Eutanasia. E’ stato fatto tutto il possibile?

Dopo aver trattato altrove il tema dell’eutanasia, torno ad occuparmene a causa della stringente attualità del tema dettata dalla notizia che in Belgio i genitori di un minore hanno autorizzato i medici ad indurre nel figlio la cosiddetta “dolce morte” come previsto dalla legge belga, nonché dalla presentazione avvenuta il 12 settembre scorso presso il Senato della Repubblica italiana, di un Disegno di Legge per la legalizzazione dell’eutanasia.

Riconoscere/esercitare il diritto, a mio avviso inalienabile, di chiedere ai medici di indurre la propria morte in modo indolore, comporta una gigantesca responsabilità derivante dal valore intrinseco di ogni vita e dal fatto che la vita in prossimità della morte ha ancora più importanza: la fase terminale della vita di una persona deve poter essere il tempo dedicato a valorizzare gli affetti, a recuperare le relazioni incrinate, a chiudere le questioni sospese, a curare il proprio lascito materiale e, soprattutto, morale a chi rimane. Non può e non deve essere il tempo del dolore, dell’angoscia e della sofferenza.

Perciò uno Stato civile che voglia riconoscere il diritto di eutanasia ai propri cittadini più sfortunati, ha l’obbligo di assicurare che essa sia effettivamente l’unica strada percorribile, una misura estrema dopo che siano stati forniti tutti i supporti utili ed efficaci a garantire il miglior livello di qualità della vita e che le persone coinvolte siano state messe in condizione di scegliere con la massima consapevolezza piuttosto che sull’onda della disperazione.

Sì sa infatti che il dolore cronico, la disabilità che una patologia terminale può comportare, la prospettiva della morte a breve termine, l’essere oggetto di trattamenti terapeutici invasivi o di pratiche assistenziali che violano la privacy, pensare che la propria malattia è fonte di dolore o disagio per i familiari, non poter contribuire più come soggetti attivi al menage familiare o alle attività sociali,  sono condizioni che getterebbero chiunque in uno stato di prostrazione tale da influenzare inevitabilmente il livello di consapevolezza e da condizionare il processo decisionale.

A tal proposito c’è da constatare che ad oggi in Italia:

  1. meno della metà dei malati che necessitano di cure palliative riescono ad accedervi;
  2. le cure palliative ospedaliere non rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza;
  3. un intervento domiciliare di cure palliative viene posto in essere a patto che ci sia un familiare o assistente familiare che faccia da riferimento all’equipe;
  4. non esiste una sinergia tra la rete di centri per le cure palliative residenziali e quella dei servizi domiciliari: tale mancata sinergia determina la condizione di ricorso al ricovero per accedere alle CP più alto di quanto non sia effettivamente necessario;
  5. la famiglia del malato rimane il principale supporto assistenziale.

Fonte: STRUTTURA ED ORGANIZZAZIONE DI UNA UNITÀ DI CURE PALLIATIVE E DEFINIZIONE DEI CRITERI DI ELEGGIBILITÀ PER LA PRESA IN CARICO DEI MALATI

Una situazione come questa non mette in condizione la persona e i familiari di avere una visione lucida della situazione che  consenta una decisione serena… è molto forte la possibilità che l’eutanasia venga vista come la via di fuga da una situazione che è diventata insostenibile per carenze assistenziali.

Accanto ad un efficace trattamento del dolore cronico e un livello assistenziale adeguato è necessario fornire supporto psicologico alla persona ed alla famiglia:

  1. le condizioni sopraelencate posso determinare un intenso stato di rabbia che può essere ora riversata sui caregiver, ora retroflessa sul malato stesso: entrambe le dinamiche determinano meccanismi intrapsichici e relazionali potenzialmente forieri di sentimenti e pensieri depressivi;
  2. i familiari possono sperimentare emozioni opposte ed ambivalenti quali dolore e rabbia, desiderio di stare accanto alla persona amata e al contempo di fuggire da una situazione angosciante e faticosa: il supporto psicologico è fondamentale per limitare le ferite psicologiche e valorizzare il tempo che rimane alla persona malata;
  3. affrontare la morte e il suo mistero porta con sé anche sentimenti di angoscia e di paura che hanno bisogno di una presenza empatica che accompagni la persona nell’estremo passaggio;
  4. allo stesso tempo i familiari possono provare un dolore troppo forte nella separazione, tale da fare resistenza e indurre la persona malata a subire sofferenze che non possono in alcun modo essere alleviate: anche rispetto a ciò il sostegno psicologico consente l’espressione delle emozioni di dolore, in maniera che non investano il malato o non determinino il fissarsi su posizioni di cura oltransiste.

Nell’affrontare la malattia terminale, il dolore, la sofferenza e la morte è opportuno mettere in condizione la persona malata e i suoi familiari di ricercare un senso nel destino di dolore a cui stanno andando incontro attraverso sessioni di counseling filosofico. Nessuna persona al mondo può dire che cosa ci sia dopo la morte ed è diritto della persona malata avere la possibilità di interrogarsi sul mistero al fine di affrontare con consapevolezza la scelta di esercitare il proprio diritto all’eutanasia (che ricordiamo in Italia non è ancora riconosciuto).

Ancora più spinosa diventa la questione nel momento in cui sono coinvolti bambini (sottolineiamo che la legge Belga  non pone alcun limite inferiore di età, a differenza di quella Olandese che riconosce il diritto all’eutanasia a partire dai 12 anni di età o della DDL presentato in Italia che stabilisce il requisito della maggiore età). O ancora più complesse le situazioni in sono coinvolte persone che a causa di gravi handicap intellettivi o della comunicazione hanno maggiori difficoltà ad esprimere la loro volontà.

In entrambi i casi è enorme la responsabilità e il tormento dei familiari che devono decidere cercando di decodificare il volere della persona malata,  immedesimandosi con quest’ultima o sulla base dei loro sentimenti e desideri. Un dilemma atroce che in ogni caso segna profondamente l’animo delle persone coinvolte.


Annunci

L’eutanasia non si sponsorizza!

“Io prima di te” non ha l’ironia di “Quasi amici” né l’intensità di “Mare dentro”… ma lancia messaggi brutti e pericolosi infiocchettati in una storiella d’amore stile hollywoodiano.

La questione eutanasia è come la nitroglicerina: bisogna maneggiarla con estrema attenzione altrimenti si rischia di fare danni… e in questo caso sono danni mediaticamente amplificati.

Nel film il protagonista si rivolge ad un’organizzazione (realmente esistente) che ha sede in Svizzera la quale si occupa tra le altre cose di suicidio assistito: come si evince dalla carta intestata della lettera che riceve il protagonista (con logo reale) la società si chiama Dignitas e il suo slogan è “Vivere degnamente, morire degnamente”.

Lo slogan riflette la mission dell’organizzazione che è quella, da una parte, assistere le persone con disabilità nella gestione delle questioni assistenziali e sanitarie al fine di perseguire uno stile di vita dignitoso, dall’altra guidare e aiutare, le persone che ne fanno richiesta, a suicidarsi… dignitosamente.

Visto il ricorrere ridondante dell’accostamento tra eutanasia e dignità, io voglio subito dire che la condizione di disabilità gravissima non è una condizione in sé e per sé indecorosa: chi ha la forza e il coraggio di sopportare una condizione di allettamento o di mobilità ridottissima, di sopportare dolore o non poter parlare e/o di dover svolgere gli atti fondamentali alla vita (respirare o nutrirsi) attraverso l’ausilio di dispositivi, HA DIGNITA’ DA VENDERE ED UNA STATURA MORALE CHE NESSUN ATLETA POTRA’ MAI RAGGIUNGERE!

In secondo luogo, voglio dire che ciò che può mortificare una persona fino a farla sentire indegna, è il modo in cui è costretta a vivere allorché non le viene fornito il supporto assistenziale/tecnologico di cui necessità per esprimere le proprie facoltà oppure quando le viene negato il rispetto che merita. Corollario a ciò: un qualsiasi Stato che si voglia qualificare civile, evoluto e rispettoso della qualità della vita dovrebbe dare fondo a tutte le sue risorse per garantirne a tutti un livello elevato.

Detto ciò, credo anche che il vissuto di sofferenza di chi vive una condizione estrema di malattia e disabilità sia un fatto tanto privato da rendere le scelte che ne derivano esclusivamente attinenti alla sfera dell’autodeterminazione. Non è pertanto in discussione il concetto in sé e per sé di suicidio assistito o eutanasia la cui definizione porta ad un dibattito filosofico ed etico che va ben oltre le possibilità del sottoscritto e di questo articolo.

Ciò che sconcerta è l’operazione (temo consapevole) di inserire messaggi che accostano la disabilità ad una condizione di inferiorità ontologica, in maniera quasi subliminale visto il tono di commedia amorosa che attraversa quasi tutto il film.

Nel brano riportato poc’anzi il protagonista, nello spiegare le motivazioni della sua scelta, afferma: “non sarò mai il tipo d’uomo che accetta tutto questo…” e la domanda è: quale sarebbe il tipo d’uomo che accetta e sopporta una condizione di limite estremo? Di certo non il ragazzo atletico, affascinante e di successo che era stato Will Trainor prima dell’incidente, forse un uomo mediocre e che nella vita si accontenta.

Si dà in pasto all’opinione pubblica una visione delle persone con disabilità come di persone più semplici che sanno accontentarsi, non di persone dotate della straordinaria e rarissima capacità di assaporare e godere delle cose positive della vita.

Non è sufficiente neanche il fatto di aver coinvolto sentimentalmente una ragazza, di averla resa felice e di averla aiutata a crescere caratterialmente, affinché il ragazzo si senta  al riparo dai soliti cliché:

  1. il disabile non può dare tutto quello (?) che può dare un uomo normodotato;
  2. che lei andrà di sicuro incontro ad una serie di rimpianti (c’è una coppia nel mondo in cui non ci sia qualche rimpianto o dispiacere?);
  3. lei rimarrà con lui solo per pietà….;
  4. entrambi saranno insoddisfatti sessualmente (la sessualità non è solo fallica ha mille forme e modalità che possono rendere una coppia come quella del film soddisfatta).

In quest’altro brano Will spiega come la sua nuova condizione non abbia possibilità di dargli più alcuna soddisfazione perché stritolata dal ricordo di quella precedente: ogni tentativo di fare nuove esperienze nella condizione attuale avrebbe solo l’effetto di sporcare i ricordi perfetti della sua vita prima dell’incidente. Piuttosto che affrontare la vita futura con la fierezza di chi sa che il rifiuto e il pietismo sono limiti morali dell’altro e non sono insiti nella condizione di disabilità, si è rintanato in una vita di solitudine, in attesa della guarigione prima e, una volta persa la speranza, della morte.

In quest’ultimo brano che proponiamo il padre di Will dice: “No, lascia che lo faccia da solo, Will ha bisogno di potersi sentire un uomo.”, lasciando ad intendere che la sensazione di esserlo è una dolce illusione che viene concessa dalla madre lasciandolo alle cure amorevoli dell’assistente/partner. Ma Will è un uomo in quanto tale e in qualsiasi situazione. La disabilità non lo ha privato né della sua appartenenza al genere Umano, né della sua maturità e capacità di giudizio, né della sua carica erotica.


Per una trattazione più profonda del tema eutanasia…