Negli stereotipi di genere l’origine della violenza?

46766012_1907153352914173_4937881861071306752_nDiversi studi condotti nelle ultime due decadi rilevano come a parte rare eccezioni, l’abuso sessuale sia perpetrato esclusivamente da persone di genere maschile (Berliner e Elliot, 1996; Klimartin, 1994). Inoltre, un rapporto del FBI del 1992, spiega come gli atti di violenza siano lo strumento privilegiato della dominazione maschile sul genere femminile.

Alcuni, a partire da questa incidenza nettamente superiore di atti di abuso da parte degli uomini, hanno ipotizzato un’influenza diretta delle caratteristiche biologiche di quest’ultimi, teorizzando un rapporto di causa ed effetto tra caratteristiche biologiche e comportamento violento (Barash, 1979).

Altri invece, nel più recente passato, hanno sottolineato il ruolo dell’ambiente e della socializzazione, nel determinare il comportamento violento delle persone, pur riconoscendo l’influenza del genoma  (Fausto-Sterling, 1985).

D’altra parte, l’affinarsi delle metodologie di ricerca in neurofisiologia e in neuroanatomia hanno evidenziato l’influenza dell’ambiente sui processi neurofisiologici e sulla stessa struttura neuroanatomica (McEwan e Mendelson, 1993). Tutto ciò rimanda ad un superamento dell’atavica scissione tra mente e corpo, tra genoma e ambiente.

Ogni forma di abuso sessuale ha una sua tipica spiegazione, così come ogni singolo molestatore ha una sua personale motivazione. D’altra parte la netta prevalenza di maschi molestatori rispetto alle poche donne ree di commettere abusi su minori, non può essere ignorata: è necessario rintracciare un denominatore comune, una caratteristica diffusa più fra gli uomini che fra le donne che sia correlata con gli atti di abuso e prevaricazione in generale (Lisak, 1994).

Questo denominatore comune potrebbe essere, a giudicare dagli esiti di diverse ricerche, una particolare configurazione dell’identità di genere che alcuni uomini si costruirebbero sotto l’influenza dell’educazione familiare, in età infantile, e all’interno del processo di socializzazione, in età pre-adolescente e adolescente. Tale configurazione consisterebbe in:

  • Una concezione stereotipata dei ruoli sessuali;
  • Un particolare atteggiamento verso le donne;
  • Ostilità verso le donne;
  • Credenze ipermascoline.

Queste caratteristiche fornirebbero una vera e propria sottostruttura motivazionale, per la violenza e l’abuso non solo verso le donne, ma anche verso i bambini (Lisak, 1994). La più rigorosa dimostrazione di questa ipotesi è stata proposta da Malamuth e collaboratori (Malamuth et al. 1991). Essi hanno dimostrato una netta correlazione fra la succitata sottostruttura motivazionale, sia con la partecipazione a gruppi delinquenziali, fortemente caratterizzati da una cultura ipermascolina (Malamuth et al., 1991), sia con l’uso della coercizione in ambito sessuale e non.

C’è dell’altro. Non è solo la concezione dei rapporti tra i sessi o la concezione della donna a determinare il comportamento abusante. David Lisak (Lisak, 1994) ritiene che elemento cruciale sia il percorso attraverso il quale, il bambino prima e il ragazzo successivamente socializza le emozioni.

Ci sono molte forme per incarnare la mascolinità, almeno una per ogni sotto cultura esistente all’interno di uno specifico ambito culturale (Brod, 1994; Gilmore, 1990). Il sesso biologico ci dice poco e niente riguardo al particolare modo che avrà il soggetto di vivere il suo genere, che sarà influenzato dalle scelte personali, dalle vicissitudini psicodinamiche, dalle influenze culturali ed economiche della cornice storico-geografica nella quale nasce (Kimmel, 1996).

Eppure è possibile riscontrare alcune caratteristiche comuni della mascolinità. Una di queste è la precarietà. Non solo la mascolinità è un’entità culturale che va costruita, ma è difficile affermarla e sostenerla. Non è un caso che come molti autori abbiano evidenziato che nelle diverse culture ci sono riti di passaggio dal ruolo di bambino a quello di essere mascolino (Gilmore, 1990; Webster, 1908). Ciò dimostrerebbe l’intrinseca precarietà di una caratteristica tutta culturale e tutt’altro che biologica. Nella cultura occidentale uno dei riti di passaggio è l’adempimento degli obblighi di leva (in Italia lo era fino a qualche tempo fa) in cui le matricole vengono spesso sottoposte a training di resistenza alla fatica e alla paura, nei quali la manifestazione di ansia e debolezza vengono sistematicamente stigmatizzata e repressa.

In uno studio condotto attraverso un’intervista non strutturata, autobiografica, ogni soggetto intervistato riportava uno o più momenti di vita in cui era stato umiliato per aver espresso emozioni ritenute dagli adulti del suo contesto familiare o dal gruppo dei pari, incompatibili con il suo essere maschio (Lisak, 1994). Quindi, sembrerebbe che la capacità di controllare le proprie emozioni sia cruciale per affermare la propria mascolinità (Levant, 1995). Diversi studi evidenziano che:

  • I maschi, rispetto alle femmine, ricevono molti meno indizi e rinforzi per imparare dalle loro emozioni, da genitori, badanti e insegnanti;
  • I maschi subiscono spesso umilianti punizioni per aver espresso le loro emozioni (Lisak, 1994).

L’esito di questa particolare educazione socio affettiva è il seguente:

  • Gli uomini esperiscono le loro emozioni meno intensamente;
  • I maschi sono meno capaci, rispetto alle donne di esprimere e identificare le emozioni;
  • I maschi sono meno empatici.

 

La mascolinizzazione e la sessualità.

Anche se la sessualità è una dimensione strettamente collegata alla nostra corporeità è ben lontana dall’essere un fatto solo biologico. Tanto meno è un fatto monolitico, al contrario assume tantissime forme. Implica sia aspetti intrapersonali che interpersonali; si manifesta con atti fisici e allo stesso tempo evoca emozioni intense;può essere la più edificante delle esperienze di relazione interpersonale oppure un evento penoso e doloroso.

Anche se la sessualità è necessaria alla sopravvivenza della specie, essa è intrinsecamente e culturalmente legata al genere.

Così, se precedentemente abbiamo illustrato che l’educazione socio-affettiva e socioemotiva dei maschi non consente l’espressione di intense emozioni, va da sé che negli uomini, sia compromessa anche la capacità di abbandonarsi alle emozioni intense evocate da un rapporto sessuale. In particolare, secondo Lisak, sarebbe compromessa la capacità di perdere il controllo di abbandonarsi alla normale confluenza che implica un rapporto sessuale. Secondo l’autore, le intense emozioni evocate dall’incontro sessuale, elicitano il ricordo delle esperienze coercitive e penose connesse alla manifestazione delle emozioni in età evolutiva.

Al fine di non rivivere queste penose esperienze e le emozioni correlate,  molti uomini tendono ad approcciare la sessualità in modo disconnesso dalle emozioni. Ma il rapporto sessuale è un’esperienza estremamente intima che implica la fusione dei confini psicologici e l’effettiva penetrazione dei confini fisici, corporei. Per tale motivo se il rapporto sessuale viene vissuto senza coinvolgimento emotivo da parte di uno dei due partner, può trasformarsi in un’esperienza spiacevole o addirittura dolorosa (Lisak, 1994). Quando l’incontro sessuale, non è mutuamente condiviso emotivamente, rischia di trasformarsi in una manipolazione, in una coercizione o in una vera e propria prevaricazione fisica. Un uomo, quanto più è distaccato emotivamente tanto più è probabile che si verifichi una qualche forma di abuso o sfruttamento sessuale.

C’è di più, in considerazione del fatto che le esperienze coercitive subite in concomitanza con l’espressione di emozioni incompatibili con una rigida concezione della mascolinità sono associate a rabbia per la punizione e l’umiliazione subita, le emozioni sperimentate in ambito sessuale vengono trasformate in rabbia e aggressività, che possono scaturire in abuso e violenza sessuale. Quest’ipotesi è corroborata da diverse evidenze empiriche (Moscher e Tomkins, 1988).

D’altra parte molti studi dimostrano come esiste una correlazione negativa tra empatia e aggressività: tanto più è presente la prima più è improbabile l’altra e viceversa (Miller e Eisenberg, 1988). L’empatia consiste nella capacità di assumere cognitivamente la prospettiva dell’altro e nel sentire dentro di sé emozioni inerenti le vicissitudini di chi abbiamo di fronte. Tali emozioni possono essere sia positive che negative: possiamo provare sia simpatia che “personal distress”, come lo definiscono gli autori: quindi di fronte ad una persona che sta male possiamo provare sia compassione e tenerezza, sia allarme e reazioni di difesa (Batson, Fultz, e Schoenrade, 1987). Evidenze empiriche dimostrano che un tale stato di identificazione conduce a condotte diverse e opposte, tutte comunque mirate all’eliminazione della fonte dello stato spiacevole dovuto all’osservazione della sofferenza altrui: dall’aiuto, all’evitamento, all’uso della forza per reprimere la manifestazione della sofferenza (Eisenberg, Fabes, Schaller, Carlo, Miller, 1991a).

In sintesi, l’educazione mascolinizzante biasima e stigmatizza l’espressione di emozioni. Il bambino vive ripetutamente, o anche in una sola traumatica esperienza, emozioni di umiliazione, vergogna, rabbia ogni volta che manifesta emozioni di paura, tenerezza, compassione, ecc. In età adulta ogni volta che le relazioni interpersonali evocano queste emozioni, vengono colti da una forte ansia perché si riaffaccia il ricordo delle umiliazioni subite in età infantile; per diminuire questo stato di angoscia trasformano l’ansia in rabbia che di per sé  diminuisce l’ansia e che spesso si esprime in condotte lesive della fonte delle emozioni che hanno innestato il processo (Mosher, e Tomkins, 1988). Probabilmente questo processo è responsabile di molti comportamenti antisociali messi in atto in età infantile e adulta, da soggetti abusati (Klimes, Dougan e Kistener, 11990; Main e George, 1985). Un altro studio (Gold et al., 1992) ha evidenziato che esiste una correlazione positiva tra personalità ipermascolina e la tendenza a dare risposte rabbiose quando il bambino piange perchè ha bisogno di qualcosa.

Infine, altri due studi dimostrano che:

  • Il comportamento abusante sembra essere provocato dal pianto del bambino (Zeskind e Shingler, 1991);
  • gli abusanti hanno una reazione fisiologica più forte (aumento del battito cardiaco) quando un bambino o una bambina piangono e si lamentano (Frodi e Lomb, 1980).

L’empatia sembra essere correlata positivamente con la capacità delle persone di regolare ed esprimere il proprio malessere (Lenrow, 1965) e a sua volta questa capacità è correlata positivamente con la capacità della madre di rispondere adeguatamente al malessere del bambino (Bryant, 1987).

Abuso infantile e socializzazione  dell’identità maschile.

Diverse ricerche hanno evidenziato che se da una parte è vero che la maggior parte degli uomini abusati in età infantile non compie abusi in età adulta, dall’altra è altrettanto vero che la stragrande maggioranza degli uomini che compiono abusi, e in particolare abusi sessuali, hanno subito molestie e violenze in età infantile.

Secondo Lisak (Lisak, 1994) quello che porta gli uomini a diventare abusanti è il seguente: essi vengono cresciuti nel paradosso di dover subire maltrattamenti e provare emozioni intense e negative (paura, dolore, vulnerabilità, ecc.) e, allo stesso tempo, in nome di un’educazione mascolinizzante, essere obbligati a non esprimere queste emozioni, pena altre violenze e abusi. In età adulta questi uomini si sentono alienati, marchiati e ogni rapporto interpersonale genera sofferenza (Lisak, 1994). Esistono due modi sostanzialmente di uscire da  questo paradosso:

  • Rivedere la propria rigida concezione della mascolinità e così, permettersi l’espressione di tutte quelle emozioni non consone per un uomo; questa è la strategia scelta dagli uomini che hanno subito gli abusi, ma che non sono diventati molestatori a loro volta;
  • Abbracciare in toto una concezione ipermascolina dell’essere uomini e reprimere tutte le emozioni trasformandole in rabbia, aggressività, violenza; questa è la scelta di chi diventerà a sua volta molestatore.

Chi sceglie di non perpetrare gli abusi a sua volta pagherà il prezzo di sviluppare la Sindrome da Stress Post-Traumatico (Lisak, Miller e Conklin, 1996). L’acting-out è la via di sfogo, alternativa ai sintomi, della sofferenza provocata dagli abusi.

Hunter e Kilstrom (Hunter e Kilstrom, 1979) hanno rilevato una correlazione positiva tra alessitimia e tendenza a maltrattare i figli. Un altro studio, condotto su bambini abusati e sfruttati nell’industria pornografica, ha evidenziato che quelli che avevano adottato una scelta di non affrontare i ricordi degli abusi:

  • Minimizzavano l’accaduto;
  • Tendevano ad atti antisociali;
  • Mostravano una sorta di identificazione con l’ambiente.

Altri autori hanno concluso che i ragazzi abusati  inseriti nel programma di  trattamento, non potendo sostenere la paura, inconsciamente la inducevano negli altri al fine di vederla “rappresentata” in un contenitore altro da loro senza doverla esperire direttamente.

In conclusione, permettere un’espressione, della paura e delle altre emozioni, consente di diminuire lo stato di stress e la tendenza alla conversione in rabbia, riducendo il rischio che il soggetto abusato diventi a sua volta un molestatore.

 

Desirée. Siamo tutti vittime della guerra all’integrazione.

downloadLo voglio dire subito così che gli haters razzistoidi di tutte le sigle si possano scatenare nel vomitare il loro odio farneticante senza dover mettere alla prova il loro analfabetismo funzionale: la responsabilità della tragica fine di Desirée e le atroci violenze subite (drogata e violentata da più uomini di origine africana e deceduta per overdose), sta tanto in capo a chi le ha commesse, quanto a chi si accanisce contro i modelli di integrazione come Riace o contro forme di convivenza civile, mentre tollera luoghi dove si concentrano degrado e attività criminose (peraltro più volte segnalate dagli abitanti del quartiere S. Lorenzo).

Si pensi allo sgombero dello stabile di Piazza indipendenza e allo smembramento della comunità eritrea che vi era insediata (estate 2017), o agli sfratti intimati alla Casa Internazionale delle Donne e al centro antiviolenza di Tor Bella Monaca, o ancora allo sgombero del centro di accoglienza di via Scorticabove e alla sentenza che ha condannato il Comune di Roma al risarcimento di 28 milioni di euro per non aver impedito l’occupazione della ex fabbrica Fiorucci di Tor Sapienza. Occupazione che ha trasformato uno stabile fatiscente, destinato a diventare teatro di attività illecite, nel Museo dell’Altro e dell’Altrove: inedita esperienza in cui convivono opere d’arte contemporanea e numerose famiglie di diverse etnie.

Tragedie come questa (così come quella di Pamela Mastropietro) sono una manna dal cielo per gli accaniti oppositori dell’integrazione e dell’interculturalismo. La loro drammaticità li rende il propellente emotivo per logiche razziste e politiche di deportazione e segregazione. Ma se le si vuole interpretare con il minimo di onestà intellettuale che serve a superare le categorie lombrosiane che associano la conformazione fisica alla natura criminale, non si può non riconoscere che la responsabilità della morte e dello stupro di Desirée non può essere imputata a uomini, donne e bambini innocenti che hanno in comune solo il colore della pelle o la provenienza geografica. Anzi, non c’è alcuna soluzione di continuità tra l’atroce destino della piccola Desirée, i femminicidi nelle famiglie italiane (1 ogni 3 giorni) e i drammi di chi viene perseguitato o scappa dalla guerra, di coloro che vengono torturati nelle prigioni libiche o schiavizzati nei campi di pomodori o sui marciapiedi. La matrice è la stessa: il dominio, la violenza e lo sfruttamento estremo che vede sia fra le vittime che fra i carnefici persone di tutte le etnie. Salvo dover riconoscere che i carnefici sono quasi sempre uomini.

Questa consapevolezza non è solo motivata dal rispetto dei diritti umani, ma anche dalla urgente necessità di rendere sicure le città e proteggere le persone. Uno Stato che profonde ingenti risorse in attività di ingegneria sociale caratterizzate in senso nazionalistico, non può impegnarsi adeguatamente per proteggere tutti/e. La sicurezza passa inevitabilmente per il potenziamento di servizi di accoglienza ed inclusione liberi dal giogo della corruzione e della speculazione. Al contrario, distogliere risorse dai servizi sociali, culturali e multiculturali per investire sempre di più in spese militari e nelle forze dell’ordine, significa scegliere consapevolmente di attuare una politica che prepara la guerra, la quale trova giustificazioni nel proliferare del degrado morale e nell’imbarbarimento psicologico. Una guerra che è dichiaratamente rivolta verso i più deboli ed emarginati ma che, nei suoi danni collaterali, può coinvolgere potenzialmente ciascuno di noi.

In questi giorni la comunità del quartiere S. Lorenzo (e non solo) si stringe straziata dalla consapevolezza di non essere riusciti a proteggere l’ennesima figlia dalla violenza efferata di uomini che vedono nelle donne solo corpi da sfruttare. L’auspicio è che il cordoglio diventi motore di una rinnovata partecipazione sociale per invertire questo pauroso vortice  di regressione psicologica e sociale.

16enne affetta da Osteogenesi Imperfetta brutalmente picchiata.

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Nella cittadina di Warren nel Michigan una ragazza, Deszirae Jenkins, di 16 anni affetta da Osteogenesi Imperfetta è stata aggredita, secondo i familiari da 2 coetanei che conosceva e che sapevano della sua particolare condizione fisica. L’Osteogenesi  Imperfetta è una patologia che comporta fragilità ossea superiore alla norma: la ragazza, colpita con un mattone sul volto e su altre parti del corpo, ha riportato numerose fratture e i medici del Children’s Hospital of Michigan stanno valutando eventuali danni neurologici.

Se fosse confermato che gli aggressori erano a conoscenza della fragilità ossea di Deszirae, risulterebbe sconcertante dal punto di vista umano l’accaduto e aggraverebbe, sotto il profilo giuridico, la loro posizione.

La notizia, diffusa inizialmente dall’emittente WXYZ di Detroit, si è propagata in tutta la comunità OI a livello statunitense ed internazionale tramite il gruppo Facebook della Osteogenesis Imperfecta Foundation, raccogliendo centinaia di messaggi di supporto morale e di solidarietà, nonché lanciando una raccolta fondi per sostenere la sua tutela legale.

In considerazione del fatto che molto spesso la società americana, nel bene e nel male, anticipa le tendenze di quella italiana e alla luce delle recenti vicende di minacce ed insulti rivolti sul web a donne disabili o dell’atto di vandalismo del 31 ottobre scorso, caratterizzato in senso nazifascista sul pulmino dell’ANFASS di Mestre, la tragica vicenda di Deszirae ha una forte attinenza con la realtà nostrana e deve fungere da monito per far elevare il livello di allerta al fine di prevenire un’escalation di violenza dal livello cyber-psicologico a quello fisico.

Tutti questi episodi di violenza hanno moventi non ancora esplicitati tuttavia è possibile azzardare l’interpretazione secondo la quale l’intolleranza è una risposta alla ricerca di inclusione sociale e al volere vivere normalmente aldilà degli stereotipi che vorrebbero la persona con disabilità emarginata, triste e remissiva. Socializzare, flirtare con persone non disabili, gioire della vita, impegnarsi nelle attività culturali e sociali, ambire al successo professionale e alla realizzazione anche come genitori, pur essendo tutti diritti sanciti dalla Convenzione ONU (che peraltro gli Stati Uniti non hanno ancora ratificato), vengono vissuti da molti come comportamenti inappropriati per una persona con disabilità e scatena sentimenti di rabbia che sfociano in veri e propri atti di violenza.

La prevenzione sta nel ribadire i diritti delle persone con disabilità e di tutti/e!

Immigrati. Rovesciare la realtà per costruire l’odio razziale.

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Come in un gigantesco meccanismo di difesa primitivo che rende una persona incapace di un minimo esame di realtà, allo stesso modo la propaganda razzista rovescia completamente i fatti proiettando sugli immigrati la causa di tutti i mali del Paese, spostando l’attenzione dalle effettive cause dei problemi, deresponsabilizzando società e istituzioni.

Affrontare i problemi per tutelare e garantire la salute ed il benessere di tutti, necessita di una visione realistica, sfatando ogni ideologia deformante sia in senso razzista che “terzomondista”.

Gli immigrati diffondono malattie?

Cominciamo dall’ultima recente campagna allarmistica di un noto quotidiano nazionale che addita come responsabili di un’imminente pandemia di malaria in Italia gli immigrati. Per farlo cinicamente trae spunto dalla morte della bambina di Trento a causa di un contagio di malaria, si presume da parte di 2 bambini africani ricoverati nello stesso ospedale.
Alcuni sporadici casi di contagio stanno diventando, così, un’emergenza sanitaria nazionale, nel Paese in cui si beve acqua con uno spritz di arsenico e diserbante, in cui i bambini di Taranto respirano a pieni polmoni diossina e nel quale i migliori chef possono preparare le loro pietanze a base di pomodori e verdure ai rifiuti tossici.
Campagne propagandistiche come queste hanno una moltitudine di effetti negativi quali la diffusione della paura e dell’odio verso le persone provenienti da altri Paesi, la giustificazione di politiche di segregazione, lo spostamento dell’attenzione dalle drammatiche problematiche di carattere ambientale che veramente producono centinaia di migliaia di morti ogni anno.
Non solo, ciò che può contribuire ad una recrudescenza di malattie da contagio debellate da anni sono il sovraffollamento nelle carceri (non solo in Italia, ma anche nei Paesi del nord Africa e del Medio Oriente dove i detenuti versano in condizioni disumane) e nei Cie, nonché la carenza di soluzioni alloggiative dotate di servizi idrici ed igienici adeguati.

D’altronde il problema esiste, ma non a causa degli immigrati: viviamo in un mondo sempre più interconnesso in cui i viaggi internazionali per motivi di turismo e lavoro da e per i Paesi tropicali sono all’ordine del giorno, sarebbe assurdo pensare di risolvere il problema pensando di negare asilo a rifugiati, profughi e immigrati. Il problema esiste e miete vittime (830 mila persone all’anno) soprattutto nei Paesi tropicali a causa del sottosviluppo, del sovraffollamento e delle discariche a cielo aperto dove finiscono anche i rifiuti delle nostre metropoli e delle nostre industrie.

L’unico modo per proteggerci dalle malattie è quello di rendere la Terra un ambiente sano fermando l’inquinamento e i disastri idrogeologici. 

Gli immigrati stuprano le donne italiane?

I fatti di Rimini nella loro drammaticità hanno dato la possibilità di dare grande sostanza emozionale al pregiudizio arcaico che gli africani e le persone di religione musulmana in generale abbiano un’innata propensione allo stupro. Le polemiche scatenate per la violenza su 2 donne da parte di 4 nordafricani, ha spazzato via il clamore suscitato dal violento sgombero dell’immobile di via Curtatone a Roma nel quale aveva trovato rifugio, seppur abusivamente, una piccola comunità di immigrati e rifugiati, tra cui anche donne, anziani e bambini. Da quando è stata diffusa la notizia dello stupro, la stampa non si è più occupata delle vicissitudini degli immigrati sgomberati: ad oggi sono celate all’opinione pubblica le loro sorti.

Inevitabile notare che sotto il profilo propagandistico il dramma delle due donne violentate è stata manna dal cielo per chi viveva con imbarazzo le critiche alle forze dell’ordine e alle istituzioni per la cattiva gestione dell’emergenza migranti.

D’altro canto onestà intellettuale ci obbliga a riconoscere che la cronaca ha documentato casi di violenza perpetrati da uomini non italiani tuttavia il punto è che non esiste alcuna giustificazione per affermare che lo stupro sia una prerogativa degli immigrati e che la soluzione sia il respingimento indiscriminato. L’unica cosa che si può affermare con certezza è che lo stupro e la violenza sono prerogative maschili.

Un’indagine ISTAT evidenzia che nel 62% dei casi gli stupri vengono perpetrati da partner o ex e che le donne italiane e quelle straniere subiscono violenza in percentuale equivalente.   Questi dati hanno come corollario 2 considerazioni:

  1. gli uomini italiani o stranieri si equivalgono nella propensione alla violenza sulle donne e quindi non è giustificata né la posizione razzista che addita solo gli stranieri, né quella buonista che sottovaluta la possibilità che un immigrato possa diventare violento;
  2. non è giustificabile alcuna politica di espulsione sommaria che riguarderebbe anche le donne che verrebbero ricacciate nei luoghi di provenienza o peggio ancora nelle carceri libiche, dove violenze stupri e torture sono all’ordine del giorno.

A queste considerazioni ne vanno aggiunte altre che ci fanno comprendere come i dati sulla violenza subita dalle donne immigrate e agita dagli italiani sottostimano il fenomeno:

  1. le donne immigrate molte volte vivono in condizioni di semi-schiavitù che ostacolano l’accesso ai sondaggi e alle denunce ufficiali (vedi inchiesta Espresso sulle schiave rumene nel ragusano o le donne costrette a prostituirsi);
  2. la pratica di fare sesso con prostitute, nella maggior parte dei casi donne straniere, messa in atto prevalentemente da italiani, è un abuso se non una violenza sessuale vera e propria, con l’unica differenza che la coercizione è agita da altri uomini, i protettori, piuttosto che da chi “consuma” l’atto sessuale. Inoltre, molti uomini pretendono di avere rapporti non protetti trasmettendo malattie o fecondando donne che poi saranno costrette ad abortire o peggio ancora a vendere i propri figli. Insomma, un domino di violenze inaudite che ha inizio con il rapimento e gli stupri per annichilire la loro volontà prima di essere gettate sul marciapiede alla mercé di uomini frustrati e patetici, che nell’ambito del rapporto protetto prostituta-cliente, si abbandonano a comportamenti sessuali brutali.

D’altro canto, che in tutto il mondo esistono organizzazioni criminali o terroristiche che lucrano sul corpo delle donne ed usano lo stupro come arma di annichilimento psicologico (vedi stupri etnici in Bosnia, Africa centrale, Sri Lanka e molti altri posti del mondo). Non è possibile escludere che i criminali di guerra sadici che hanno martirizzato le donne in questi Paesi in guerra possano far ingresso in Italia per perpetrare i loro comportamenti criminali. Ma chiudere le frontiere a tutti, donne, uomini e bambini indiscriminatamente, vittime e carnefici, sarebbe un’ulteriore violenza ed un’ingiustizia che rifarebbe ripiombare nell’inferno centinaia di migliaia di persone innocenti.

Bisogna perseguire i colpevoli ed aiutare gli innocenti, non fare politiche di deportazione di massa indiscriminate.

Riferimenti

http://www.unric.org/it/attualita/27989-la-violenza-sessuale-uno-strumento-di-guerra

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/08/26/donne-umiliate.html

http://www.aslrmf.it/joomla/index.php/informazioni-dalla-asl/campagne-di-interesse-pubblico/acque-potabili

“Melito di Porto Salvo, 13enne violentata dal branco guidato dal figlio del boss: “La madre sapeva tutto, ma ha taciuto”

Malaria, Morrone: “Collegarla ai migranti è scientificamente ridicolo”

Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero

La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia

http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2017/08/08/news/libia-172648143/

https://www.internazionale.it/notizie/2017/01/10/accordo-italia-libia-migranti

https://www.internazionale.it/notizie/annalisa-camilli/2017/04/12/decreto-minniti-orlando-legge

 

 

Liberarsi dalla violenza si può!

images_territori_piemontedonne1In Italia ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal partner. I numeri dei femminicidi sono la punta dell’iceberg di una realtà di sopraffazione fisica, terrorismo psicologico e sottomissione morale di cui probabilmente nessuno riesce a cogliere la portata effettiva.

Ogni volta che la cronaca racconta di un caso di femminicidio, in ordine di tempo ricordiamo Sara Di Pietrantonio, la libertà e la dignità delle donne subiscono una ferita profondissima in quanto si insinua sempre più in profondità l’odioso ricatto psicologico secondo il quale ribellarsi alla sopraffazione di un partner che non accetta di essere respinto può condurre a subire le peggiori atrocità. Non a caso scrivo: “ogni volta che la cronaca racconta di un femmicidio”, non per ammiccare ad una folle proposta di censura, bensì per sottolineare che se l’uccisione di un essere umano è un fatto oggettivo, il modo in cui i media lo raccontano determina l’impatto sul vissuto di milioni di persone. L’assassinio della piccola Sara (22 anni), per le modalità con le quali è avvenuto,  oltre a rimandarci una rinnovata, scioccante consapevolezza della crudeltà che i cosiddetti ragazzi “normali” (di cui ogni ragazza potrebbe innamorarsi) riescono a rendersi artefici, ci restituisce la percezione di una società talmente frammentata e priva di ogni senso di protezione verso le proprie figlie, da reagire con indifferenza e/o codardia di fronte alla richiesta di aiuto palese e disperata di una ragazza che sapeva che stava per morire (dalle ricostruzioni degli inquirenti è emerso che prima di essere sopraffatta Sara avrebbe chiesto aiuto agli automobilisti che non si sarebbero fermati).

Ma non è così, la violenza e il suo odioso ricatto non sono il destino delle donne, le persone non sono tutte vigliacche e sono molte le cose che si possono fare per prevenire la violenza e consentire alle donne di vivere una vita libera dai condizionamenti dei maschi. Perché di questo abbiamo bisogno, di mettere in atto azioni a livello culturale, psicologico e sociale che modifichino radicalmente le modalità di relazione tra uomini e donne:

  1. affermare sempre e comunque che le donne sono libere, forti, indipendenti e capaci come e più degli uomini: qualsiasi limitazione della libertà delle donne, anche a scopo protettivo, ne mina l’autostima e l’autorevolezza esponendole al rischio di strutturare atteggiamenti di dipendenza  anche da maschi maltrattanti e violenti; le donne non sono oggetti deputati al benessere emotivo e al piacere sessuale degli uomini, hanno in ogni momento il diritto di modificare o interrompere relazioni che provocano loro sofferenza o non danno più piacere;
  2. affermare e ribadire il principio secondo cui la rabbia non è un segno d’amore, essa è un’emozione naturale e legittima, ma diventa un problema quando viene agita ripetutamente in comportamenti di violenza psicologica (battute sarcastiche e svalutanti, critiche aspre ed incessanti, minacce, umiliazioni, ecc.),  fisica (percosse, strattoni e “giochi” maneschi) e sessuale (la violenza può passare anche nelle modalità di condurre un rapporto consenziente); la rabbia nelle relazioni tra uomo e donna parte sempre dalla pretesa di controllare e possedere quest’ultime, perciò bisogna sempre ricordare che le donne sono libere e, di conseguenza, né pretesa né rabbia hanno motivo di esistere; chi agisce questi comportamenti, chi ne è vittima o chi assiste o ne viene a conoscenza deve, senza indugiare, richiedere l’aiuto di un professionista o, ove necessario, delle Autorità;
  3. ricordare che il furore più distruttivo può albergare nelle persone più “normali” e socialmente integrate che conosciamo; esso può trapelare anche nel linguaggio metaforico, nelle fantasie, nei giochi e nelle battute; non bisogna mai sottovalutare queste espressioni soprattutto se sono ripetute e vividamente descritte;
  4. in famiglia differenziare i ruoli in modo che, un genitore abbia quello più normativo dettando le regole e disponendo i divieti, mentre l’altro curi l’alleanza e la confidenzialità con i figli: le ragazze che si percepiscono sole e prive di qualcuno a cui confidare di trovarsi invischiate in una relazione difficile sono quelle più vulnerabili e a rischio stalking e violenza (ci tengo a precisare che questa è un’indicazione di carattere generale che non ha nulla a che vedere con il caso di Sara);
  5. quando si vuole interrompere una relazione, incontrare la persona che si vuole lasciare facendosi accompagnare da familiari o amici (o in un luogo pubblico)  ed essere chiare e dirette; fatto questo è necessario respingere ogni altro tentativo di approccio in maniera decisa e neutra: non sono necessarie né suppliche, né giustificazioni, né giudizi perché si è sempre liberi di interrompere una relazione;
  6. ricordare sempre che se la persona lasciata reitera condotte intrusive, minacciose o moleste tali da indurre uno stato perdurante di ansia, indurre modificazione delle abitudini o preoccupazioni per l’incolumità propria o dei propri cari, si configura il reato di stalking (art. 612 bis del Codice Penale); non è affatto vero che esso è stato depenalizzato, la riforma ha solo disposto l’archiviazione obbligatoria di quei casi in cui non vi è una palese reiterazione delle condotte moleste; è importante presentarsi all’Autorità Giudiziaria con un resoconto scritto chiaro, dettagliato e corredato di riferimenti temporali e testimoniali, portare copia dei messaggi o delle mail, registrazioni delle telefonate (esistono anche app che individuano i numeri delle telefonate anonime e registrano); inoltre prima ancora di sporgere denuncia è possibile fare un esposto chiedendo un ammonimento da parte del Questore (Fonte: sito Arma dei Carabinieri).
  7. imparare a riconoscere e contrastare il cosiddetto fenomeno del gaslighting; esso è un comportamento manipolatorio che attuano prevalentemente i partner maschi e che induce la donna a dubitare sempre di se stessa e della propria capacità di giudizio e di esame di realtà; portato alle sue estreme conseguenze può indurre una dipendenza fisica, psicologica ed economica compromettendo; per contrastare il gaslighting è necessario avere altre persone con le quali confrontarsi, un professionista o un familiare/amico fidato che aiuti a dare una valutazione “non manipolatoria” dei fatti riportati.

Infine, oltre a questi cambiamenti di mentalità e condotta attuabili negli ambiti familiari e sociali, è necessario intervenire sul livello macro-sociale e mass-mediologico.

Altrove ho evidenziato come alcune testate giornalistiche abbiano utilizzato il video girato dal branco che ha violentato una ragazza di Rio de Janeiro per convogliare le visualizzazioni del sito e vendere gli spot che precedevano il video.

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downloadSui social è diventata virale l’indignazione per il titolo in prima pagina del quotidiano “Libero” in riferimento all’omicidio di Sara Di Pietrantonio: quell'”arrostiscono” suona proprio come un voler ridicolizzare e banalizzare una tragedia immane.

Qualche tempo fa fece scalpore una pubblicità di uno strofinaccio super efficace per cancellare “tutte le tracce” alludendo all’omicidio di una donna. Ma da una breve ricerca sul web è possibile documentare una vera e propria tradizione della pubblicità nell’utilizzare contenuti sessisti e di violenza sulle donne dagli anni ’50 ai nostri giorni. Per documentarsi in maniera più esaustiva è possibile scaricare l’e-book di Matteo Mugnani e Ferdi Berisa “La violenza sulle donne nella pubblicità

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Nei programmi tv dedicati ai femminicidi e ai delitti si creano forme di giustificazione nonché di spettacolarizzazione degli omicidi, tali da far apparire chi uccide quasi sotto una luce romantica della quale si nutrono e che cronicizzano le strutture di personalità narcisistica che in molti casi caratterizzano gli assassini. Questi programmi non si limitano a fare informazione, ma usano temi drammatici per fare intrattenimento senza peraltro controllare le modalità con le quali vengono proposti i contenuti e le conseguenze che esse possono innescare.

In conclusione, il dilagare della violenze ha dei precisi processi sui quali è possibile ed urgente intervenire, non è un fenomeno metafisico che sfugge al nostro controllo.

Riferimenti bibliografici

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  • Gass, G. Zemon G. e Nichols W. C.. 1988. Gaslighting: A marital syndrome. Journal of Contemporary Family Therapy, 10(1), 3-16.
  • Jacobson, Neil S. & Gottman, J. M. (1998). When men batter women: new insights into ending abusive relationships. Simon & Schuster. NY.
  • Calef, V., Weinshel, E. M. (Routledge 2003) Commitment and Compassion in Psychoanalysis p. 83 and p. 90.
  • Stout, M. (2005) The sociopath next door: the ruthless versus the rest of us. NY: Random House.
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  • Fremouw WJ, Westrup D, Pennypacker J., Stalking on campus: the prevalence and strategies for coping with stalking. J Forensic Sci. 1997 Jul;42(4):666-9.
  • Gatti G., Codice di procedura penale e leggi complementari. XXV ed., Editio minor, Gruppo Editoriale Esselibri-Simone, 2011
  • Aramini M., Lo stalking: aspetti psicologici e fenomenologici, in Gulotta G. & Pezzati S., “Sessualità, diritto, processo”. Giuffrè, 2002.