Sessualità e disabilità: intervista a Lelio Bizzarri

Di seguito ri-pubblico una mia intervista del 2010 a cura della dr.ssa Manuela Lobefaro… temi sempre attuali. 


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Kelly Perks-Bevington ha un problema al midollo spinale che l’ha bloccata sulla sedia a rotelle quando aveva 11 anni ma sei mesi fa si è sposata con il suo fidanzato Jaz e, dice, “solo il giorno del nostro matrimonio l’abbiamo fatto 3 o 4 volte”. Kelly dice che i pregiudizi della gente riguardo ai disabili possono essere davvero imbarazzanti: “Dopo le nozze ordinai un cocktail dalla camera dell’hotel e il cameriere portò il conto a mio fratello pensando che fosse lui mio marito, semplicemente perché anche lui era in carrozzina!”

Per conoscerla meglio, Dott. Bizzarri di cosa si occupa? Sono uno psicologo e mi occupo di consulenze psicologiche mirate alla prevenzione del disagio e alla promozione della qualità della vita. I miei interventi sono spesso rivolti a persone che in prima persona vivono la condizione di disabilità oppure che per motivi di legami familiari o per lavoro hanno a che fare con la disabilità. Ho promosso e condotto corsi di formazione e sensibilizzazione rivolti a questa particolare popolazione in particolare sulla tematica della sessualità e dello sviluppo del senso di autonomia ed autodeterminazione delle persone con disabilità. Sono stato anche Consigliere dell’Ordine degli Psicologi durante il mandato 2009-2013 e per questo mi sono anche occupato dell’organizzazione di campagne di sensibilizzazione della cittadinanza a prendersi cura del loro benessere psicologico.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di corsi di formazione nell’ambito dell’affettività, dei sentimenti e dell’educazione sessuale nelle persone con disabilità? Uno degli aspetti che mi ha stimolato è sicuramente il fatto che fosse un tema poco esplorato ed approfondito. Avevo letto qualche libro in proposito e tutti mi sembravano un po’ a senso unico, sottolineando esclusivamente gli aspetti negativi della questione: i rifiuti, le delusioni, i rischi legati all’abuso e alle gravidanze indesiderate, le problematiche relative al controllo degli impulsi, ecc. Essendo io oltre un addetto ai lavori, anche una persona che viveva questa dimensione sulla propria pelle, avevo un punto di vista privilegiato per essere consapevole del fatto che il binomio sessualità e disabilità non è solo sofferenza, ma anche gioia profonda. Avevo sperimentato nel mio sviluppo personale come la sessualità per una persona disabile in particolare può essere un grande ponte per accedere al mondo cosiddetto della “normalità” e mi stimolava l’idea di condividere questa esperienza e verificare la sua generalizzabilità anche ad altre persone e ad altre forme di disabilità.

Durante le esposizioni sulle tematiche della sessualità nella disabilità, ha mai provato una sensazione di disagio, considerando il silenzio che avvolge questa tematica? No devo dire che non ho mai provato disagio anche perché comunque ho affrontato la tematica più da tecnico che esponendo le mie esperienze personali. Esse sono state per me un punto di riferimento e di confronto con le aspettative e le esperienze altrui, ma mai oggetto di discussione dei miei interventi anche perché le esperienze in sé e per sé non hanno un valore per l’altro che ha un vissuto differente, possono essere prese come pietra di paragone, ma non ritenute un qualcosa che può essere riproposto tale e quale nella vita altrui. Ho sempre riscontrato molto interesse da parte di operatori, familiari e persone con disabilità che sentivano proprio il bisogno di parlare di questa tematica proprio in virtù del fatto che non esistevano spazi alternativi per condividere. In alcuni casi c’erano richieste di aiuto vere e proprie rispetto a situazioni più problematiche legate al comportamento sessuale di ragazzi con grave ritardo mentale o autismo. Il fatto di aver approcciato il tema con serenità e con un atteggiamento possibilista e legittimante comunicava molta speranza ed era già in parte funzionale ad un livello superiore di benessere perché attenuava l’ansia e dava il permesso di vivere questa dimensione della vita.

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“Si può essere donna anche se non perfetta. Questa idea può fare spazio a diverse argomentazioni: far pensare che un corpo femminile in reggiseno non è un oggetto, far riflettere sul problema del bullismo verso chi è perepito come dverso, ma anche su quello dei disturbi alimentari vissuti da chi non si accetta per come è. Occorre capire quello che vuole nascere dietro a questo progetto.” Tratto dall’intervista di Superabile Inail Maggio 2016 a Valentina Tomirotti – Impiegata nei servizi sociali del Comune di Porto Mantovano laureata in Scienze della comunicazione specializzazione in giornalismo. Blogger: pepitosablog.com.

Il tabù intorno al tema della sessualità nella disabilità è un ostacolo che, secondo lei, parte principalmente dalla società o dalla famiglia?Beh diciamo che per la Società è più facile accettare che le persone con disabilità si vivano la propria sessualità, in quanto di solito tutte le difficoltà implicate se ne fa carico la famiglia laddove la persona disabile stessa non riesce a gestire le situazioni. Certo che se invece poi parliamo di come le istituzioni si impegnano con programmi di sostegno pratico e psicologico alle persone disabili che contribuiscano a creare le condizioni propedeutiche al vivere la sessualità in maniera soddisfacente, è evidente che la crisi dei servizi sociali che stiamo attraversando sia un impedimento molto più marcato di quello che fanno le famiglie. Per fare un esempio è evidente che per un ragazzo disabile sia molto difficile vivere la propria sessualità se non ha i mezzi e le possibilità per uscire, fare amicizie, conoscere altre ragazze ed eventualmente allacciare relazioni sentimentali. Il riconoscimento della Società intesa come istituzioni e servizi è solo formale dato che non c’è poi quel sostegno che sarebbe opportuno desse alle persone disabili e viene delegato tutto al singolo o alla famiglia. Se ci fossero più servizi e le cose fossero meno difficili, anche le famiglie sarebbe più tranquille nel lasciare spazio e autonomia ai figli/fratelli. In sintesi, agevolare l’emancipazione dalla famiglia delle persone disabili comporta automaticamente la possibilità da parte di tutti di vivere la sessualità più serenamente.

Durante le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati, quali sono gli ostacoli maggiormente riscontrati? Un problema strutturale è legato alla continuità dei progetti che purtroppo anche qui è inficiata dalla difficoltà di reperire risorse economiche. Rispetto al lavoro in sé e per sé la parte più difficile è quella di modificare gli atteggiamenti di base che sottostanno ai copioni comportamentali. Il lavoro di espressione e condivisione delle emozioni dà molte soddisfazioni e benefici, ma purtroppo quando si cerca di fare un lavoro un po’ più profondo si è già arrivati al termine del percorso. La parte psicoeducativa dell’intervento può dare solo frutti parziali in quanto molto spesso è necessario intervenire sugli stili di attaccamento e su complessi emotivi molto resistenti e questo necessita molto tempo in quanto non è sufficiente comunicare quali sono le cose più giuste da fare per far in modo che esse vengano fatte.

coppia-disabiliDopo le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati ha avuto dei riscontri positivi, come ad esempio più tranquillità nell’affrontare la tematica dell’amore? Sì come ho detto prima, la condivisione dà molti risultati positivi in particolare il confronto fra persone con disabilità consente di acquisire fiducia e un senso di legittimazione che porta ad uscire dal guscio. Ovvio che poi nel relazionarsi con le persone da un punto di vista erotico-sentimentale ci si può imbattere in delusioni e contrattempi, ma il fatto di avere uno spazio di condivisione aiuta molto. A volte questo tipo di setting può agevolare l’accettazione di avere relazioni e flirt con persone che condividono la condizione di disabilità a volte del tutto rifiutata, soprattutto dai giovani. Con ciò non voglio dire che una persona disabile dovrebbe farsi piacere per forza un’altra persona disabile, ma neanche escluderla a priori. Tante relazioni e storie d’amore che danno molte soddisfazioni, si allacciano tra persone entrambe disabili.

In molti paesi europei è ormai presente, da circa dieci anni, la figura professionale “dell’assistente sessuale”, in Italia invece no. Qual è il suo parere in merito a questa figura? Saranno strutturati servizi di assistenza/educazione sessuale secondo lei? Devo dire che visto il momento economico degli enti locali e delle istituzioni statali mi sembra molto improbabile che venga istituito e finanziato un servizio di assistenza sessuale laddove non si riesce a garantire l’assistenza di base. Oltre a queste difficoltà pratiche di origine economica, credo che si dovrebbe delineare meglio la funzione dell’assistenza sessuale. Dovrebbe servire ad aiutare una persona con difficoltà motoria a fare sesso con un’altra persona o a praticare l’autoerotismo? Dovrebbe soddisfare direttamente i desideri sessuali della persona disabile? Dovrebbe insegnare come si fa l’amore a persone che hanno handicap intellettivi? Da quanto ho appreso nei colloqui con familiari di persone con handicap mentale, mi sembra che la fantasia sia proprio quella che
venga istituita una figura professionale che surroghi la funzione di un partner: una sorta di prostituzione istituzionalizzata prodromica magari all’abolizione della legge Merlin. Questa assistenza-sessualeipotesi a mio avviso, è una risposta ad una concettualizzazione meccanicistica della sessualità secondo la quale l’eccitazione sessuale ha un’origine biologica e il suo esito naturale sarebbe lo sfogo fisico in sé e per sé. Eppure se si presta attenzione alla realtà e ci si confronta con i racconti delle esperienze sessuali dei ragazzi con disabilità si rileva che le esperienze sessuali fatte con persone estranee sono poco soddisfacenti, a volte traumatiche e comunque non soddisfano il desiderio più complesso di avere una relazione e sperimentare l’innamoramento. In sintesi la mia opinione è che questa opzione non può essere applicata a tutti i disabili eventualmente utilizzata nei casi limite di ragazzi con grave ritardo mentale e forti problematiche relative al controllo degli impulsi sessuali. E comunque la funzione non dovrebbe essere quella di fare sesso con queste persone, ma aiutarle a conoscere il loro corpo e a tramutare in comportamenti funzionali i propri impulsi sessuali ad esempio insegnando la pratica dell’autoerotismo e le limitazioni del vivere sociale. Legittimare il ricorso ad un’assistente sessuale per tutti i disabili rischia di diffondere un pesante stigma sociale secondo il quale i disabili non possono sedurre e/o far innamorare nessuno e per garantire loro l’espressione della propria sessualità occorre istituire una figura professionale che per lavoro e non per sentimento fa sesso con questi.

Come potremmo intervenire nel contesto sociale per migliorare il rapporto con la sessualità nel disabile? L’intervento deve essere a più livelli: psicologico, sociale, economico, culturale, ecc. Per quanto attiene al lavoro specifico della psicologia è necessario innanzitutto aiutare da una parte i ragazzi disabili a consapevolizzare o rinforzare la propria legittimazione ad essere al mondo. Avere il diritto ad essere al mondo significa anche sentire di poter dare molto alle altre persone: l’amore e il piacere sessuale sono forse le forme più alte di contributo che si può dare agli altri. Per fare ciò è necessario ripercorre i primi anni di vita e il trauma che la coppia genitoriale ha vissuto nel momento della diagnosi della patologia del nascituro. Questi aspetti hanno inevitabilmente delle ricadute nella cura del bambino e sul suo stile di attaccamento che come è noto influenza in età adulta le relazioni intime.

Per concludere, la sessualità è caratterizzata da molteplici sfaccettature, cosa pensa lei del diritto alla sessualità nella dimensione disabile? Che un diritto inalienabile di ogni persona e che trovo anche indicativo che esso debba essere ribadito per quanto riguarda le persone disabili. Allo stesso tempo la sessualità è in stretto contatto con l’amore e questo non può essere indotto attraverso alcuna tecnica né decretato per legge. I tecnici e i politici possono darsi da fare per creare le condizioni necessarie affinché le persone disabili possano vivere la propria sessualità, ma nessuno ha il potere di far innamorare qualcuno come cupido. Discorso diverso è la legittimazione a vivere la sessualità e ad esprimerla, questa è una battaglia che ogni persona disabile, ogni familiare e ogni operatore dovrebbe sposare, perché negare il diritto ad esprimere la propria sessualità è, a mio avviso, equiparabile alla negazione della natura umana. Non esiste essere umano che non provi sentimenti e desideri sessuali.


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Sono Manuela Lobefaro, nata a Bari il 29/05/1986. Nel 2013 ho conseguito la Laurea Specialistica in Scienze della Formazione indirizzo “Educatore e Coordinatore dei Servizi Educativi e dei Servizi Sociali” con voto 110/110 tesi: “IL DIRITTO ALLA SESSUALITA’. PROSPETTIVE E PROPOSTE EDUCATIVE NELLA DIMENSIONE DISABILE” argomento spesso rimosso e affrontato con disagio, in una società che carica di stereotipi, considera i protagonisti come asessuati ed eterni bambini, sottovalutando ed annullando la sfera sentimentale ed affettiva, tanto presente quanto  importante per lo sviluppo e il benessere del singolo. Sono cresciuta con due fratelli, di cui uno affetto da Sindrome di Down, si chiama Dario e probabilmente grazie a lui è nato in me l’amore e il rispetto verso ogni disabilità. Nel corso degli anni tirocini, volontariato presso associazioni ed esperienze scolastiche di assistenza scolastica specialistica  come educatore  mi hanno continuato a far crescere. La tesi della Laurea triennale in Scienze dell’educazione e della formazione “Educatore nei Servizi socio culturali e interculturali” tratta un argomento altrettanto delicato relativo agli abusi e alle violenze verso i soggetti diversamente abili.

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Liberarsi dalla violenza si può!

images_territori_piemontedonne1In Italia ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal partner. I numeri dei femminicidi sono la punta dell’iceberg di una realtà di sopraffazione fisica, terrorismo psicologico e sottomissione morale di cui probabilmente nessuno riesce a cogliere la portata effettiva.

Ogni volta che la cronaca racconta di un caso di femminicidio, in ordine di tempo ricordiamo Sara Di Pietrantonio, la libertà e la dignità delle donne subiscono una ferita profondissima in quanto si insinua sempre più in profondità l’odioso ricatto psicologico secondo il quale ribellarsi alla sopraffazione di un partner che non accetta di essere respinto può condurre a subire le peggiori atrocità. Non a caso scrivo: “ogni volta che la cronaca racconta di un femmicidio”, non per ammiccare ad una folle proposta di censura, bensì per sottolineare che se l’uccisione di un essere umano è un fatto oggettivo, il modo in cui i media lo raccontano determina l’impatto sul vissuto di milioni di persone. L’assassinio della piccola Sara (22 anni), per le modalità con le quali è avvenuto,  oltre a rimandarci una rinnovata, scioccante consapevolezza della crudeltà che i cosiddetti ragazzi “normali” (di cui ogni ragazza potrebbe innamorarsi) riescono a rendersi artefici, ci restituisce la percezione di una società talmente frammentata e priva di ogni senso di protezione verso le proprie figlie, da reagire con indifferenza e/o codardia di fronte alla richiesta di aiuto palese e disperata di una ragazza che sapeva che stava per morire (dalle ricostruzioni degli inquirenti è emerso che prima di essere sopraffatta Sara avrebbe chiesto aiuto agli automobilisti che non si sarebbero fermati).

Ma non è così, la violenza e il suo odioso ricatto non sono il destino delle donne, le persone non sono tutte vigliacche e sono molte le cose che si possono fare per prevenire la violenza e consentire alle donne di vivere una vita libera dai condizionamenti dei maschi. Perché di questo abbiamo bisogno, di mettere in atto azioni a livello culturale, psicologico e sociale che modifichino radicalmente le modalità di relazione tra uomini e donne:

  1. affermare sempre e comunque che le donne sono libere, forti, indipendenti e capaci come e più degli uomini: qualsiasi limitazione della libertà delle donne, anche a scopo protettivo, ne mina l’autostima e l’autorevolezza esponendole al rischio di strutturare atteggiamenti di dipendenza  anche da maschi maltrattanti e violenti; le donne non sono oggetti deputati al benessere emotivo e al piacere sessuale degli uomini, hanno in ogni momento il diritto di modificare o interrompere relazioni che provocano loro sofferenza o non danno più piacere;
  2. affermare e ribadire il principio secondo cui la rabbia non è un segno d’amore, essa è un’emozione naturale e legittima, ma diventa un problema quando viene agita ripetutamente in comportamenti di violenza psicologica (battute sarcastiche e svalutanti, critiche aspre ed incessanti, minacce, umiliazioni, ecc.),  fisica (percosse, strattoni e “giochi” maneschi) e sessuale (la violenza può passare anche nelle modalità di condurre un rapporto consenziente); la rabbia nelle relazioni tra uomo e donna parte sempre dalla pretesa di controllare e possedere quest’ultime, perciò bisogna sempre ricordare che le donne sono libere e, di conseguenza, né pretesa né rabbia hanno motivo di esistere; chi agisce questi comportamenti, chi ne è vittima o chi assiste o ne viene a conoscenza deve, senza indugiare, richiedere l’aiuto di un professionista o, ove necessario, delle Autorità;
  3. ricordare che il furore più distruttivo può albergare nelle persone più “normali” e socialmente integrate che conosciamo; esso può trapelare anche nel linguaggio metaforico, nelle fantasie, nei giochi e nelle battute; non bisogna mai sottovalutare queste espressioni soprattutto se sono ripetute e vividamente descritte;
  4. in famiglia differenziare i ruoli in modo che, un genitore abbia quello più normativo dettando le regole e disponendo i divieti, mentre l’altro curi l’alleanza e la confidenzialità con i figli: le ragazze che si percepiscono sole e prive di qualcuno a cui confidare di trovarsi invischiate in una relazione difficile sono quelle più vulnerabili e a rischio stalking e violenza (ci tengo a precisare che questa è un’indicazione di carattere generale che non ha nulla a che vedere con il caso di Sara);
  5. quando si vuole interrompere una relazione, incontrare la persona che si vuole lasciare facendosi accompagnare da familiari o amici (o in un luogo pubblico)  ed essere chiare e dirette; fatto questo è necessario respingere ogni altro tentativo di approccio in maniera decisa e neutra: non sono necessarie né suppliche, né giustificazioni, né giudizi perché si è sempre liberi di interrompere una relazione;
  6. ricordare sempre che se la persona lasciata reitera condotte intrusive, minacciose o moleste tali da indurre uno stato perdurante di ansia, indurre modificazione delle abitudini o preoccupazioni per l’incolumità propria o dei propri cari, si configura il reato di stalking (art. 612 bis del Codice Penale); non è affatto vero che esso è stato depenalizzato, la riforma ha solo disposto l’archiviazione obbligatoria di quei casi in cui non vi è una palese reiterazione delle condotte moleste; è importante presentarsi all’Autorità Giudiziaria con un resoconto scritto chiaro, dettagliato e corredato di riferimenti temporali e testimoniali, portare copia dei messaggi o delle mail, registrazioni delle telefonate (esistono anche app che individuano i numeri delle telefonate anonime e registrano); inoltre prima ancora di sporgere denuncia è possibile fare un esposto chiedendo un ammonimento da parte del Questore (Fonte: sito Arma dei Carabinieri).
  7. imparare a riconoscere e contrastare il cosiddetto fenomeno del gaslighting; esso è un comportamento manipolatorio che attuano prevalentemente i partner maschi e che induce la donna a dubitare sempre di se stessa e della propria capacità di giudizio e di esame di realtà; portato alle sue estreme conseguenze può indurre una dipendenza fisica, psicologica ed economica compromettendo; per contrastare il gaslighting è necessario avere altre persone con le quali confrontarsi, un professionista o un familiare/amico fidato che aiuti a dare una valutazione “non manipolatoria” dei fatti riportati.

Infine, oltre a questi cambiamenti di mentalità e condotta attuabili negli ambiti familiari e sociali, è necessario intervenire sul livello macro-sociale e mass-mediologico.

Altrove ho evidenziato come alcune testate giornalistiche abbiano utilizzato il video girato dal branco che ha violentato una ragazza di Rio de Janeiro per convogliare le visualizzazioni del sito e vendere gli spot che precedevano il video.

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downloadSui social è diventata virale l’indignazione per il titolo in prima pagina del quotidiano “Libero” in riferimento all’omicidio di Sara Di Pietrantonio: quell'”arrostiscono” suona proprio come un voler ridicolizzare e banalizzare una tragedia immane.

Qualche tempo fa fece scalpore una pubblicità di uno strofinaccio super efficace per cancellare “tutte le tracce” alludendo all’omicidio di una donna. Ma da una breve ricerca sul web è possibile documentare una vera e propria tradizione della pubblicità nell’utilizzare contenuti sessisti e di violenza sulle donne dagli anni ’50 ai nostri giorni. Per documentarsi in maniera più esaustiva è possibile scaricare l’e-book di Matteo Mugnani e Ferdi Berisa “La violenza sulle donne nella pubblicità

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Nei programmi tv dedicati ai femminicidi e ai delitti si creano forme di giustificazione nonché di spettacolarizzazione degli omicidi, tali da far apparire chi uccide quasi sotto una luce romantica della quale si nutrono e che cronicizzano le strutture di personalità narcisistica che in molti casi caratterizzano gli assassini. Questi programmi non si limitano a fare informazione, ma usano temi drammatici per fare intrattenimento senza peraltro controllare le modalità con le quali vengono proposti i contenuti e le conseguenze che esse possono innescare.

In conclusione, il dilagare della violenze ha dei precisi processi sui quali è possibile ed urgente intervenire, non è un fenomeno metafisico che sfugge al nostro controllo.

Riferimenti bibliografici

  • Violenza psicologica (manipolazione/gaslighting). AIPC Editore. 2003. (http://www.stalking.it/?p=71)
  • Cialdini R.. (1989) Come e perché si finisce col dire di sì, Firenze, Giunti/Barbera
  • Gass, G. Zemon G. e Nichols W. C.. 1988. Gaslighting: A marital syndrome. Journal of Contemporary Family Therapy, 10(1), 3-16.
  • Jacobson, Neil S. & Gottman, J. M. (1998). When men batter women: new insights into ending abusive relationships. Simon & Schuster. NY.
  • Calef, V., Weinshel, E. M. (Routledge 2003) Commitment and Compassion in Psychoanalysis p. 83 and p. 90.
  • Stout, M. (2005) The sociopath next door: the ruthless versus the rest of us. NY: Random House.
  • Mac Grath, V. Witness To Evil Pages 19, 146 e 147. Bishop, Victor George. Nash Pub., 1972.
  • http://www.stateofmind.it/2014/12/femminicidio-amore-criminale-rai3/
  • Acquadro Maran D., Il fenomeno stalking. Utet, 2012
  • Fremouw WJ, Westrup D, Pennypacker J., Stalking on campus: the prevalence and strategies for coping with stalking. J Forensic Sci. 1997 Jul;42(4):666-9.
  • Gatti G., Codice di procedura penale e leggi complementari. XXV ed., Editio minor, Gruppo Editoriale Esselibri-Simone, 2011
  • Aramini M., Lo stalking: aspetti psicologici e fenomenologici, in Gulotta G. & Pezzati S., “Sessualità, diritto, processo”. Giuffrè, 2002.

Arte e identità: in ogni opera c’è un po’ di me.

Invito lungoNell’ambito della mostra “Nessuno sogna di ciò che non lo riguarda” disegni di Roberta Maola, in svolgimento presso il “POLMONE PULSANTE” Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca, Salita del Grillo, 21, Roma dal 15 al 22 Aprile 2016 dalle 17,00 alle 19,00

DOMENICA 17 APRILE ALLE ORE 18,00

avrà luogo il workshop interattivo “Arte e identità: in ogni opera c’è un po’ di me”. Seminario teorico esperienziale sulla relazione creativa che si instaura, attraverso l’opera d’arte, tra artista  e spettatore.

Agevola Lelio Bizzarri Psicologo-Psicoterapeuta. In sala anche l’artista. Ingresso libero per i soci del “Polmone Pulsante”. Per informazioni: http://www.polmonepulsante.itinfo@polmonepulsante.it – 066798218 – 3356334388.

 

ABSTRACT

Alois Riegl sosteneva che lo spettatore contribuisse a creare l’opera tanto quanto l’artista. Ciò avviene in due modi: 1. lo spettatore consente all’opera bidimensionale di acquisire caratteristiche tridimensionali: l’artista dipinge su una tela bidimensionale un paesaggio che il pubblico vede come dotato di profondità; 2. l’osservatore attribuisce all’opera un significato personale. Si può dire pertanto che essa è incompleta senza il coinvolgimento di quest’ultimo. Partendo da queste importanti intuizioni di Riegl, Ernst Kris e Ernst Gombrich proposero un approccio alla storia dell’arte inedito come disciplina scientifica che applicasse gli strumenti della psicologia e della sociologia allo studio delle opere d’arte. L’innovazione rispetto ai lavori che Freud aveva già effettuato a cavallo tra il XIX e il XX secolo è che, mentre quest’ultimo si era limitato a tracciare dei profili psicobiografici degli artisti, Kris e Gombrich proposero un’analisi empirica dei processi percettivi in atto nella creazione dell’opera e nella sua fruizione.
L’immagine artistica è intrinsecamente ambigua e il contributo dello spettatore è direttamente proporzionale a questa ambiguità attraverso la quale l’artista esprime il suo conflitto e la sua complessità. A tal riguardo William Empson sosteneva che chi osserva sceglie, consapevolmente o meno, se osservare l’opera cogliendone l’aspetto estetico o quello inerente la conflittualità dell’artista.
I lavorTYP-388875-3265090-messerschmidt_gi di Franz Xaver Messerschmidt sono considerati un punto di riferimento fondamentale per chi intende studiare l’arte da un punto di vista psicologico e per chi vede in essa uno strumento di espressione delle emozioni, del disagio e della follia. Le sue sculture di stagno e piombo, con le quali rappresentava le proprie espressioni facciali più caricaturali, sono il frutto della riconciliazione di Messerschmidt con la sua follia dopo anni durante i quali, per sostenere la reputazione che il ruolo di docente universitario richiedeva, si era trovato a dover in tutti i modi cercare di contenerla e mascherarla (peraltro dovendo alla fine capitolare). Una volta destituito e tornato al suo paese di origine egli poté dedicarsi alla sua arte, lasciando libero sfogo alle sue emozioni fino a trarre piacere dalla rappresentazione nelle sue statue. Esse sono l’esempio più evidente di come attraverso l’arte le emozioni e i propri conflitti possano essere espressi e rappresentati, ma anche di come l’opera d’arte possa rappresentare un ponte di comunicazione con lo spettatore, il quale può riconoscere ancora oggi, a distanza di più di un secolo, gli universali delle emozioni e i propri momenti di follia. Così ha scritto Donald Kuspit, nella sua retrospettiva del 2010 “Una piccola follia porta a un lungo cammino creativo” pubblicata sulla rivista Artnet: “La sua [di Messerschmidt] follia si è rivelata stranamente liberatoria. Lasciando la cosmopolita Vienna per la sua città natale di provincia ha iniziato a produrre un’arte che era fedele al suo Sé, un’arte folle come lui […] Scolpendo il proprio volto folle […] è diventato “Vero Sé”. I suoi demoni erano ormai le sue muse e nel ritrarli raggiunse la massima creatività. Doveva ritrarli, perché non scomparivano mai dal suo specchio […] Messerschmidt traeva piacere dalla sua follia, il piacere che aveva negato a se stesso durante la sua sofferta ascesa ai vertici sociali dell’arte”. Il lavoro di Messerschmidt, di Caracci nelle caricature e di Bernini, il quale rappresentava i volti delle persone non come sono esattamente nella realtà ma distorcendo ed enfatizzando le immagini che egli ne rievocava nella memoria, sono la rappresentazione ante litteram dell’intuizione, solo nel XX secolo sistematizzata dal punto di vista teorico dalla Psicologia della Gestalt, secondo la quale la rappresentazione della realtà, così come la sua percezione, non è oggettiva, bensì ha sempre un carattere costruttivista ed interazionista: è una creazione tanto dell’artista, quanto dello spettatore.

Gombrich propose così un approccio allo studio delle opere d’arte che sfruttava i contributi della Psicanalisi, della Psicologia della Gestalt e del metodo empirico basato sulla formulazione e la verifica delle ipotesi di Karl Popper e Hermann von Helmhotz, rispettivamente filosofo della scienza e neurofisiologo.

Sintetizzando questi contributi Gombrich propose un modello inedito di interpretazione delle opere d’arte in cui esse risultavano in ultima analisi essere la risultante dell’interazione tra la creatività dell’artista e l’attitudine interpretativa dell’osservatore. La percezione, secondo Gombrich, è inevitabilmente interpretativa e consta di due processi:

  • Bottom-up: l’osservatore percepisce i singoli elementi di un’immagine essendo naturalmente, fisiologicamente attrezzato  per organizzarli in un tutto dotato di senso; questa organizzazione è dettata da regole universali, comuni a tutti gli esseri umani e che si sviluppano nei primi anni di età al pari di quanto avviene con il linguaggio;
  • Top-down; l’osservatore sulla base delle proprie esperienze, della propria cultura e delle emozioni che vive nel momento in cui si trova di fronte all’opera, formula delle ipotesi; dette ipotesi devono essere sottoposte ad un severo processo di falsificazione attraverso un nuovo esame delle caratteristiche dell’immagine (metodo empirico).

Per Gombrich il celebre disegno dell’anatra-coniglio dello  psicologo statunitense Joseph Jastrow, così come il Vaso di Rubin, dimostra come la percezione sia sempre interpretazione: osservando per qualche secondo queste immagini è possibile constatare, come pur rimanendo tali e quali, in esse è possibile vedere dapprima due volti e dopo qualche secondo un vaso (o vicevera), prima un coniglio o poi un’anatra (o viceversa): i dati sono sempre gli stessi è l’interpretazione che ne fa il nostro cervello che è totalmente differente a distanza di pochi secondi.

 

Questi disegni semplici, quanto geniali, dimostrano come la percezione non è oggettiva, ma fa sempre riferimento a categorie (vaso, volto, coniglio, anatra) che fanno parte della nostra esperienza e che ci portiamo dietro attraverso la memoria. Corallari di questi esperimenti sono anche il fatto che non esiste un occhio innocente e che la percezione è sempre categoriale e discreta cioè non si possono vedere contemporaneamente sia i volti che il vaso o sia il coniglio sia l’anatra.

Se la psicologia è stata in grado di codificare queste regole della percezione, occorre dare atto agli artisti che attraverso le loro opere hanno saputo svelare i processi che ne sono alla base, intuendone le leggi e giocando a sovvertirle.

Le opere d’arte hanno anche avuto il ruolo di comunicare a livello conscio o inconscio miti universali (interpretazione iconografica) o aspetti culturali delle diverse epoche storiche (interpretazione iconologica). Hanno avuto anche un ruolo nella ricerca degli elementi primitivi delle emozioni attraverso opere quali quelle di Vincent Van Gogh, di Edvard Munch, di Gustav Klimt, Oskar Kokoschka ed Egon Schiele.

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La decostruzione della forma e l’amplificazione dello stato emotivo del modello, sono gli strumenti che questi autori utilizzarono per indurre un’immedesimazione e una risposta empatica nello spettatore sulla base della gamma universale delle emozioni e dei riferimenti/ricorsi storici.

Riferimenti Bibliografici

Kandel E. R., “L’età dell’inconscio”, Raffaello Cortina, Milano, 2012

“Nessuno sogna di ciò che non lo riguarda”

disegni di Roberta Maola – a cura di Sarah Palermo

Inaugurazione Venerdì 15 Aprile ore 18.30

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POLMONE PULSANTE Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca

Salita del Grillo, 21, Roma 16 Aprile – 22 Aprile 2016

 Comunicato Stampa

Roma, Aprile 2016

La trasparenza è misteriosa: dentro non si vede niente.[1]

Raccontare una storia ed esprimere i moti dell’anima, questi sono i messaggi che l’arte di Roberta Maola intende inviare al suo spettatore che da principio non può negare di rimanere affascinato dalla maestria del segno e dall’autentica resa dei particolari. Ma dietro l’apparente iperrealismo dell’artista si nasconde un ulteriore intento, quello più legato al mondo dei pensieri e dei desideri, di un’arte che si estende al territorio del concettuale. Gli oggetti visibili in quanto reali, rappresentano ciò che tutti riconosciamo: boccette, ampolle e scrigni che non sono altro che luoghi, spazi abitabili della coscienza, aree di ricerca dedicate a diverse tematiche. Lo studio è lungo ed attento, come la resa dell’opera che l’artista porta avanti diligentemente con grande afflato e ricerca della perfezione. L’attenzione per i dettagli diventa funzionale per descrivere gli aspetti concettuali che ben si fondono con la trasparenza dei vetri degli attraenti contenitori, messaggeri di principi e valori legati alla psiche umana.  Tali messaggi si fondono nel sapiente chiaroscuro e nel gioco alternato di luce ed ombra che rivelano paure e segreti desideri.

L’arte di Roberta Maola si propone come placebo dai mali del mondo per rassicurarci ed esorcizzare le brutture della vita. Sconosciute pasticche escono da uno dei preziosi contenitori, portatrici di serenità e benessere, valori sempre ricercati per catturare il più profondo entusiasmo. L’attesa è elemento incessantemente presente nel suo lavoro ed è una caratteristica che fa parte del suo processo creativo, dalla realizzazione fotografica, al successivo intervento di post-produzione, fino alla esecuzione grafica finale, la resa della tangibile consistenza appartenente alla propria realtà cognitiva, è una condizione che suscita nello spettatore riflessioni ed aspettative.  I misteriosi ed enigmatici contenitori che esprimono un’attesa e una sospensione quasi da realismo magico, con le loro sfaccettature, riflessi e trasparenze accattivanti, fanno intuire, ma non rivelare pienamente il contenuto ed invitano ad essere aperti. Il disvelamento, come suggerito dai bigliettini allacciati sui coperchi, promette l’accesso al sogno alla speranza, all’amore, si offrono quindi all’osservatore come fossero dei doni.

La qualità del segno e della resa chiaroscurale è il mezzo per ottenere quel percorso introspettivo che non è il crogiuolo di un contenutismo psicologico, ma espressione di una poetica elaborata negli anni di formazione. La sua arte è emergenza di comunicazione e autonomia del fare pittorico, ma anche un originale desiderio di contatto con il reale.

Sarah Palermo – Critica e Curatrice d’Arte

[1] aforisma di Rinaldo Caddeo da  “Etimologie del caos” (2003)

 

 

Arte e identità: dal perdersi al ri-trovarsi

Nell’ambito della mostra “il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero” in svolgimento presso il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli Via Efeso, 2a Roma, dal 13 al 23 marzo (visitabile tutti i giorni – tranne domenica 20 marzo – dalle 15,00 alle 18,00)

SABATO 19 MARZO ALLE ORE 18,00

avrà luogo il workshop interattivo “Arte e identità: dal perdersi al ri-trovarsi”. Sarà un’opportunità per sperimentare come le opere d’arte possono indurre la rievocazione di ricordi, emozioni e aspirazioni progettuali. Saranno presenti anche gli artisti (Giulia del Papa, Roberta Maola, Rosella Sensi e Simone Silo) che potranno dialogare insieme ai partecipanti in merito ai temi sollevati dalle opere.

Agevola Lelio Bizzarri Psicologo-Psicoterapeuta. Ingresso libero. Per prenotazioni info@bizzarrilelio.it oppure 3478468667 oppure contattandomi tramite la mia pagina Facebook

ABSTRACT

Arte come processo di destrutturazione dell’identità personale stereotipata, rigidamente costruita per adeguarsi alle richieste del sociale e di ri-costruzione di un’identità scelta, consapevole e congruente con le aspirazioni più autentiche dell’individuo.

Il processo di destrutturazione avviene attraverso l’evocazione di concettualizzazioni paradossali rispetto al senso comune e l’espressione di emozioni viscerali profonde, liberate dall’autoinganno e dalla razionalizzazione.

L’opera d’arte reifica il prodotto di questo processo che altrimenti si disperderebbe e non lascerebbe segno nel reale. Non potrebbe nutrire quella che in Terapia della Gestalt viene definita la funzione Personalità, quella cioè che consente alla persona di trarre acquisizioni di consapevolezza al termine di ogni ciclo del contatto. Il processo creativo è esso stesso un modo per riconoscere i propri bisogni esistenziali più profondi, evocare e sperimentare le emozioni ad esse connesse e fissare nel proprio modo di essere il prodotto di questa movimentazione del mondo interiore. In questo modo la personalità si arricchisce e si ristruttura in un modo di essere e stare al mondo completamente differente.

Da questo punto di vista la creatività artistica non è un semplice sublimare pulsioni incompatibili con le regole sociali, come nella concettualizzazione freudiana, bensì uno strumento dirompente di denuncia dell’in-sofferenza rispetto agli stereotipi sociali. L’opera diventa il simbolo di questa denuncia e il luogo fisico nel quale essa trova asilo e legittimazione ad esistere.

In questo modo essa non può più essere ignorata, crea connessioni tra artisti e tra gli artisti e i fruitori costruendo una sorta di inconscio collettivo nel quale le nuove idee, i nuovi modi di essere circolano e si guadagnano un posto nel mondo.

Questo processo di demolizione di aspetti rigidi della propria identità è sempre accompagnato da emozioni quali la rabbia, il dolore e la tristezza: ogni rottura necessità di un investimento di aggressività e ogni separazione da modi familiari di essere, seppur limitanti e disfunzionali, evoca la malinconia che accompagna l’elaborazione del lutto per la perdita di elementi che per tanto tempo hanno fatto parte del Sé.

Ad ogni fase di rottura fa seguito quello che viene definito il vuoto fertile che può avvenire solo con la sospensione del giudizio (epoché), che apre la strada ad un nuovo percorso creativo che conduce allo svelamento e all’affermazione di nuovi modi di essere che si integrano con le parti più antiche della personalità. Anche qui l’opera diventa il trade-union con l’Altro, fino alla costruzione di una comunità nuova che ci riconosce e alla quale sentire di appartenere.

2 Mamme o 2 papà sufficientemente buoni.

è-ora-di-essere-civili-1728x800_cIl concetto di madre sufficientemente buona fu elaborato negli anni ’50 da Donald Winnicott. Ma le teorie psicologiche vanno sempre considerate nella cornice dell’epoca nelle quali esse vengono formulate. Nella società di Winnicott l’omosessualità era un tabù, le coppie omosessuali dovevano nascondersi ed era estremamente raro che gli uomini si occupassero da soli della cura e delle crescita dei figli. Si spiega così come mai per Winnicott (così come per altri autori quali Fairbairn o Bowlby) pronunciare concetti e teorie che individuassero nella donna e nella coppia eterosessuale gli assetti dove si potesse sviluppare la psiche di un bambino fosse estremamente naturale.

Ma le teorie psicologiche si sono modificate molto, sotto l’influenza di altri orientamenti (quali ad esempio gli approcci sistemico relazionali e l’infant research) e soprattutto dei grandi cambiamenti sociali che hanno visto il moltiplicarsi di tante forme diverse di contesti familiari. Man mano si è andato riconoscendo il ruolo del papà quale figura di attaccamento fin dai primi mesi di vita, cosa che fino a qualche decennio fa era riservata esclusivamente alla madre. Probabilmente anche Winnicott, Fairbairn e Bowlby sarebbero meno categorici nell’affermare il ruolo imprescindibile della madre nello sviluppo del Sé e dei Modelli Operativi Interni.

Inoltre, le recenti ricerche hanno dimostrato che non esistono differenze biologiche tra uomini e donne nello svolgere funzioni di holding emotivo del neonato, di base sicura o nel fornire modelli di assertività, indipendenza e determinazione. Piuttosto l’efficacia nello svolgere queste importanti funzioni genitoriali, dipende dall’adeguato sviluppo psico-affettivo dei genitori e dal sostegno psicologico che viene loro fornito. Determinante risulta anche la capacità di affrontare i compiti genitoriali senza ancorarsi a rigidi ruoli di genere, ma con flessibilità e complessità emotiva e relazionale che rende gli individui completi capaci di accogliere, educare, giocare, provvedere alle necessità concrete e quant’altro, indipendentemente dall’identità di genere.

In conclusione, non esiste alcuna teoria psicologica che asserisca che un bambino non possa avere uno sviluppo psicologico, affettivo e sessuale sano crescendo in una coppia composta da due uomini o da due donne, prima questo concetto verrà assimilato dalla società italiana e prima verranno meno inutili sofferenze dovute al pregiudizio e alla discriminazione verso le persone e le coppie omosessuali, nonché per le famiglie che andranno a costruire.

 

Per voltare pagina rivolgiti ad uno psicologo #VoltaPagina

Campagna di sensibilizzazione all’importanza del ruolo della figura dello psicologo nel determinare i cambiamenti relazionali che contribuiscono al benessere psicologico. A cura dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.

Episodio 1 – E’ un periodaccio?

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Episodio 2 – Delusioni d’amore

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Episodio 3 – Andare dallo psicologo? Mica sono matto.

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E se una persona disabile si innamorasse di te? Presentazione risultati questionario e dibattito.

Atteggiamenti_Sessualità_disabilità

Il 1° dicembre prossimo si terra’ presso la sede dell’Ordine degli Psicologi del Lazio il seminario “E se una persona disabile si innamorasse di te?”, nel quale verranno presentati i risultati del questionario Sessualità e disabilità_ indagine atteggiamenti ed esperienze – Moduli Google che ha indagato cosa pensano e provano 913 persone, disabili e non, rispetto alla dimensione sentimentale e sessuale di persone con disabilita’ motoria, sensoriale ed intellettiva. L’appuntamento per chiunque voglia partecipare e’ a Roma Lungotevere Vallati, 18 dalle 9 alle 13.

Come raggiungere la sede

La sede dell’Ordine degli Psicologi del Lazio è ubicata a 300 metri circa dalla fermata delle linee 23 (direzione Clodio) e 280 (direzione Mancini). Le linee sono accessibili anche alle persone con disabilità.

Accessibilità della sede alle persone diversamente abili

La sede è provvista di rampa d’accesso dall’entrata di Lungotevere Vallati, 18 ed è presente al piano terra un servizio igienico accessibile alle persone con disabilità.


Programma

Ore 9,00 Accoglienza e registrazione dei partecipanti

Ore 9,15 Esposizione degli obiettivi del seminario

Ore 9,30 Illustrazione delle slide con i risultati del questionario on-line “Sessualità e disabilità: indagine su atteggiamenti ed esperienze”

Ore 10,30 Pausa.

10,45 Interventi dei partecipanti a commento dei risultati del questionario e in generale sulla tematica disabilità e relazioni intime.

Ore 12,45 Conclusioni e riepilogo eventuali proposte d’intervento.

Ore 13,00 Chiusura dei lavori.

PER ULTERIORI INFO TROVI TUTTI I MIEI CONTATTI QUI

Visto il numero limitato di posti è richiesta la prenotazione. L’evento è gratuito.

“Padri e figlie”. Trauma, lutto e psicopatologia raccontati con troppe incertezze.

padri e figlie“Padri e figlie”, il nuovo film di Gabriele Muccino in sala in questi giorni, è un tentativo lodevole, benché approssimativo dal punto di vista teorico, di raccontare le ragioni dell’esordio di una psicopatologia in una ragazza, Kate, che durante l’infanzia ha subito lutti e separazioni traumatiche dai propri genitori.

Troppe le inesattezze e le lacune in un racconto che ambiva a narrare il percorso di una diade padre figlia che, nonostante l’amore di entrambi e gli sforzi del primo, ha condotto la seconda a sviluppare un disturbo psicologico non adeguatamente descritto. Il senso di vuoto a cui Kate fa riferimento nell’unica seduta di psicoterapia rappresentata nel film, la difficoltà a comprendere le proprie emozioni (alessitimia) e l’incoercibilità di alcuni comportamenti di fuga dalle relazioni stabili e nella promiscuità sessuale come meccanismo di regolazione delle emozioni disforiche di fronte alla paura dell’abbandono, lascerebbero ipotizzare un Disturbo di Personalità Borderline il quale, però, non viene adeguatamente tratteggiato: la ragazza non presenta tutta un’altra serie di comportamenti tipici di questa sindrome, anzi viene descritta come capace di svolgere la professione psicoterapeutica.

Probabilmente la parte relativa al trattamento che Kate intraprende, in qualità di terapeuta, con una bambina affetta da Mutismo Selettivo, è l’aspetto più interessante e rappresentato con dovizia di particolari. La guarigione della bambina viene ottenuta attraverso una relazione terapeutica riparatrice la quale è basata su un contro-transfert pro-attivo di Kate che rivede se stessa bambina nella sua piccola paziente sulla base delle analogie tra le storie di vita. Si verifica una sorta di inversione di ruolo tra terapeuta e paziente: la prima ha bisogno che la seconda stia meglio per risolvere questioni sospese della sua storia tanto da ricercare un contatto fisico inizialmente non corrisposto. Il fatto che una relazione coinvolgente tra terapeuta e paziente e l’auto-svelamento possano determinare un successo terapeutico è piuttosto ricorrente nella pratica, il problema sorge nel momento in cui il contro-transfert non viene esplicitato (ad esempio con colloqui con la psicologa che svolge il ruolo di supervisore nei quali trattare gli aspetti personali inerenti il caso) e quindi reso un elemento intenzionalmente utilizzato a beneficio della paziente. Al contrario, nel film viene rappresentata una terapeuta che si lascia trasportare dall’impeto dei suoi bisogni emotivi ricercando inconsapevolmente la propria guarigione e determinando, incidentalmente, quella della paziente. Emblematica la scena nella quale la terapeuta vive con la bambina un momento simbolo della crescita, del quale entrambe erano state private a causa della prematura scomparsa delle rispettive madri, vivendo, in un meccanismo di pro-flessione (fare agli altri, ciò che si vorrebbe gli altri facessero a sé), un’esperienza a parti invertite (lei nel ruolo della madre) che la aiuterà a chiudere con il doloroso rimpianto di non averla mai potuta vivere realmente con sua madre.

Si corre il rischio  che lo spettatore arrivi alla conclusione che ciò che funziona da un punto di vista terapeutico, non è il sapere, saper fare e saper essere di una terapeuta che ha studiato teorie, acquisito tecniche e sviluppato capacità umane e relazionali attraverso la terapia su di sé e la supervisione, ma l’incontro casuale di due persone che hanno sofferto gli stessi traumi. Rischio amplificato dal fatto che in tutto il film viene messo in scena un unico colloquio inconcludente di Kate con la sua terapeuta.

Inoltre, onde evitare di ingenerare confusione nello spettatore circa i titoli professionali attribuiti alla protagonista, sarebbe stato auspicabile, nel doppiaggio italiano, utilizzare esclusivamente i termini “terapeuta”, “psicologa” o “psicoterapeuta”, considerando che nell’ordinamento italiano non è consentito, differentemente da quanto accade negli Stati Uniti, agli Assistenti Sociali svolgere attività terapeutica.

Infine, altra grande incongruenza è quella relativa al disturbo del padre di Kate. Nelle scene del film egli viene colto da convulsioni che lasciano pensare ad disturbo epilettico successivo a trauma cranico, mentre la diagnosi effettuata dallo psichiatra è di Psicosi Maniaco-Depressiva. Una diagnosi che non sta in piedi per varie ragioni:

  1. le convulsioni non sono un sintomo della psicosi maniaco-depressivo;
  2. non vengono evidenziate scene nelle quali il padre di Kate abbia allucinazioni e deliri di onnipotenza tipici della psicosi maniaco-depressiva;
  3. la psicosi maniaco-depressiva ha carattere endogeno (cioè dovuta ad uno squilibrio biochimico nel cervello), mentre l’umore depresso era verosimilmente reattivo alla perdita improvvisa della moglie.

In conclusione, lungi con questo articolo voler sancire il valore assoluto del film, voglio sottolineare l’importanza di curare aspetti teorico-tecnici fondamentali, nel momento in cui ci si appresta ad entrare nel merito della psicopatologia e dell’attività terapeutica. Ad ogni modo ogni volta che il Cinema si interessa della Psicologia è un fatto positivo che ci consente di parlare di un’attività sempre molto difficile da rappresentare.