Relazione operatori con utenti disabili e anziani

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La comunicazione con l’anziano ed il disabile: saper comprendere esigenze e difficoltà dell’assistito.

Le tecniche generali per comunicare efficacemente sono le seguenti: Evitare di utilizzare le cosiddette barriere alla comunicazione:

Valutazione: bisogna evitare di esprimere giudizi di valore o sul comportamento della persona assistita: “Sei cattivo”, “Sei stupido”. Anche esprimere giudizi positivi può risultare manipolatorio: dire “Sei buono” può indurre la persona assistita a comportarsi in maniera compiacente per ricevere l’apprezzamento. Anche dire che un comportamento è sbagliato senza cercare di capire i motivi per i quali la persona lo mette in atto determina conflitto, svalutazione e comunque porta la persona a ripetere il comportamento o addirittura amplificarlo. Se il comportamento ha delle conseguenze negative, pratiche o relazionali, è bene esprimerle per fare un bilancio dei pro e dei contro al fine di trovare una mediazione: ad es. con una persona anziana “Capisco che hai l’abitudine di scendere da solo le scale, ma sarebbe meglio mi chiamassi così posso aiutarti ed evitare che tu possa cadere”

Indagine: in una relazione con una persona con disabilità o anziana è naturale che ci sia la necessità di porre domande per acquisire informazioni. Tuttavia, queste richieste devono essere poste in maniera non indagatoria tenendo presente che la persona assistita ha comunque sempre il diritto alla propria privacy e al mantenimento di una sfera privata. Per acquisire informazioni è possibile porre domande aperte: “Come ti senti oggi?”, “Cosa vorresti fare questa mattina?”, “Cosa ti piacerebbe mangiare?”. Evitare domande del tipo: “Ti senti male?”, “Vuoi andare a fare una passeggiata?”, “Vuoi la minestra?”. Tutte queste domande convogliano l’attenzione su qualcosa di specifico scoraggiando l’espressione di altri desideri o stati d’animo. Ciò implica la necessità di fare altre domande. È fondamentale costruire un rapporto di fiducia e dare la possibilità di esprimere tutto ciò che l’utente desidera. È necessario dare il tempo alla persona di riflettere ed esprimersi. Persone con handicap o anziane possono avere tempi di reazione e di decisione più rallentati.

Soluzionare: in una relazione d’aiuto e di assistenza viene spontaneo proporre le proprie soluzioni ai problemi. Bisogna, però, contenere quest’attitudine spontanea e lasciare che la persona elabori le proprie modalità per risolvere una problematica. Soprattutto quando si assiste una persona giovane con disabilità che si sta cimentando in percorso di autonomia e vita indipendente, occorre stimolare la sua capacità di affrontare le problematiche e risolverle. Anche con una persona anziana è meglio astenersi dal proporre le proprie soluzioni perché si rischia di imporre una modalità di condotta di vita differente da quella che è abituato ad avere. In generale il presentare delle soluzioni insistentemente può determinare il fatto che la persona smetta di confidarsi in quanto si sente subissata da suggerimenti, consigli e a volte anche rimproveri, senza avere la possibilità di comprendere il problema e ricercare le sue soluzioni.

Sostegno: molto spesso le persone anziane o disabili vivono momenti di profondo sconforto, rabbia o paura a causa di una condizione alla quale non c’è possibilità di miglioramento radicale. Bisogna sempre evitare di minimizzare le problematiche o di riempire i silenzi con frasi di circostanza: “Vedrai che si sistemerà tutto!”, “Dai non è un dramma”, “Fatti coraggio”. Il silenzio e la presenza empatica caratterizzato da un atteggiamento attento e disponibile è la postura più adatta in situazioni come queste. Rogers diceva che l’empatia è la capacità di comprendere la paura, la rabbia o la tristezza dell’altro senza aggiungere la propria paura, la propria rabbia e la propria tristezza. Ciò implica la necessità di conoscere le proprie emozioni nella relazione e saperle gestire.

Interpretazione: nella comunicazione è sempre bene evitare di attribuire significati ad un comportamento o a quello che ci viene detto, diverso da quello esplicito; andare alla ricerca di significati ulteriori il più delle volte ci porta fuori strada, ad attribuire significati negativi e, di conseguenza, a sfiducia e conflitto nella relazione. Ad esempio, pensare che una persona con disabilità faccia cadere più volte una cosa per farci un dispetto è una tipica interpretazione, infondata e fuorviante, che determinerà nell’operatore rabbia e conflittualità. Nel caso ci sia il dubbio che una frase o un comportamento sia portatore di un significato implicito è meglio esprimere questo dubbio e parlarne in modo da verificare quest’ipotesi e parlare apertamente. Non bisogna dare per scontato di conoscere ciò che pensa l’altra persona.

Usare la tecnica della riformulazione e delle domande aperte: per migliorare la comunicazione è bene ripetere ciò che la persona con disabilità o l’anziano hanno detto, soprattutto quando ci si trova in presenza di problemi di linguaggio. Ciò permette di verificare l’esatta comprensione di ciò che è stato detto e restituisce alla persona la sensazione di essere ascoltata. Oltre alla riformulazione si possono usare le domande aperte che consentono alla persona di esprimere ciò che vuole liberamente, senza entrare troppo nello specifico o in cose che non vuole esprimere.

La Comunicazione Non Verbale: buona parte della comunicazione passa attraverso l’espressione del viso, i gesti, la postura, il tono di voce. Bisogna sempre tenere presenti questi segnali in quanto danno significato alle parole e ci permettono di sintonizzarci sullo stato d’animo altrui. È bene tenere presente che la comunicazione non verbale “tradisce” i nostri pensieri e stati d’animo quindi è sempre importante evitare di dissimulare in quanto è estremamente difficile e anche se la persona non se ne rende conto, percepisce in qualche modo che chi lo sta aiutando non è autentico e ciò mina la fiducia nel rapporto di assistenza che è invece fondamentale. Ovviamente in caso di patologie neurologiche il non verbale può essere indice di stati d’animo interiori, quanto di deficit del controllo motorio di conseguenza bisogna saper distinguere i due casi differenti (ad esempio tremore di una mano per forte ansia o per principio di Parkinson).

Messaggio-Io: dato che non si possono dissimulare emozioni negative e allo stesso tempo non è possibile agirle in un rapporto di assistenza (non si può alzare la voce se si è arrabbiati o mettersi a piangere mentre si lavora) è utile utilizzare il Messaggio-Io. Generalmente, infatti, quando un comportamento dell’altro ci disturba usiamo espressioni come «Sei la solita disordinata», o «Sei egoista», «Sei tu che mi fai stare male», «Sei inaffidabile», tutte comunicazioni che iniziano con “Tu sei” e danno all’altro un’etichetta che interessa la persona nella sua totalità. Spesso ci aggiungiamo termini come “sempre” e “mai” che contribuiscono a dare un’etichetta generalizzata all’interlocutore, a cui l’altro è portato a ribattere. Si costruisce attraverso quattro passaggi:
Quando tu…(e si descrive il comportamento che disturba, in modo concreto, specifico e circostanziato)
Io mi sento…(e si descrivono le proprie emozioni)
Perché… (e si descrive il motivo delle proprie emozioni)
E ti chiedo di…(e si descrive il comportamento desiderato)

Come approcciarsi alla persona con disabilità e/o all’anziano affetto da patologie invalidanti

Nella relazione di assistenza è ancora più importante relazionarsi all’utente con un atteggiamento:

EMPATICO: l’empatia è la capacità di comprendere i pensieri e le emozioni di una persona in un dato momento e rispetto ad una determinata situazione. L’empatia non è identificazione. Ogni persona ha il suo modo unico di reagire agli eventi non si può quindi attribuire all’altro come staremmo noi nella sua situazione. La comprensione empatica si ottiene attraverso l’ascolto attivo applicando cioè la tecnica della riformulazione e le domande aperte, nonché l’ascolto degli elementi paraverbali del linguaggio. Oltre a ciò bisogna sviluppare la capacità di comprendere i segnali inviati tramite il non-verbale.

AUTENTICO: la fiducia in una relazione di assistenza è fondamentale ed imprescindibile. Il modo migliore per costruire un rapporto di fiducia è l’atteggiamento autentico che consiste sostanzialmente nell’essere sinceri e congruenti. Non significa essere spontanei a tutti i costi, dire la propria opinione anche quando non richiesta, bensì dire sempre la verità quando ci viene chiesto. NON BISOGNA DIRE TUTTO CIO’ CHE SI PENSA, TUTTAVIA BISOGNA PENSARE TUTTO CIO’ CHE SI DICE. Come detto la nostra mimica facciale i gesti e l’intonazione di voce tradiscono i nostri pensieri e le nostre emozioni, quindi la mancanza di congruenza il contenuto e l’atteggiamento viene sempre percepita da chi viene assistito anche se magari non se ne rende conto, ad un livello inconsapevole sente di non potersi fidare di chi lo assiste.

ASSERTIVO: la migliore qualità di un operatore è la costanza. Cioè riuscire a dare un buon livello di prestazione nei servizi che svolge per l’utente lungo tutto l’arco della giornata o del turno lavorativo. Inoltre, se il rapporto di assistenza dura per tanti anni si evita all’utente lo stress del cambiamento. Per durare tanti anni in una stessa situazione è necessario che l’assistente sappia tutelare la propria salute fisica e mentale, senza prevaricare le necessità e i diritti dell’utente. Per tale motivo è necessario avere un atteggiamento né passivo (subire tutto in modo compiacente anche a discapito proprio); né aggressivo (alzare la voce o le mani per condizionare il comportamento dell’assistito); né passivo-aggressivo (mostrarsi compiacenti per poi fare dispetti con i quali agire la rabbia repressa). L’assertività è la capacità di esprimere i propri bisogni e i propri diritti, le proprie sensazioni positive e negative, senza violare i diritti ed i limiti altrui.

Per essere assertivi bisogna essere capaci di:

  • Identificare ed esprimere le proprie sensazioni;
  • Definire e rispettare i limiti;
  • Comunicare ed ascoltare in modo aperto, diretto e congruente;
  • Avere la consapevolezza di avere tutti i diritti ai propri bisogni e necessità.

Quali diritti ha l’operatore?

  • Il diritto ai propri valori, pareri ed emozioni;
  • Il diritto di cambiare, modificare e sviluppare la propria vita senza arrecare un danno all’utente;
  • Il diritto a non doversi giustificare per le proprie sensazioni o comportamenti, tuttavia è importante saperle spiegare e trovare una mediazione.
  • Il diritto di vedere rispettati i propri bisogni e limiti;
  • Il diritto di dire “NO” quando una richiesta può ledere la salute fisica, mentale e morale ricercando una mediazione e una soluzione creativa insieme all’utente per conciliare i bisogni di entrambi;
  • Il diritto a chiedere aiuto e informazioni senza dover avere sensazioni negative di vergogna e di colpa;
  • Il diritto di prendersi il tempo e l’aiuto necessari a formulare le proprie idee e desideri prima di esprimerli;
  • Il diritto a fare errori;
  • Il diritto di cambiare idea o a volte anche a comportarsi illogicamente.

Dire di “NO”: perché? E come?

Essere incapaci di dire “NO ” ci mette nella condizione di dire “Sì” anche quando vorremmo dire “NO”; Dire “Sì” quando vorremmo dire “NO” mortifica la nostra capacità di controllare la nostra vita; ci spinge a prenderci più responsabilità di quelle che vorremmo; ci mette nella condizione di dover assolvere a più compiti di quelli che ci permettono i nostri limiti fisici, psicologici e intellettuali; ci fa accumulare stress con pesanti ripercussioni sulla salute fisica e mentale;
Dire “ NO ” può essere molto difficile; le persone con bassa autostima molto spesso hanno anche una mancanza di assertività e pensano di doversi adattare a tutte le aspettative che gli altri hanno su di loro. A volte si sentono come vergognose, o colpevoli, nel dire di NO. Il fare le cose contro la propria volontà e possibilità non fa altro che farli sentire ancora più abusati e arrabbiati.
Alcuni modi di dire “ NO”: “Non posso fare questa cosa adesso”; “Spiacente, ma NO”; “Abbi pazienza ma non posso proprio venire”; “Preferirei di NO”; “Questa cosa non la posso fare in questo modo perché mi crea questo problema, troviamo insieme un modo alternativo?”

Prendere decisioni corrette e congruenti per essere coerenti. Se qualcuno vi fa una richiesta avete il diritto di chiedere un po’ di tempo per pensarci. La decisione dovrebbe spettare a voi, ma alle volte è difficile riuscire a dire NO immediatamente. Potete provare ad usare un NO empatico e spiegare i motivi del rifiuto senza dare l’impressione di giustificarsi.

Gestire il conflitto. Vivere in un ambiente dove ci sono conflitti irrisolti è, a lungo andare, deleterio per tutti perché le energie vengono tutte assorbite dal conflitto è non c’è possibilità di progredire o di creare una condizione di benessere; si vive in una condizione di oppressione e divisione. D’altra parte, può esserci qualcuno nel sistema relazionale che pensa di trarre vantaggio da una permanente situazione di conflitto: è la classica strategia del dividi et impera. Una delle prime cose da fare nella gestione del conflitto è individuare se c’è qualcuno nel sistema relazionale (es.: famiglia) che cerca, consapevolmente o meno, di trarre vantaggio dalla situazione di conflitto e di svelare il suo copione. Una volta svelato questo gioco è più facile evitare di farsi coinvolgere in sterili discussioni. Altre volte i motivi del conflitto sono più genuini. Alcuni esempi possono essere le differenze negli obiettivi, nei valori, negli interessi; Incomprensioni; Bisogni non soddisfatti.

Cosa ci spinge a subire i conflitti?

  • La convinzione che le cose non possano cambiare;
  • La paura di incorrere in guai, se si cerca di mediare tra due persone in conflitto o di reagire all’aggressività altrui.
  • La scarsa autostima;
  • Il dubbio di essere l’unica persona a credere che ci sia qualcosa di sbagliato e a stare male;
  • La tendenza a delegare agli altri le responsabilità;

Accettazione del conflitto e empatia. Esiste una relazione biunivoca tra l’empatia e la capacità di riconoscere ed affrontare i conflitti: se non siamo disposti a riconoscere un conflitto, in tutta probabilità tenderemo ad ignorare i bisogni dell’altro (spesso il più debole) allo stesso tempo se non siamo in grado di comprendere i sentimenti e i bisogni altrui, difficilmente riusciremo a trovare una mediazione tra le parti in conflitto.

Strategie per risolvere i conflitti:

  • Identificare e definire il problema: per fare ciò bisogna innanzitutto esprimere ciò che si prova e si pensa in prima persona Vedi barriere comunicazione e Messaggio-Io;
  • Proporre differenti soluzioni: chiedete al vostro interlocutore di proporre una soluzione, nel frattempo elaborate delle vostre proposte e fate una lista di opzioni possibili;
  • Prendete una decisione comune: non cercate di persuadere la persona ad accettare la “vostra ” soluzione, inoltre definite in maniera chiara ed inequivocabile una modalità che possa essere congeniale ad entrambe le parti;
  • Attuate la decisione presa: dopo aver deciso il da farsi bisogna accordarsi su come farlo (CHI deve fare COSA e QUANDO); è bene che le responsabilità e i compiti siano divisi equamente;
  • Fate una valutazione della strategia impiegata: dopo aver intrapreso la pratica concordata fate, insieme al vostro interlocutore, una valutazione degli effetti di essa e rinegoziate, SEMPRE INSIEME, eventuali cambiamenti.

I pensieri auto-distruttivi. Spesso siamo noi stessi la con-causa dei conflitti di cui siamo vittime e attori. Ciò avviene quando nella nostra mente prevalgono i pensieri negativi, quando pensiamo che siamo circondati da persone che vogliono deliberatamente farci del male. Quando ci rendiamo conto che queste idee ricorrono dentro di noi dobbiamo procedere con il cosiddetto reality testing spingendo gli altri ad esprimere le loro “reali” motivazioni.

RISERVATO: nell’assistere una persona anziana o disabile ci si trova a vivere pezzi della sua vita molto intimi: visite mediche, relazioni private con amici, conoscenti e familiari, riunioni di lavoro o situazioni legate alla sessualità. IN NESSUN MODO CIO’ CHE SI APPRENDE IN QUESTE SITUAZIONI DEVE ESSERE RIFERITO AD ALTRI. L’ASSISTENTE E’ TENUTO AL MASSIMO RISERBO DI TUTTO CIO’ CHE RIGUARDA LA SFERA PERSONALE DELL’UTENTE E CHE APPRENDE INCIDENTALMENTE. Inoltre, bisogna astenersi dal commentare o fare dello spirito riguardo questioni intime senza il permesso della persona stessa.
RISPETTOSO: il rispetto è fondamentale in qualsiasi relazione. Esso va inteso sia nel non avere comportamenti offensivi o prevaricatori nell’Io-Tu della relazione con l’utente, ma soprattutto in presenza di altre persone. Molto spesso gli altri tendono a relazionarsi con l’assistente anche quando la persona è perfettamente in grado di intendere e volere di relazionarsi e comunicare. L’ASSISTENTE NON DEVE MAI ASSECONDARE QUESTO ATTEGGIAMENTO E LASCIARE IL TEMPO ALLA PERSONA ASSISTITA DI RISPONDERE.

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Sono davvero i disabili i parassiti della società?

Mentre il razzismo verso gli immigrati è deflagrato negli ultimi anni in tutta la sua spudorata evidenza con conseguenti politiche di segregazione, in maniera strisciante si sta affermando un pensiero velenoso nei confronti delle persone con disabilità: i disabili sono improduttivi e costano, portano all’incremento di tasse e al deficit, rendono il Paese meno competitivo ergo devono ridurre il più possibile le loro richieste per minimizzare gli oneri fiscali.  Un pensiero che non solo è l’anticamera dell’eliminazione fisica, ma è anche una balla colossale.

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Commento ad un post di Iacopo Melio

Non voglio rispondere sotto il profilo morale che implica sempre una scelta di valori, ma dal punto di vista dell’asettica analisi delle dinamiche economiche che sbugiardano nettamente le fandonie di chi vuole lucrare sull’azzeramento dello Stato Sociale.

I contributi che una persona con disabilità riceve sono ricchezza che viene immediatamente e totalmente rimessa nel circolo economico diventando gettito fiscale e previdenziale o reddito per altre persone le quali a loro volta pagano tasse, contributi e determinano reddito per altre persone ancora, in un circuito virtuoso equilibrato e continuo in cui le risorse messe a disposizione dallo Stato ritornano nelle casse erariali. Ad esempio i contributi erogati per l’assistenza, che sono peraltro sottoposti a rendicontazione, vanno a costituire lo stipendio dell’assistente e i suoi contributi previdenziali. Stipendio sottoposto a tassazione, rispetto al quale vengono versati contributi, che servirà ad acquistare beni e servizi. Detti acquisti sono a loro volta soggetti a tassazione indiretta  e andranno a creare reddito per altre persone e così via. Per il medesimo meccanismo, tutte le altre forme di sostegno all’inclusione sociale delle persone con disabilità attraverso l’acquisto di beni e servizi concorrono a sviluppare ricchezza, reddito e gettito fiscale e previdenziale.

Tuttavia ormai da anni ci ripetono che la differenza tra gettito fiscale e spesa pubblica è per ogni esercizio in disavanzo di diverse centinaia di milioni di euro tanto che il Governo è sempre costretto ad aumentare la pressione fiscale e l’indebitamento pubblico. L’Unione Europea stabilisce regole più o meno rigide per la stabilità economica dei Paesi membri e tutti, come tante pecorelle, puntano il dito contro lavoratori, pensionati, malati, disabili e ovviamente immigrati. La ricetta è sempre la stessa: TAGLIARE diritti, stipendi, pensioni, contributi, ecc. L’ho già detto e lo ripeto è una COLOSSALE BALLA: per ogni persona che usufruisce di servizi c’è un indotto di lavoro che genera ricchezza, non può per tale motivo determinare deficit.

Ma allora dov’è il problema? I fattori che determinano il disavanzo pubblico vanno individuati, in ordine sparso, fra i seguenti.

I traffici illeciti della criminalità organizzata. 

Si stima che il volume d’affari annuo di mafia, ‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita sia pari a 100 miliardi di euro.  Un buco nero che risucchia le risorse economiche prodotte da chi vive e lavora in Italia attraverso il traffico di droga, prostituzione, estorsioni, caporalato, traffico di armi, ecc. La criminalità organizzata non solo sottrae ricchezza al gettito fiscale e previdenziale, ma crea anche danni economici alle piccole e medie aziende con i danni a cose e persone a scopo estorsivo.

Corruzione.

Nonostante il dibattito circa l’effettivo ammontare del costo della corruzione sia ancora in corso e si stanno cercando metodi sistematici per stimarla, è sotto gli occhi di tutti come essa sia un fenomeno capillare e diffuso che  determina un incremento della spesa pubblica a causa dei costi dovuti ad appalti e fatture gonfiate, opere pubbliche incomplete e gestione fraudolenta di industrie, società e banche che costringono lo Stato a sovvenzionarle per scongiurarne il fallimento o ad erogare le indennità di disoccupazione ai lavoratori licenziati.

Italia-aperta-4-630x398Evasione ed elusione fiscale. 

Lavoro nero, mancata dichiarazione di redditi percepiti, trasferimento della sede legale delle grandi società nei cosiddetti paradisi fiscali (così come l’immissione nel mercato italiano dei grandi social network che, pur vendendo servizi ad aziende e persone nel nostro Paese sottostanno al regime fiscale vigente nello Stato in cui hanno la sede legale), la delocalizzazione delle fabbriche in Paesi in cui i lavoratori percepiscono redditi più bassi e hanno minori (o nulle) tutele previdenziali ed assicurative, tutto ciò determina disoccupazione e un conseguente minor gettito fiscale e previdenziale.

Cattiva gestione colposa o dolosa della sicurezza sui posti di lavoro.

Oltre a determinare drammi umani inestimabili, comporta un aggravio dei costi per risarcimento, sovvenzione, riabilitazione e ausili che sacrosantamente vengono erogati agli infortunati sul lavoro. Maggior sensibilizzazione, controlli più severi e ritmi di lavoro meno esasperati porterebbero ad un maggior rispetto per le vite dei lavoratori e un minor costo per le casse dello Stato.

Violazione delle norme ambientali e traffico illecito di rifiuti tossici. 

La Federazione Italiana Medici Pediatri ha stimato che un bambino su tre si ammala per gli effetti dell’inquinamento atmosferico. Un dato che nella sua drammaticità è solo la punta dell’iceberg del fenomeno inquinamento ambientale a cui vanno aggiunte tutte le persone adulte e anziane e i fenomeni di contaminazione del sottosuolo e delle falde acquifere dovuta al traffico di rifiuti tossici.

Accumulo di capitali non soggetti a tassazione.

I guadagni realizzati dalle grandi società, spesso anche attingendo alle risorse dello Stato come nel caso delle grandi industrie farmaceutiche, ristagnano nei conti correnti senza determinare reddito né gettito fiscale.

In conclusione, questi sono solo alcuni dei fenomeni che mettono fortemente in discussione la sostenibilità dello Stato sociale che ormai da anni è continuamente sotto attacco. Lungi dalla pretesa di aver scoperto l’acqua calda e che da domani ci sia un lotta senza quartiere a chi viola la legge mettendo in ginocchio il Paese, il fine di questa disamina è quello, come dichiarato, di smentire l’accusa che i disabili (e tutti gli altri fruitori di servizi socio-sanitari) siano la causa del dissesto economico finanziario dello Stato.  Chi riceve questi servizi non deve sentirsi un peso, bensì deve essere consapevole che gli attacchi ideologici ai servizi sono una manipolazione di comodo finalizzata ad evitare di confrontarsi con i veri problemi e a recuperare risorse economiche spremendo i soggetti più deboli della società.

L’auspicio, a pochi giorni dalla tornata elettorale, è che cittadini ed istituzioni smettano di fare i forti con i deboli e i deboli con i forti e attuino misure di contrasto a questi fenomeni cancerosi.

 

Guardare il mondo con gli occhi della memoria

Il linguaggio politico è progettato per rendere
la bugia veritiera,
l’omicidio rispettabile,
e per dare al vento un aspetto solido.

George Orwell

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Immagini degli esperimenti di Josef Mengele su bambini.

Operazione T4 (dal numero 4 di Tiergarten Strasse ovvero l’indirizzo della villa di Berlino, confiscata ad ebrei, dove risiedeva l’ufficio di tale operazione), una pagina della Storia che tutti vorrebbero in fondo al cuore rimuovere, ma che ogni operatore che si occupa di disabilità (psicoterapeuta, psicologo, educatore, assistente…) dovrebbe tenere impressa nella mente e nella carne, quasi come un dolore lancinante, una cicatrice che ancora fa male e che ci ricorda fino a che punto può arrivare la crudeltà dell’essere umano e con quanta perizia di buon senso le atrocità possano trovare giustificazione, come esse possano scivolare nella quotidianità lente e silenziose tra l’indifferenza di tutti. Se l’olocausto degli ebrei, degli omosessuali, degli zingari e degli oppositori politici è stata una follia collettiva assoluta, scientificamente perpetrata, che lascia sbigottiti per l’assurdità e per l’impossibilità umana di trovare spiegazioni a quanto accaduto, ciò che terrorizza rispetto allo sterminio delle persone con disabilità fisica ed intellettiva, è come esso sia stato ammantato di un alone di idealità e di filantropia, di una fine ricerca terminologica edulcorante (“Ausmerzen”, “eutanasia”, “vite indegne di essere vissute”, “eredità biologica inferiore”, ecc.) che è stata in parte capace di far apparire uno dei crimini più abominevoli della storia dell’umanità come un atto di pietà verso la persona disabile che veniva soppressa e verso i familiari. Così scrive Mario Paolini, pedagogista e formatore nonché fratello del più noto attore teatrale Marco che nel 2011 ha messo in scena lo spettacolo teatrale intitolato proprio “Ausmerzen”: << La decisione di uccidere i bambini nati con delle deformazioni venne presa quasi subito dall’organizzazione di T4, e con una motivazione che inquieta: quando fa Ausmerzen il pastore non si diverte a sopprimere l’agnello debole: lo fa perché deve, lo fanno in pochi ma tutti lo sanno…>> (Paolini, Signori, 2012).

Non è il sangue versato, non sono le vite soppresse o il dolore inferto nell’usare le persone disabili come cavie umane ad aver generato l’onda lunga che ancor oggi, a distanza di 75 anni, travolge l’identità psicologica di milioni di persone disabili facendole interrogare sulla legittimità o meno della loro esistenza e dell’aspirare a qualcosa di più di una flebile sopravvivenza, ma è proprio il fatto che il sangue versato, le vite soppresse e il dolore inferto siano stati rappresentati, dall’ideologia nazista, come un atto dovuto che non teme smentita all’esame della lucida razionalità, un gesto compassionevole che, donando la morte, sollevava dalla sofferenza e dalla vergogna di essere (o aver messo al mondo) persone deformi, dementi e non-autosufficienti.    Un’ideologia che non è viaggiata sui discorsi roboanti e retorici di Hitler, ma sulla gelida operatività di medici ed infermieri, sull’impersonale burocrazia del Decreto Ministeriale che imponeva la dichiarazione dei neonati “deformi”. Tolti con l’inganno (e in molti casi

 

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La Danimarca e le confische dei beni ai migranti

La memoria ha senso se ci aiuta a comprendere il presente e ad orientarci verso il futuro che vogliamo. Il fatto che lo sterminio degli ebrei sia avvenuto nel contesto della più grande tragedia di tutta l’umanità, la Seconda Guerra Mondiale, ci insegna che quando vediamo qualcun “ALTRO” scivolare lentamente nel baratro della negazione di tutti i diritti, l’abisso si spalanchi anche per noi è solo questione di tempo.




Assistenza sessuale in pillole e altre opinioni

the sessionsCHIARIMENTI SULL’ASSISTENZA SESSUALE IN PILLOLE… AL DI LÀ DI RETORICA E MISTIFICAZIONI.

1. L’assistente sessuale è una figura professionale che agisce sul corpo di una persona con disabilità allo scopo di indurre piacere sessuale.
2. Non esistono limitazioni agli atti sessuali consentiti: penetrazione compresa.
3. L’assistenza sessuale è proposta per persone con qualsiasi tipo di disabilità.
4. Nei disegni di legge:
a. si motiva l’istituzione della figura dell’assistente sessuale postulando che per i disabili è impossibile viversi la sessualità.
b. Non sono previsti fondi pubblici per il pagamento delle prestazioni.
c. Si delega alle Regioni stabilire le modalità di accreditamento senza stabilire né monte ore né contenuti di eventuali corsi di formazione.
d. Si delega ad associazioni la redazione di un codice etico e non si stabilisce a chi spetta il controllo sul suo rispetto;
5. Allo stato attuale non esiste una legge approvata che istituisca la figura dell’assistente sessuale.
6. Formare assistenti sessuali potrebbe integrare il reato di sfruttamento della prostituzione.
7. Non esistono leggi che negano il diritto alla sessualità delle persone con disabilità. Il diritto al benessere sessuale è sancito dalla Convenzione ONU ratificata anche dallo Stato Italiano.
8. La sessualità per le persone con disabilità non è impossibile: ci sono tanti che hanno rapporti sessuali.
9. L’assistenza sessuale NON è l’unica modalità di soddisfazione sessuale per le persone con disabilità.
10. Parlare di sessualità delle persone con disabilità NON equivale a parlare solo di assistenza sessuale.
11. NON è vero che l’assistenza sessuale contrasta i pregiudizi di indesiderabilità delle persone disabili, al contrario li rinforza.
12. La maggior parte delle pubblicazioni sull’assistenza sessuale sono acritiche e senza contraddittorio.
13. Si fa un abuso di termini quali “amore” e “Lovegiver”, ma le prestazioni sono rese dietro compenso: ciò determina una grande confusione soprattutto in chi ha deficit 

Una testimonianza:

“mi chiedo se si può evitare questo scempio…. sono disabile e non mi va assolutamente che qualcuno “decida” della mia sessualità, trovo che venga lesa la dignità di tutte quelle persone che hanno fatto del proprio handicap un punto di forza e di orgoglio, quel “nonostante tutto” che ci rende persone e non fardelli da sistemare, attraverso norme e leggi, in un serraglio burocratico travestito da sensibilità e buonismo del cazzo, io non ci sto a questo tipo di manipolazione, sin da piccola ho messo in moto il mio cervello affinchè gli altri, i “normali”, mi conoscessero nella mia essenza senza pregiudizi e tabù accettando anche la possibilità che non a tutti sarei potuta piacere nella mia interezza, mi sono fatta strada con le mie sole forze salvaguardando in primo luogo la mia dignità e adesso dovrei accettare che mi si consideri una che deve pagare per fare sesso? si perchè checchè se ne dica il messaggio che passa è che un disabile, in generale, ha bisogno di pagare per avere un pò di amore….” Annamaria Giulia Vernacchia.

Articolo pubblicato in risposta a quello di Fulvio Mazza “Disabilità e sesso, un tabù da affrontare” pubblicato sull’Huffington Post

Ormai parlare di sessualità e disabilità equivale solo a parlare di ASSISTENZA SESSUALE. E la grancassa mediatica è tambureggiante, se ne parla ovunque, ma oserei dire anche a sproposito. In questo articolo della testata HUFFINGTON POST, scritto da uno studente disabile, si sostiene l’opportunità del ricorso ad assistenti sessuali in maniera massiva, categorica, sia per disabili fisici che per disabili intellettivi, i quali entrambi e senza distinzione, avrebbero impulsi sessuali, ma a causa dei loro problemi non sarebbero in grado di gestirli.

Mi sembra di essere tornato a 20 anni fa quando si diceva che i disabili hanno impulsi sessuali, MA NON LI SANNO GESTIRE, e quindi bisogna reprimerli. L’atteggiamento verso i disabili (ahimé verso noi stessi) non è cambiato, è cambiata solo la soluzione: una volta si censurava, rimuoveva, reprimeva, oggi si VORREBBE (perché poi sarà tutta da vedere con questi chiari di luna) fornire una valvola di sfogo, un ambito particolare dove sviluppare la propria identità sessuale.

Ma qualcuno si è chiesto che genere di identità sessuale svilupperà una persona avendo rapporti solo con persone che si prestano per professione? Prendete un adolescente qualsiasi, non disabile, e ditegli: “guarda, te non ci pensare proprio alla compagna di banco, non te la darà mai! Adesso ti porto io da una signorina che ti farà scoprire la tua sessualità a pagamento”. Come crescerà questo ragazzo sotto il profilo psico-sessuale e dell’autostima? Come ciò si riverbererà sul rapporto con i coetanei e sul suo livello di inclusione sociale?

n-sesso-disabili-large570Nel trattare questi argomenti bisognerebbe anche essere un po’ meno ipocriti cominciando anche con il selezionare immagini più attinenti: in un articolo sulla disabilità e la sessualità si mette l’immagine di un uomo ed una donna perfetti fisicamente, quando si sa che i corpi delle persone disabili hanno dei difetti fisici. E qui si tradisce la concezione di chi pensa che gli atti sessuali tra persone che non rientrano nella norma dovrebbe essere nascosta, non mostrata e neanche immaginata.

L’ASSISTENZA SESSUALE è diventata una categoria mentale che ci tranquillizza, ci calma la coscienza e ci dà l’opportunità di non pensare a queste domande:

1. che succede se un uomo/donna disabile si innamora di me (non disabile)? che cosa proverei di fronte al suo corpo nudo?

2. e viceversa, che succede se io uomo/donna disabile mi innamoro di un uomo/una donna non disabile? che cosa proverà di fronte al suo corpo nudo?

3. Che succede se, come nel film “Indovina chi viene a cena?”, mio/a figlio/a porta a casa un ragazzo/a disabile?

4. che succede se mia figlia disabile rimane in cinta?

5. che succede se due persone disabili vogliono stare insieme? e se vogliono avere dei figli?

6. che succede se mio figlio/figlia disabile non trova nessuno?

7. sono davvero certo che la persona disabile che ho davanti non ha chance di far innamorare di sé qualcuno?

8. è l’amara realtà o un mio pregiudizio?

9. quante cose si possono fare sotto il profilo sociale, architettonico, culturale e psicologico per rendere sempre più persone disabili vicino alla possibilità di avere relazioni sentimentali e sessuali?

10. quanto tutti questi pregiudizi e tabù verrebbero rinforzati dall’assistenza sessuale?

Con il vostro permesso io vorrei continuare a pormi queste domande almeno fino a che la grancassa mediatica sull’ASSISTENZA SESSUALE non avrà spazzato via ogni possibilità di dibattito.

Articoli correlati:

http://www.superando.it/2017/04/07/si-puo-davvero-parlare-di-sessualita-negata/ 

http://www.superando.it/2015/05/22/assistenti-sessuali-arretramenti-culturali-e-stigma-sociale/

http://www.in-psicoterapia.com/?p=7418

 

Opportunità lavorative…

buono
Immagine tratta dal film “Qualcosa di buono” del 2014

…nell’assistenza e  accompagnamento di persone con disabilità.

Buone retribuzioni, possibilità contratto a tempo indeterminato e anche… divertimento.

Leggi anche l’articolo: “Assistenti di base e collaboratori familiari. Competenze trasversali e abilità relazionali specifiche

Per proporre la propria candidatura invia un curriculum ai riferimenti nella pagina CONTATTI

 

 

Reddito d’inclusione: requisiti e modalità di domanda.

GENERICA-POVERTADal 1° dicembre 2017 sarà possibile richiedere il Reddito d’inclusione che consiste in un contributo economico erogato alle famiglie che versano in condizione di povertà e finalizzato al perseguimento di obiettivi quali il re-inserimento lavorativo, la tutela della salute o il garantire la frequenza scolastica.

Possono accedere al contributo i cittadini italiani, gli appartenenti ad uno Stato membro dell’Unione Europea o i familiari di un cittadino comunitario anche se non hanno cittadinanza in uno Stato dell’UE, purché appartengano ad un nucleo familiare che risponda ai seguenti

REQUISITI FAMILIARI:

  • nel nucleo familiare sia presente un componente di minore età;
  • oppure una persona con disabilità e almeno un suo genitore o tutore;
  • oppure una donna in gravidanza;
  • oppure un componente della famiglia che, avendo almeno 55 anni compiuti, si trovi in condizione di disoccupazione;

ed ECONOMICI:

  • il nucleo familiare deve avere un valore ISEE non superiore a 6000,00 euro;
  • un valore ISRE non superiore a 3000,00 euro;
  • fatta eccezione per la casa di abitazione, non possedere immobili per un valore superiore a 20000,00 euro;
  • il saldo del conto corrente e di eventuali titoli non deve superare i 10000,00 euro se il nucleo familiare è di 3 o più componenti, 8000,00 per soli 2 componenti, 6000,00 per un solo componente.

Non si deve inoltre usufruire della NASPI, non avere autoveicoli o motoveicoli immatricolati da meno di 24 mesi (a meno che non siano adibiti al trasporto disabili) e non si devono possedere imbarcazioni da diporto.

La domanda può essere fatta dal 1° dicembre 2017 compilando l’apposito modulo INPS scaricabile al seguente link:

https://www.inps.it/CircolariZIP/Circolare%20numero%20172%20del%2022-11-2017_Allegato%20n%202.pdf

e presentandolo presso gli uffici del Comune o Municipio di competenza.

Fonti:

https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51383

https://www.inps.it/bussola/VisualizzaDoc.aspx?sVirtualURL=%2fCircolari%2fCircolare%20numero%20172%20del%2022-11-2017.htm

https://www.inps.it/CircolariZIP/Circolare%20numero%20172%20del%2022-11-2017_Allegato%20n%202.pdf

 

 

Legge “Dopo di Noi”: trappole e limiti

Attesa
“L’attesa” di R. Maola 2015 Matita su carta 63×48 cm

La legge Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare è stata approvata il 14 giugno 2016 in via definitiva dalla Camera dei Deputati e a breve verrà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Nonostante i riferimenti agli altisonanti articoli della Costituzione, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, un’attenta analisi delle misure adottate porta a concludere che quest’ultime abbiano creato le premesse per un arretramento dei diritti e delle tutele delle persone diversamente abili, nonché rifletta una visione paternalista e assistenzialista della disabilità.

La critica fondamentale che si può fare a questa legge è quella di adottare misure discutibili per supplire e/o prevenire l’emergenza derivante dal venir meno del supporto della famiglia, ratificando e ribadendo così (la 328 già lo faceva esplicitamente nell’art. 16) il principio secondo cui alla famiglia è demandata la responsabilità di provvedere ai bisogni speciali dei figli.

Il processo di preparazione del cosiddetto Dopo di Noi dovrebbe iniziare in età precoce

garantendo l’inclusione sociale e favorendo la maturazione dell’intima consapevolezza che le persone disabili sono titolari di diritti fondamentali come chiunque altro, nonché il diffondersi di una cultura della qualità della vita.

Il benessere psico-sociale nel Dopo di Noi è direttamente proporzionale a quello raggiunto durante le prime fasi del ciclo di vita.  Da questo punto di vista il Legislatore avrebbe dovuto intervenire potenziando e migliorando le leggi esistenti, ad esempio:

  • Prevedendo il finanziamento di corsi di formazione obbligatori per divenire amministratore di sostegno, istituendo organi di vigilanza e redigendo un codice deontologico con relative sanzioni (L. 6/2004);
  • Riformando alcuni scellerati provvedimenti quale quello preso con la Legge 11 dicembre 2012, n. 220 art. 5 comma 1 che ha portato a 500 millesimi la maggioranza necessaria per deliberare interventi di abbattimento di barriere architettoniche nei condomini;
  • Finanziando le leggi relative all’abbattimento delle barriere architettoniche (l.13/89), l’utilizzo degli ausili tecnologici per la comunicazione, la mobilità e la gestione pratiche amministrative e delle incombenze quotidiane, l’assistenza di base (L. 162/98), l’applicazione dei programmi per lo sviluppo di comportamenti adattativi e delle competenze pratiche in bambini, adolescenti e adulti affetti da disturbi dello spettro autistico (l. 134/2015) o deficit dello sviluppo cognitivo.

Questa legge non persegue l’empowerment delle persone con disabilità.

Un’analisi puntuale evidenzia le insidie che nasconde nelle sue pieghe nonostante le dichiarate buone intenzioni. Scorrendo l’art. 4 balzano immediatamente all’occhio 3 considerazioni:

  • Non specificando in cosa debbano consistere i programmi di deistituzionalizzazione di cui alla lettera a) e successivamente specificando, nella lettera c), che la finalità è quella di destinare i fondi alla costruzione di soluzioni alloggiative in co-housing (co-abitazione), fa subito comprendere come si pensi di risolvere il problema dell’istituzionalizzazione creando soluzioni abitative che ospitino comunque gruppi di persone con disabilità: si passa in sostanza dal grande istituto al piccolo istituto. Ciò potrà anche concretizzarsi in un miglioramento delle condizioni di vita, ma lede comunque il diritto delle persone disabili di scegliere dove e con chi vivere, sancito dall’art. 19 de La Convenzione O.N.U. sui diritti delle Persone con disabilità espressamente richiamato dalla legge stessa;
  • Prevedendo che in condizioni di difficoltà ed emergenza, lettera b), legate al fatto che la famiglia non sia più in grado di assistere la persona disabile per decesso, malattia o vecchiaia, si possa provvedere, seppur temporaneamente, con soluzioni extra-familiari, si instilla il timore che la persona disabile venga allontanata dal proprio nucleo familiare e si scoraggia la richiesta di aiuto ai servizi territoriali. La legge avrebbe dovuto prevedere la priorità d’intervento domiciliare allorché vengano segnalate situazioni nelle quali il supporto familiare viene meno.
  • Il richiamo, nella lettera d), alla finalità di sviluppo di programmi di accrescimento delle competenze di autonomia ed adattamento nelle persone con disabilità è del tutto decontestualizzato in quanto questi programmi devono essere attuati in età evolutiva o al più tardi nella prima età adulta, non certo quando la persona disabile ha già 40-50 anni e si comincia a pensare al “Dopo di Noi” con l’approssimarsi della terza o quarta età dei genitori.

Art. 5: milioni di spesa pubblica a vantaggio delle compagnie assicurative.

L’art. 5 con il quale si eleva la soglia di detraibilità dei premi di assicurazioni stipulate da un genitore a beneficio della persona disabile, in caso di decesso o malattia/infortunio che comporti un’invalidità permanente superiore al 5% del primo, non tiene conto del fatto che molte volte i caregiver familiari sono già malati o presentano invalidità. Così come non tiene conto che la loro speranza di vita è inferiore alla media della popolazione di riferimento come dimostrato dalla ricerca della biologa premio Nobel Elizabeth Blackburn (testo della ricerca). Questi fattori potrebbero indurre le compagnie assicurative ad evitare di stipulare polizze oppure a farlo a premi maggiorati in virtù del rischio maggiore. Inoltre, solo questo intervento si prevede assorbirà 35,7 milioni di euro per il 2017 e 20,4 milioni di euro per il 2018 (comma 2 art. 5), a fronte di un risparmio annuo, in termini di detrazione fiscale, pari a euro 142,50 per famiglia!

Diverse sono le insidie che nasconde la prassi del trust.

L’articolo 6, stabilendo esenzioni dalle imposte di successione e di donazione di beni immobili e mobili destinati a fondi vincolati per lo svolgimento di opere destinate alla cura di persone con disabilità grave ai sensi dell’art. 2645-ter del codice civile (il cosiddetto trust), rischia di indurre i genitori a violare i diritti dei figli disabili.

L’articolo 2645-ter del codice civile sancisce la formazione di trust attraverso la donazione in vita o la destinazione successoria di beni mobili o immobili ad un ente.

Detto ente deve essere scelto tra organizzazioni non lucrative accreditate nell’assistenza di persone con disabilità ed è tenuto, pena decadenza, ad attenersi al programma stabilito nell’atto di stipula. Una volta siglato l’accordo, il disponente (chi dona i beni al fondo speciale) non ha più potere né sui beni, né sull’ente che li deve gestire, in quanto il trust ha come presupposto proprio l’autonomia del dedicando rispetto al disponente. Il trust può essere disposto anche fino al decesso della persona disabile (il beneficiario). Eventualmente si può solo contestare al dedicando di non rispettare i termini dell’atto di stipula.

Innanzitutto, occorre sottolineare che questo provvedimento riguarda tutte le tipologie di disabilità grave comprese quelle che non ineriscono alla sfera cognitiva e quelle la cui entità del deficit cognitivo non è tale da giustificare l’interdizione, ma il semplice supporto di un amministratore di sostegno.

Nel concreto se un genitore, ritenendo per pregiudizio il/la figlio/a incapace di autogovernarsi e di amministrare i beni oggetto dell’eredità, decidesse con un intento protettivo di affidarli ad un’organizzazione, di fatto lo/la esproprierebbe del diritto di successione ereditaria.

Un’altra considerazione riguarda la difficoltà di stabilire anni prima quali possano essere i desideri e i progetti di una persona per tutto il resto della sua vita. Che succede se Tizia, donna disabile di 50 anni i cui genitori hanno vincolato un immobile di loro proprietà per realizzare una co-house da condividere con altre persone disabili, riceve una proposta di lavoro in un’altra città? O decide di fare un viaggio? O si innamora e decide che vorrebbe andare a convivere con il partner?

E ancora. Si prevede nell’art 6 che nell’atto di stipula del trust si specifichino i bisogni e le necessità assistenziali necessarie a prevenire l’istituzionalizzazione (N.B.: siamo lontani dal concetto di qualità della vita) e che venga individuata una figura di controllo. Peccato però che la norma non specifichi che detta figura di controllo debba essere totalmente estranea all’ente gestore: ne consegue che non si può escludere che il controllore appartenga alla stessa organizzazione da controllare.

Analogo conflitto di interessi si può configurare grazie al fatto che la legge non esclude che al decesso della persona disabile beneficiaria i beni diventino di proprietà dell’ente gestore.

Questi ultimi 2 vuoti legislativi sono ingenuità evidenti, considerando l’angoscia di migliaia di genitori di persone con disabilità rispetto all’eventualità che, dopo la loro morte, il/la figlio/a venga maltrattato/a o trascurato/a.

In conclusione, questa legge assorbirà centinaia di milioni di euro che saranno sottratti alla spesa per l’inclusione sociale delle persone con disabilità senza apportare misure efficaci anche solo a garantire assistenza e protezione sicure, ma gettando i presupposti per violazioni grossolane dei diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

Nonostante i propositi positivi della stesura del primo progetto di legge, il risultato finale è andato in tutt’altra direzione probabilmente perché nel processo legislativo non sono coinvolte in maniera diffusa le persone che vivono sulla propria pelle le realtà sulle quali si interviene.

“Il Caregiver Familiare in Italia, tra malintesi e disattenzione”. Montecitorio. 03/02 h.16


 


 

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Di seguito il mio articolo: “Il dogma dell’istituzione e l’abbandono dei caregiver”
pubblicato su Superando.it

«Nel 2015 – scrive Lelio Bizzarri – ogni cittadino, anche con gravissima disabilità, dovrebbe avere diritto di vivere nel proprio nucleo familiare e nella comunità cui naturalmente appartiene, sostenuto da servizi a sostegno della sua autonomia e integrazione. Ove poi la condizione di disabilità sia così grave da necessitare dell’assistenza continuativa di un familiare, è assolutamente urgente e necessario fornire tutti i supporti assistenziali, tecnologici, medici e psicologici a chi si occupa della persona malata e a tutto il nucleo familiare». Leggi tutto