaggio, hanno creato le loro opere nel segno della fragilità.

Si presentano nel Salone Borromini carte di piccolo formato 14×20 cm, realizzate dagli artisti invitati che con il loro segno testimoniano la propria interpretazione di DIMENSIONE FRAGILE. Piccole carte tenute insieme da un comune sentire e che nella lettura unitaria e complessiva possono restituire il senso del “movimento”.

La Biblioteca Vallicelliana, promotrice di numerose iniziative culturali, è una realtà viva e aperta, pronta a sostenere e produrre progetti, idee, fermenti. In questo caso, l’obiettivo è attivare un circuito virtuoso di scambio e confronto artistico e culturale tra alcune nuove tendenze e uno dei luoghi più affascinanti del vasto patrimonio storico artistico italiano. Lo spazio borrominiano dedicato alla conservazione bibliografica e alla ricerca, nondimeno entra in relazione con forme espressive del presente contribuendo a una interpretazione del contemporaneo.

Le opere in mostra verranno donate alla Biblioteca Vallicelliana per la creazione di una collezione che verrà incrementata nei successivi appuntamenti annuali in biblioteca.

In collaborazione con HIDALGO ARTE e I MARTEDI’ CRITICI

OPERE FRAGILI DI:

Ilaria Abbiento – Alessandra Abbruzzese – Ennio Alfani – Franco Altobelli – Nicola Amato – Antonio Ambrosino – Giovanni Anceschi – Valerio Anceschi – Sonia Andresano – Salvatore Anelli – Claudia Angrisani – Enrico Antonelli – Caterina Arcuri – Chiara Arturo – Paolo Assenza – Michele Attianese – Laura Baffi – Mariantonietta Bagliato – Giulia Barone – Ludovica Bastianini – Manuela Bedeschi – Tiziano Bellomi – Isotta Bellomunno – Jacopo Benci – Cinzia Benigni – Paolo Bielli – Sergio Bianchi – Lucia Boccalone – Renata Boero Medini – Claudio Borghi – Adalberto Borioli – Lia Bottanelli – Gennaro Branca – Rossana Bucci – Valeria Cademartori – Ennio Calabria – Silvia Celeste Calcagno – Maurizio Capisani – Pietro Capogrosso – Antonio Carbone – Miki Carone – Roberto Casiraghi – Francesco Castellani – Lucilla Catania – Franco Cenci – Pierluca Cetera – Italo Chiodi – Sonia Cipollari – Angelo Colagrossi – Ferdinando Coloretti – Sabrina Conte – Paolo Guglielmo Conti – Daniela Corbascio – Sonia Costantini – Barbara Crimella – Publia Cruciani – Vittorino Curci – Cristina Cusani – Fernando De Filippi – Anna De Francesco – Luigi Dellatorre – Guillermina De Gennaro – Maria Rita De Giorgio – Giulia Del Papa – Dana De Luca – Federica De Luca – Iginio De Luca – Nino De Luca – Valentina De Martini – Giulio De Mitri – Pietro Di Terlizzi – Paolo Di Nozzi – Elena Diaco Mayer – Chiara Diamantini – Cristiana Di Ricco – Manlio Epifania – Marco Ercoli – Marco Fattori – Ugo Ferrero – Enrico Fico – Mariano Filippetta – Luigi Filograno – Pietro Finelli – Raffaele Fiorella – Danilo Fiorucci – Andrea Fogli – Giovanni Fontana – Stefano Fontebasso de Martino – Paola Fonticoli – Isabelle Fordin – Giancarla Frare – Vincenzo Fratini – Perluigi Fresia – Laura Fusco – Giovanni Gaggia – Maria Stella Gallas – Maria Cristina Galli – Michele Giangrande – Claudia Giannuli – Bruna Ginammi – Nicola Gnesi – Valentina Goretti – Marco Grimaldi – Luca Guatelli – Paolo Iacchetti – Francesco Impellizzeri – Alfonso Maria Isonzo – Iginio Iurilli – Ernesto Jannini – Mario Jerone – Mojmir Jezek – Susanne Kessler – Rada Koželj – Chiprima Kypoy – Cosmo Laera – Lucia Lamberti – Sandra Lazzarini – Micaela Legnaioli – Silvana Leonardi – Maurizio Leoni – Oronzo Liuzzi – Christian Loretti – Federico Losito – Adele Lotito – Massimo Luccioli – Giulia Madiai – Danilo Maestosi – Francesca Macina – Mauro Magni – Angelo Maisto – Vito Maiullari – Elisa Majnoni – Pino Malerba – Cristina Mangini – Marco Manzo – Susy Manzo – Roberta Maola – Antonio Marciano – Anna Marino – Vincenzo Marsiglia – Dunia Mauro – Umberto Meroni – Pierpaolo Miccolis – Roberto Micheli – Ezia Mitolo – Giuseppe Modica – Jose Molina – Riccardo Monachesi – Daniela Monaci – Riccarda Montenero – Albano Morandi – Franco Mulas – Massimo Nardi- Giuseppe Negro – Fabio Nicotera – Daniele Nitti Sotres – Maria Teresa Oliva – Gonzalo Orquin – Luca Padroni – Tommaso Palaia – Alice Paltrinieri – Stefano W. Pasquini – Pippo Patruno – Maria Pia Petrini – Anna Pezzoli – Jasmine Pignatelli – Natale Platania – Teresa Pollidori – Antonella Raio – Stefania Ranghieri – Carlo Alberto Rastelli – Giulia Ripandelli – Tiziana Rivoni – Paola Romoli Venturi – Giulia Ronchetti – Massimo Saverio Ruiu – Mara Ruzza – Antonio Sammartano – Sandro Sanna – Francesco Sannicandro – Alba Savoi – Eugenia Serafini – Lino Sivilli – Skin&Bones Illustration – Elisabetta Sonnino – Jolanda Spagno – Valdi Spagnulo – Osvaldo Spagnulo – Georgina Spengler – Sprout/Baum- Silvia Stucky – Giuseppe Sylos Labini – Patrick Tabarelli – Meri Tancredi – Paolo Tatavitto – KeziaT – Alberto Timossi – Mona Lisa Tina – Isabella Tirelli – Michela Tobiolo – Alberto Torres Hernandez – Stefano Trappolini – Franco Tripodi – Ivano Troisi – Francesca Tulli – Clara Turchi – Oscar Turco – Fosco Valentini – Viviana Valla – Delphine Valli – Mara van Wees – Giorgio Vicentini – Giovanna Vinciguerra – Cecilia Vitiello – Raffaela Vittori – Fiorenzo Zaffina – Serena Zanardi – Virginia Zanetti – Nacho Zubelzu – Emiliano Zucchini


Chimica della fragilita di Roberta Maola “Chimica della fragilità” 2017 di Roberta Maola – Disegno a Matita su Carta

Ghiaccio e sale elementi cristallizzati che, tuttavia, quando si sfiorano si destrutturano vicendevolmente. Qual è l’elemento più forte e qual è il più fragile? Ognuno lungo il proprio cammino prima o poi si confronta con la propria Fragilità sperimentando lo sgomento, il thauma. Ma è proprio l’intrinseca Fragilità degli elementi che consente ad essi di mutare, fluire e ricombinarsi nei costituenti della vita fino a farsi pensiero e sentimento.
In questa antichissima legge possiamo rintracciare la saggezza della Natura che ha fatto della Fragilità la nostra stessa essenza. Non per renderci deboli, ma aperti al cambiamento. Perché la stessa caducità della Vita consentisse il suo ciclo millenario. Prendere coscienza della nostra fragilità esistenziale, piuttosto che indurci ad evitare, ci esorta ad entrare in relazione con l’Altro, confluendo intenzionalmente nel processo di Trasformazione ed integrazione in un’architettura più grande e complessa.


 

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Mostra “Umanità dispersa”. Visitabile dal 14 al 23 su appuntamento. Finissage Sabato 24.

Locandina UMANITA DISPERSA opere di Giulia Del Papa e Roberta Maola

La mostra di Giulia Del Papa e Roberta Maola, cura e testo di Roberto Gramiccia, che si inaugura nella sede storica dell’Archivio Menna/Binga, è l’occasione migliore per osservare gli esiti attuali della ricerca di due artiste che utilizzano il più classico dei linguaggi: il disegno a matita su carta. Le sei opere esposte, frutto di un lavoro lento e accuratissimo, si confrontano con un tema di struggente attualità che riconduce ai lineamenti di una crisi generale molto grave, configurando lo scenario di una pericolosa regressione della società occidentale. Si legge nel testo della mostra:

Giulia Del Papa e Roberta Maola, senza clamore e con silenziosa determinazione, riaffermano quotidianamente la convinzione che il lavoro e lo studio possano pagare. La certezza che non sia inevitabile rassegnarsi alla scomparsa del “mestiere” in arte, così come la determinazione a mantenere, nel perimetro del loro fare, quel legame dell’arte con il mondo che Adorno riteneva elemento costitutivo essenziale di ogni ricerca estetica. L’arma che Giulia e Roberta utilizzano in questa battaglia delle idee è silenziosa ma a suo modo implacabile. Quest’arma è la matita, il disegno. Quella cosa semplice e grandiosa che fece dell’arte fiorentina e del Rinascimento un’epoca irripetibile. Di questi fondamenti, così debitori della tradizione italiana, è difficile  trovar traccia nell’arte di oggi. Le nostre due artiste invece, cocciutamente, non solo vi ritornano ma fanno di questi principi il piedistallo della loro costruzione quotidiana. È a questa tradizione che mi piace riferirmi parlando del loro lavoro. Piuttosto che all’iperrealismo di stampo americano. L’iperrealismo per lo più, con tutte le  lodevoli eccezioni del caso, gareggia con la fotografia nel riprodurre la realtà così com’è. Tanto che il risultato massimo agognato da chi usa questo linguaggio è quello di rendere le proprie opere indistinguibili dalle immagini fotografiche. Ecco, questa intenzionalità illusionistica e in qualche modo funambolica è esattamente l’opposto di ciò che connota l’investigazione  di Del Papa e Maola.

L’insieme delle opere esposte, che sorprendentemente costituisce un unicum malgrado le decise specificità che contraddistinguono il lavoro di ciascuna delle due artiste, fornisce un dimostrazione nitida, nella forma e nei contenuti, di un tentativo riuscito di conciliare l’inevitabilità del legame con la tradizione e l’energia di una ricerca che guarda al mondo e alla sua mutevolezza.

Info:

inaugurazione:  martedì 13 Febbraio 2018 dalle ore 18.00 alle ore 21.30. Durante la serata sono previsti gli interventi di

Anna D’Elia, Roberto Gramiccia, Lucilla Catania, a seguire una performance di Tomaso Binga

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finissage: sabato 24 Febbraio 2018 dalle ore 18.00 alle ore 21.30. “Prospettive per un nuovo umanesimo”

Lelio Bizzarri intervista Roberto Gramiccia a seguire la performance “equiLibri. esercizi di conoscenza” di Silvia Stucky

e proiezione del video-performance “Paola Trash Vortex” 2015 di Paola Romoli Venturi

 dal 14 al 24 Febbraio 2018 la mostra sarà visitabile su appuntamento.

Info: robertamaola@yahoo.it  | giulia.delpapa@gmail.com cell. 3478468667 – 3405536116

https://www.facebook.com/events/186322688628468/notif_t=plan_user_associated&notif_id=1517508013572301

Comunicato stampa | Invito

 

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“Apri la porta e accendi la luce” 2017 di Roberta Maola

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In esposizione permanente presso il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz città meticcia. 

“Apri la porta e accendi la luce” è un’opera che meta-comunica sulla collocazione stessa per la quale è stata concepita: il MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia. Se è vero che, come ha dichiarato il curatore del Museo, l’antropologo Giorgio De Finis, “…la vita, con i panni stesi, i giocattoli abbandonati, le sedie, i mobili, i materassi, ecc. (…) qualche volta non sai bene se sono un’opera o no.”, con questo lavoro si vuole sottolineare l’organicità della comunità, che dal 2009 vive nell’ex stabilimento Fiorucci, al progetto del MAAM. I suoi due piccoli rappresentanti, ritratti con matita su carta mentre partecipano come spettatori divertiti ad una delle iniziative del Museo, diventano così a pieno diritto parte della sua vita culturale e della sua anima inter-culturale.
L’opera immortala il compimento del processo di fusione di due realtà: quello di chi non ha un posto nel mondo e quello di quanti, fra artisti, intellettuali o semplici abitanti del quartiere, vedono nell’arte una barricata per difendere la propria umanità nel contesto anomico (nell’accezione mertoniana del termine) della metropoli.
L’opera ha anche un carattere interattivo con lo spettatore che deve aprire la porta ed accendere la luce per osservare il ritratto contenuto in essa. Metafora dell’aprire una porta ed accendere una luce sulla realtà scomoda di un’infanzia relegata ai margini della società e precaria nella soddisfazione dei bisogni più elementari. Tuttavia l’atto intenzionale di accedervi, piuttosto che evitare e rimuovere, ci regala un conforto gratuito ed involontario in virtù della giocosità che persiste nelle condizioni più estreme grazie alla smisurata resilienza di chi non solo sopravvive, ma vive.

Arte e identità: in ogni opera c’è un po’ di me.

Invito lungoNell’ambito della mostra “Nessuno sogna di ciò che non lo riguarda” disegni di Roberta Maola, in svolgimento presso il “POLMONE PULSANTE” Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca, Salita del Grillo, 21, Roma dal 15 al 22 Aprile 2016 dalle 17,00 alle 19,00

DOMENICA 17 APRILE ALLE ORE 18,00

avrà luogo il workshop interattivo “Arte e identità: in ogni opera c’è un po’ di me”. Seminario teorico esperienziale sulla relazione creativa che si instaura, attraverso l’opera d’arte, tra artista  e spettatore.

Agevola Lelio Bizzarri Psicologo-Psicoterapeuta. In sala anche l’artista. Ingresso libero per i soci del “Polmone Pulsante”. Per informazioni: http://www.polmonepulsante.itinfo@polmonepulsante.it – 066798218 – 3356334388.

 

ABSTRACT

Alois Riegl sosteneva che lo spettatore contribuisse a creare l’opera tanto quanto l’artista. Ciò avviene in due modi: 1. lo spettatore consente all’opera bidimensionale di acquisire caratteristiche tridimensionali: l’artista dipinge su una tela bidimensionale un paesaggio che il pubblico vede come dotato di profondità; 2. l’osservatore attribuisce all’opera un significato personale. Si può dire pertanto che essa è incompleta senza il coinvolgimento di quest’ultimo. Partendo da queste importanti intuizioni di Riegl, Ernst Kris e Ernst Gombrich proposero un approccio alla storia dell’arte inedito come disciplina scientifica che applicasse gli strumenti della psicologia e della sociologia allo studio delle opere d’arte. L’innovazione rispetto ai lavori che Freud aveva già effettuato a cavallo tra il XIX e il XX secolo è che, mentre quest’ultimo si era limitato a tracciare dei profili psicobiografici degli artisti, Kris e Gombrich proposero un’analisi empirica dei processi percettivi in atto nella creazione dell’opera e nella sua fruizione.
L’immagine artistica è intrinsecamente ambigua e il contributo dello spettatore è direttamente proporzionale a questa ambiguità attraverso la quale l’artista esprime il suo conflitto e la sua complessità. A tal riguardo William Empson sosteneva che chi osserva sceglie, consapevolmente o meno, se osservare l’opera cogliendone l’aspetto estetico o quello inerente la conflittualità dell’artista.
I lavorTYP-388875-3265090-messerschmidt_gi di Franz Xaver Messerschmidt sono considerati un punto di riferimento fondamentale per chi intende studiare l’arte da un punto di vista psicologico e per chi vede in essa uno strumento di espressione delle emozioni, del disagio e della follia. Le sue sculture di stagno e piombo, con le quali rappresentava le proprie espressioni facciali più caricaturali, sono il frutto della riconciliazione di Messerschmidt con la sua follia dopo anni durante i quali, per sostenere la reputazione che il ruolo di docente universitario richiedeva, si era trovato a dover in tutti i modi cercare di contenerla e mascherarla (peraltro dovendo alla fine capitolare). Una volta destituito e tornato al suo paese di origine egli poté dedicarsi alla sua arte, lasciando libero sfogo alle sue emozioni fino a trarre piacere dalla rappresentazione nelle sue statue. Esse sono l’esempio più evidente di come attraverso l’arte le emozioni e i propri conflitti possano essere espressi e rappresentati, ma anche di come l’opera d’arte possa rappresentare un ponte di comunicazione con lo spettatore, il quale può riconoscere ancora oggi, a distanza di più di un secolo, gli universali delle emozioni e i propri momenti di follia. Così ha scritto Donald Kuspit, nella sua retrospettiva del 2010 “Una piccola follia porta a un lungo cammino creativo” pubblicata sulla rivista Artnet: “La sua [di Messerschmidt] follia si è rivelata stranamente liberatoria. Lasciando la cosmopolita Vienna per la sua città natale di provincia ha iniziato a produrre un’arte che era fedele al suo Sé, un’arte folle come lui […] Scolpendo il proprio volto folle […] è diventato “Vero Sé”. I suoi demoni erano ormai le sue muse e nel ritrarli raggiunse la massima creatività. Doveva ritrarli, perché non scomparivano mai dal suo specchio […] Messerschmidt traeva piacere dalla sua follia, il piacere che aveva negato a se stesso durante la sua sofferta ascesa ai vertici sociali dell’arte”. Il lavoro di Messerschmidt, di Caracci nelle caricature e di Bernini, il quale rappresentava i volti delle persone non come sono esattamente nella realtà ma distorcendo ed enfatizzando le immagini che egli ne rievocava nella memoria, sono la rappresentazione ante litteram dell’intuizione, solo nel XX secolo sistematizzata dal punto di vista teorico dalla Psicologia della Gestalt, secondo la quale la rappresentazione della realtà, così come la sua percezione, non è oggettiva, bensì ha sempre un carattere costruttivista ed interazionista: è una creazione tanto dell’artista, quanto dello spettatore.

Gombrich propose così un approccio allo studio delle opere d’arte che sfruttava i contributi della Psicanalisi, della Psicologia della Gestalt e del metodo empirico basato sulla formulazione e la verifica delle ipotesi di Karl Popper e Hermann von Helmhotz, rispettivamente filosofo della scienza e neurofisiologo.

Sintetizzando questi contributi Gombrich propose un modello inedito di interpretazione delle opere d’arte in cui esse risultavano in ultima analisi essere la risultante dell’interazione tra la creatività dell’artista e l’attitudine interpretativa dell’osservatore. La percezione, secondo Gombrich, è inevitabilmente interpretativa e consta di due processi:

  • Bottom-up: l’osservatore percepisce i singoli elementi di un’immagine essendo naturalmente, fisiologicamente attrezzato  per organizzarli in un tutto dotato di senso; questa organizzazione è dettata da regole universali, comuni a tutti gli esseri umani e che si sviluppano nei primi anni di età al pari di quanto avviene con il linguaggio;
  • Top-down; l’osservatore sulla base delle proprie esperienze, della propria cultura e delle emozioni che vive nel momento in cui si trova di fronte all’opera, formula delle ipotesi; dette ipotesi devono essere sottoposte ad un severo processo di falsificazione attraverso un nuovo esame delle caratteristiche dell’immagine (metodo empirico).

Per Gombrich il celebre disegno dell’anatra-coniglio dello  psicologo statunitense Joseph Jastrow, così come il Vaso di Rubin, dimostra come la percezione sia sempre interpretazione: osservando per qualche secondo queste immagini è possibile constatare, come pur rimanendo tali e quali, in esse è possibile vedere dapprima due volti e dopo qualche secondo un vaso (o vicevera), prima un coniglio o poi un’anatra (o viceversa): i dati sono sempre gli stessi è l’interpretazione che ne fa il nostro cervello che è totalmente differente a distanza di pochi secondi.

 

Questi disegni semplici, quanto geniali, dimostrano come la percezione non è oggettiva, ma fa sempre riferimento a categorie (vaso, volto, coniglio, anatra) che fanno parte della nostra esperienza e che ci portiamo dietro attraverso la memoria. Corallari di questi esperimenti sono anche il fatto che non esiste un occhio innocente e che la percezione è sempre categoriale e discreta cioè non si possono vedere contemporaneamente sia i volti che il vaso o sia il coniglio sia l’anatra.

Se la psicologia è stata in grado di codificare queste regole della percezione, occorre dare atto agli artisti che attraverso le loro opere hanno saputo svelare i processi che ne sono alla base, intuendone le leggi e giocando a sovvertirle.

Le opere d’arte hanno anche avuto il ruolo di comunicare a livello conscio o inconscio miti universali (interpretazione iconografica) o aspetti culturali delle diverse epoche storiche (interpretazione iconologica). Hanno avuto anche un ruolo nella ricerca degli elementi primitivi delle emozioni attraverso opere quali quelle di Vincent Van Gogh, di Edvard Munch, di Gustav Klimt, Oskar Kokoschka ed Egon Schiele.

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La decostruzione della forma e l’amplificazione dello stato emotivo del modello, sono gli strumenti che questi autori utilizzarono per indurre un’immedesimazione e una risposta empatica nello spettatore sulla base della gamma universale delle emozioni e dei riferimenti/ricorsi storici.

Riferimenti Bibliografici

Kandel E. R., “L’età dell’inconscio”, Raffaello Cortina, Milano, 2012

“Nessuno sogna di ciò che non lo riguarda”

disegni di Roberta Maola – a cura di Sarah Palermo

Inaugurazione Venerdì 15 Aprile ore 18.30

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POLMONE PULSANTE Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca

Salita del Grillo, 21, Roma 16 Aprile – 22 Aprile 2016

 Comunicato Stampa

Roma, Aprile 2016

La trasparenza è misteriosa: dentro non si vede niente.[1]

Raccontare una storia ed esprimere i moti dell’anima, questi sono i messaggi che l’arte di Roberta Maola intende inviare al suo spettatore che da principio non può negare di rimanere affascinato dalla maestria del segno e dall’autentica resa dei particolari. Ma dietro l’apparente iperrealismo dell’artista si nasconde un ulteriore intento, quello più legato al mondo dei pensieri e dei desideri, di un’arte che si estende al territorio del concettuale. Gli oggetti visibili in quanto reali, rappresentano ciò che tutti riconosciamo: boccette, ampolle e scrigni che non sono altro che luoghi, spazi abitabili della coscienza, aree di ricerca dedicate a diverse tematiche. Lo studio è lungo ed attento, come la resa dell’opera che l’artista porta avanti diligentemente con grande afflato e ricerca della perfezione. L’attenzione per i dettagli diventa funzionale per descrivere gli aspetti concettuali che ben si fondono con la trasparenza dei vetri degli attraenti contenitori, messaggeri di principi e valori legati alla psiche umana.  Tali messaggi si fondono nel sapiente chiaroscuro e nel gioco alternato di luce ed ombra che rivelano paure e segreti desideri.

L’arte di Roberta Maola si propone come placebo dai mali del mondo per rassicurarci ed esorcizzare le brutture della vita. Sconosciute pasticche escono da uno dei preziosi contenitori, portatrici di serenità e benessere, valori sempre ricercati per catturare il più profondo entusiasmo. L’attesa è elemento incessantemente presente nel suo lavoro ed è una caratteristica che fa parte del suo processo creativo, dalla realizzazione fotografica, al successivo intervento di post-produzione, fino alla esecuzione grafica finale, la resa della tangibile consistenza appartenente alla propria realtà cognitiva, è una condizione che suscita nello spettatore riflessioni ed aspettative.  I misteriosi ed enigmatici contenitori che esprimono un’attesa e una sospensione quasi da realismo magico, con le loro sfaccettature, riflessi e trasparenze accattivanti, fanno intuire, ma non rivelare pienamente il contenuto ed invitano ad essere aperti. Il disvelamento, come suggerito dai bigliettini allacciati sui coperchi, promette l’accesso al sogno alla speranza, all’amore, si offrono quindi all’osservatore come fossero dei doni.

La qualità del segno e della resa chiaroscurale è il mezzo per ottenere quel percorso introspettivo che non è il crogiuolo di un contenutismo psicologico, ma espressione di una poetica elaborata negli anni di formazione. La sua arte è emergenza di comunicazione e autonomia del fare pittorico, ma anche un originale desiderio di contatto con il reale.

Sarah Palermo – Critica e Curatrice d’Arte

[1] aforisma di Rinaldo Caddeo da  “Etimologie del caos” (2003)

 

 

Arte e identità: dal perdersi al ri-trovarsi

Nell’ambito della mostra “il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero” in svolgimento presso il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli Via Efeso, 2a Roma, dal 13 al 23 marzo (visitabile tutti i giorni – tranne domenica 20 marzo – dalle 15,00 alle 18,00)

SABATO 19 MARZO ALLE ORE 18,00

avrà luogo il workshop interattivo “Arte e identità: dal perdersi al ri-trovarsi”. Sarà un’opportunità per sperimentare come le opere d’arte possono indurre la rievocazione di ricordi, emozioni e aspirazioni progettuali. Saranno presenti anche gli artisti (Giulia del Papa, Roberta Maola, Rosella Sensi e Simone Silo) che potranno dialogare insieme ai partecipanti in merito ai temi sollevati dalle opere.

Agevola Lelio Bizzarri Psicologo-Psicoterapeuta. Ingresso libero. Per prenotazioni info@bizzarrilelio.it oppure 3478468667 oppure contattandomi tramite la mia pagina Facebook

ABSTRACT

Arte come processo di destrutturazione dell’identità personale stereotipata, rigidamente costruita per adeguarsi alle richieste del sociale e di ri-costruzione di un’identità scelta, consapevole e congruente con le aspirazioni più autentiche dell’individuo.

Il processo di destrutturazione avviene attraverso l’evocazione di concettualizzazioni paradossali rispetto al senso comune e l’espressione di emozioni viscerali profonde, liberate dall’autoinganno e dalla razionalizzazione.

L’opera d’arte reifica il prodotto di questo processo che altrimenti si disperderebbe e non lascerebbe segno nel reale. Non potrebbe nutrire quella che in Terapia della Gestalt viene definita la funzione Personalità, quella cioè che consente alla persona di trarre acquisizioni di consapevolezza al termine di ogni ciclo del contatto. Il processo creativo è esso stesso un modo per riconoscere i propri bisogni esistenziali più profondi, evocare e sperimentare le emozioni ad esse connesse e fissare nel proprio modo di essere il prodotto di questa movimentazione del mondo interiore. In questo modo la personalità si arricchisce e si ristruttura in un modo di essere e stare al mondo completamente differente.

Da questo punto di vista la creatività artistica non è un semplice sublimare pulsioni incompatibili con le regole sociali, come nella concettualizzazione freudiana, bensì uno strumento dirompente di denuncia dell’in-sofferenza rispetto agli stereotipi sociali. L’opera diventa il simbolo di questa denuncia e il luogo fisico nel quale essa trova asilo e legittimazione ad esistere.

In questo modo essa non può più essere ignorata, crea connessioni tra artisti e tra gli artisti e i fruitori costruendo una sorta di inconscio collettivo nel quale le nuove idee, i nuovi modi di essere circolano e si guadagnano un posto nel mondo.

Questo processo di demolizione di aspetti rigidi della propria identità è sempre accompagnato da emozioni quali la rabbia, il dolore e la tristezza: ogni rottura necessità di un investimento di aggressività e ogni separazione da modi familiari di essere, seppur limitanti e disfunzionali, evoca la malinconia che accompagna l’elaborazione del lutto per la perdita di elementi che per tanto tempo hanno fatto parte del Sé.

Ad ogni fase di rottura fa seguito quello che viene definito il vuoto fertile che può avvenire solo con la sospensione del giudizio (epoché), che apre la strada ad un nuovo percorso creativo che conduce allo svelamento e all’affermazione di nuovi modi di essere che si integrano con le parti più antiche della personalità. Anche qui l’opera diventa il trade-union con l’Altro, fino alla costruzione di una comunità nuova che ci riconosce e alla quale sentire di appartenere.