La “scioccante verità” sulla relazione tra pornografia e disabilità

pornografia-e-disabilitaChe fra le persone con disabilità ci siano fruitori della pornografia è ormai diventato un concetto intuitivo alla luce dei recenti contributi che hanno messo in evidenza come le pulsioni sessuali siano comuni a chiunque, disabili compresi. Ma che il business della pornografia “arruolasse” come attori e, soprattutto attrici, persone con ogni tipo di handicap, è abbastanza sconcertante e apre la consapevolezza a nuovi scenari di sfruttamento e abuso sessuale.

Dalla disabilità psichiatrica a quella intellettiva, fino ad arrivare alle persone su sedia a rotelle, con amputazioni o gravi malformazioni, è proprio la condizione di svantaggio e di emarginazione che deriva dalla disabilità che rende più facilmente adescabili dai trafficanti di carne da pornografia.

Un fenomeno in espansione soprattutto nei contesti culturalmente più arretrati e nei quali i servizi sociali non riescono a fornire supporti economici e psicologici adeguati.

Leggi tutto l’articolo sul Blog dell’Ordine degli Psicologi del Lazio


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Sessualità e disabilità: intervista a Lelio Bizzarri

Di seguito ri-pubblico una mia intervista del 2010 a cura della dr.ssa Manuela Lobefaro… temi sempre attuali. 


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Kelly Perks-Bevington ha un problema al midollo spinale che l’ha bloccata sulla sedia a rotelle quando aveva 11 anni ma sei mesi fa si è sposata con il suo fidanzato Jaz e, dice, “solo il giorno del nostro matrimonio l’abbiamo fatto 3 o 4 volte”. Kelly dice che i pregiudizi della gente riguardo ai disabili possono essere davvero imbarazzanti: “Dopo le nozze ordinai un cocktail dalla camera dell’hotel e il cameriere portò il conto a mio fratello pensando che fosse lui mio marito, semplicemente perché anche lui era in carrozzina!”

Per conoscerla meglio, Dott. Bizzarri di cosa si occupa? Sono uno psicologo e mi occupo di consulenze psicologiche mirate alla prevenzione del disagio e alla promozione della qualità della vita. I miei interventi sono spesso rivolti a persone che in prima persona vivono la condizione di disabilità oppure che per motivi di legami familiari o per lavoro hanno a che fare con la disabilità. Ho promosso e condotto corsi di formazione e sensibilizzazione rivolti a questa particolare popolazione in particolare sulla tematica della sessualità e dello sviluppo del senso di autonomia ed autodeterminazione delle persone con disabilità. Sono stato anche Consigliere dell’Ordine degli Psicologi durante il mandato 2009-2013 e per questo mi sono anche occupato dell’organizzazione di campagne di sensibilizzazione della cittadinanza a prendersi cura del loro benessere psicologico.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di corsi di formazione nell’ambito dell’affettività, dei sentimenti e dell’educazione sessuale nelle persone con disabilità? Uno degli aspetti che mi ha stimolato è sicuramente il fatto che fosse un tema poco esplorato ed approfondito. Avevo letto qualche libro in proposito e tutti mi sembravano un po’ a senso unico, sottolineando esclusivamente gli aspetti negativi della questione: i rifiuti, le delusioni, i rischi legati all’abuso e alle gravidanze indesiderate, le problematiche relative al controllo degli impulsi, ecc. Essendo io oltre un addetto ai lavori, anche una persona che viveva questa dimensione sulla propria pelle, avevo un punto di vista privilegiato per essere consapevole del fatto che il binomio sessualità e disabilità non è solo sofferenza, ma anche gioia profonda. Avevo sperimentato nel mio sviluppo personale come la sessualità per una persona disabile in particolare può essere un grande ponte per accedere al mondo cosiddetto della “normalità” e mi stimolava l’idea di condividere questa esperienza e verificare la sua generalizzabilità anche ad altre persone e ad altre forme di disabilità.

Durante le esposizioni sulle tematiche della sessualità nella disabilità, ha mai provato una sensazione di disagio, considerando il silenzio che avvolge questa tematica? No devo dire che non ho mai provato disagio anche perché comunque ho affrontato la tematica più da tecnico che esponendo le mie esperienze personali. Esse sono state per me un punto di riferimento e di confronto con le aspettative e le esperienze altrui, ma mai oggetto di discussione dei miei interventi anche perché le esperienze in sé e per sé non hanno un valore per l’altro che ha un vissuto differente, possono essere prese come pietra di paragone, ma non ritenute un qualcosa che può essere riproposto tale e quale nella vita altrui. Ho sempre riscontrato molto interesse da parte di operatori, familiari e persone con disabilità che sentivano proprio il bisogno di parlare di questa tematica proprio in virtù del fatto che non esistevano spazi alternativi per condividere. In alcuni casi c’erano richieste di aiuto vere e proprie rispetto a situazioni più problematiche legate al comportamento sessuale di ragazzi con grave ritardo mentale o autismo. Il fatto di aver approcciato il tema con serenità e con un atteggiamento possibilista e legittimante comunicava molta speranza ed era già in parte funzionale ad un livello superiore di benessere perché attenuava l’ansia e dava il permesso di vivere questa dimensione della vita.

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“Si può essere donna anche se non perfetta. Questa idea può fare spazio a diverse argomentazioni: far pensare che un corpo femminile in reggiseno non è un oggetto, far riflettere sul problema del bullismo verso chi è perepito come dverso, ma anche su quello dei disturbi alimentari vissuti da chi non si accetta per come è. Occorre capire quello che vuole nascere dietro a questo progetto.” Tratto dall’intervista di Superabile Inail Maggio 2016 a Valentina Tomirotti – Impiegata nei servizi sociali del Comune di Porto Mantovano laureata in Scienze della comunicazione specializzazione in giornalismo. Blogger: pepitosablog.com.

Il tabù intorno al tema della sessualità nella disabilità è un ostacolo che, secondo lei, parte principalmente dalla società o dalla famiglia?Beh diciamo che per la Società è più facile accettare che le persone con disabilità si vivano la propria sessualità, in quanto di solito tutte le difficoltà implicate se ne fa carico la famiglia laddove la persona disabile stessa non riesce a gestire le situazioni. Certo che se invece poi parliamo di come le istituzioni si impegnano con programmi di sostegno pratico e psicologico alle persone disabili che contribuiscano a creare le condizioni propedeutiche al vivere la sessualità in maniera soddisfacente, è evidente che la crisi dei servizi sociali che stiamo attraversando sia un impedimento molto più marcato di quello che fanno le famiglie. Per fare un esempio è evidente che per un ragazzo disabile sia molto difficile vivere la propria sessualità se non ha i mezzi e le possibilità per uscire, fare amicizie, conoscere altre ragazze ed eventualmente allacciare relazioni sentimentali. Il riconoscimento della Società intesa come istituzioni e servizi è solo formale dato che non c’è poi quel sostegno che sarebbe opportuno desse alle persone disabili e viene delegato tutto al singolo o alla famiglia. Se ci fossero più servizi e le cose fossero meno difficili, anche le famiglie sarebbe più tranquille nel lasciare spazio e autonomia ai figli/fratelli. In sintesi, agevolare l’emancipazione dalla famiglia delle persone disabili comporta automaticamente la possibilità da parte di tutti di vivere la sessualità più serenamente.

Durante le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati, quali sono gli ostacoli maggiormente riscontrati? Un problema strutturale è legato alla continuità dei progetti che purtroppo anche qui è inficiata dalla difficoltà di reperire risorse economiche. Rispetto al lavoro in sé e per sé la parte più difficile è quella di modificare gli atteggiamenti di base che sottostanno ai copioni comportamentali. Il lavoro di espressione e condivisione delle emozioni dà molte soddisfazioni e benefici, ma purtroppo quando si cerca di fare un lavoro un po’ più profondo si è già arrivati al termine del percorso. La parte psicoeducativa dell’intervento può dare solo frutti parziali in quanto molto spesso è necessario intervenire sugli stili di attaccamento e su complessi emotivi molto resistenti e questo necessita molto tempo in quanto non è sufficiente comunicare quali sono le cose più giuste da fare per far in modo che esse vengano fatte.

coppia-disabiliDopo le formazioni dirette a genitori, educatori o diretti interessati ha avuto dei riscontri positivi, come ad esempio più tranquillità nell’affrontare la tematica dell’amore? Sì come ho detto prima, la condivisione dà molti risultati positivi in particolare il confronto fra persone con disabilità consente di acquisire fiducia e un senso di legittimazione che porta ad uscire dal guscio. Ovvio che poi nel relazionarsi con le persone da un punto di vista erotico-sentimentale ci si può imbattere in delusioni e contrattempi, ma il fatto di avere uno spazio di condivisione aiuta molto. A volte questo tipo di setting può agevolare l’accettazione di avere relazioni e flirt con persone che condividono la condizione di disabilità a volte del tutto rifiutata, soprattutto dai giovani. Con ciò non voglio dire che una persona disabile dovrebbe farsi piacere per forza un’altra persona disabile, ma neanche escluderla a priori. Tante relazioni e storie d’amore che danno molte soddisfazioni, si allacciano tra persone entrambe disabili.

In molti paesi europei è ormai presente, da circa dieci anni, la figura professionale “dell’assistente sessuale”, in Italia invece no. Qual è il suo parere in merito a questa figura? Saranno strutturati servizi di assistenza/educazione sessuale secondo lei? Devo dire che visto il momento economico degli enti locali e delle istituzioni statali mi sembra molto improbabile che venga istituito e finanziato un servizio di assistenza sessuale laddove non si riesce a garantire l’assistenza di base. Oltre a queste difficoltà pratiche di origine economica, credo che si dovrebbe delineare meglio la funzione dell’assistenza sessuale. Dovrebbe servire ad aiutare una persona con difficoltà motoria a fare sesso con un’altra persona o a praticare l’autoerotismo? Dovrebbe soddisfare direttamente i desideri sessuali della persona disabile? Dovrebbe insegnare come si fa l’amore a persone che hanno handicap intellettivi? Da quanto ho appreso nei colloqui con familiari di persone con handicap mentale, mi sembra che la fantasia sia proprio quella che
venga istituita una figura professionale che surroghi la funzione di un partner: una sorta di prostituzione istituzionalizzata prodromica magari all’abolizione della legge Merlin. Questa assistenza-sessualeipotesi a mio avviso, è una risposta ad una concettualizzazione meccanicistica della sessualità secondo la quale l’eccitazione sessuale ha un’origine biologica e il suo esito naturale sarebbe lo sfogo fisico in sé e per sé. Eppure se si presta attenzione alla realtà e ci si confronta con i racconti delle esperienze sessuali dei ragazzi con disabilità si rileva che le esperienze sessuali fatte con persone estranee sono poco soddisfacenti, a volte traumatiche e comunque non soddisfano il desiderio più complesso di avere una relazione e sperimentare l’innamoramento. In sintesi la mia opinione è che questa opzione non può essere applicata a tutti i disabili eventualmente utilizzata nei casi limite di ragazzi con grave ritardo mentale e forti problematiche relative al controllo degli impulsi sessuali. E comunque la funzione non dovrebbe essere quella di fare sesso con queste persone, ma aiutarle a conoscere il loro corpo e a tramutare in comportamenti funzionali i propri impulsi sessuali ad esempio insegnando la pratica dell’autoerotismo e le limitazioni del vivere sociale. Legittimare il ricorso ad un’assistente sessuale per tutti i disabili rischia di diffondere un pesante stigma sociale secondo il quale i disabili non possono sedurre e/o far innamorare nessuno e per garantire loro l’espressione della propria sessualità occorre istituire una figura professionale che per lavoro e non per sentimento fa sesso con questi.

Come potremmo intervenire nel contesto sociale per migliorare il rapporto con la sessualità nel disabile? L’intervento deve essere a più livelli: psicologico, sociale, economico, culturale, ecc. Per quanto attiene al lavoro specifico della psicologia è necessario innanzitutto aiutare da una parte i ragazzi disabili a consapevolizzare o rinforzare la propria legittimazione ad essere al mondo. Avere il diritto ad essere al mondo significa anche sentire di poter dare molto alle altre persone: l’amore e il piacere sessuale sono forse le forme più alte di contributo che si può dare agli altri. Per fare ciò è necessario ripercorre i primi anni di vita e il trauma che la coppia genitoriale ha vissuto nel momento della diagnosi della patologia del nascituro. Questi aspetti hanno inevitabilmente delle ricadute nella cura del bambino e sul suo stile di attaccamento che come è noto influenza in età adulta le relazioni intime.

Per concludere, la sessualità è caratterizzata da molteplici sfaccettature, cosa pensa lei del diritto alla sessualità nella dimensione disabile? Che un diritto inalienabile di ogni persona e che trovo anche indicativo che esso debba essere ribadito per quanto riguarda le persone disabili. Allo stesso tempo la sessualità è in stretto contatto con l’amore e questo non può essere indotto attraverso alcuna tecnica né decretato per legge. I tecnici e i politici possono darsi da fare per creare le condizioni necessarie affinché le persone disabili possano vivere la propria sessualità, ma nessuno ha il potere di far innamorare qualcuno come cupido. Discorso diverso è la legittimazione a vivere la sessualità e ad esprimerla, questa è una battaglia che ogni persona disabile, ogni familiare e ogni operatore dovrebbe sposare, perché negare il diritto ad esprimere la propria sessualità è, a mio avviso, equiparabile alla negazione della natura umana. Non esiste essere umano che non provi sentimenti e desideri sessuali.


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Sono Manuela Lobefaro, nata a Bari il 29/05/1986. Nel 2013 ho conseguito la Laurea Specialistica in Scienze della Formazione indirizzo “Educatore e Coordinatore dei Servizi Educativi e dei Servizi Sociali” con voto 110/110 tesi: “IL DIRITTO ALLA SESSUALITA’. PROSPETTIVE E PROPOSTE EDUCATIVE NELLA DIMENSIONE DISABILE” argomento spesso rimosso e affrontato con disagio, in una società che carica di stereotipi, considera i protagonisti come asessuati ed eterni bambini, sottovalutando ed annullando la sfera sentimentale ed affettiva, tanto presente quanto  importante per lo sviluppo e il benessere del singolo. Sono cresciuta con due fratelli, di cui uno affetto da Sindrome di Down, si chiama Dario e probabilmente grazie a lui è nato in me l’amore e il rispetto verso ogni disabilità. Nel corso degli anni tirocini, volontariato presso associazioni ed esperienze scolastiche di assistenza scolastica specialistica  come educatore  mi hanno continuato a far crescere. La tesi della Laurea triennale in Scienze dell’educazione e della formazione “Educatore nei Servizi socio culturali e interculturali” tratta un argomento altrettanto delicato relativo agli abusi e alle violenze verso i soggetti diversamente abili.

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L’eutanasia non si sponsorizza!

“Io prima di te” non ha l’ironia di “Quasi amici” né l’intensità di “Mare dentro”… ma lancia messaggi brutti e pericolosi infiocchettati in una storiella d’amore stile hollywoodiano.

La questione eutanasia è come la nitroglicerina: bisogna maneggiarla con estrema attenzione altrimenti si rischia di fare danni… e in questo caso sono danni mediaticamente amplificati.

Nel film il protagonista si rivolge ad un’organizzazione (realmente esistente) che ha sede in Svizzera la quale si occupa tra le altre cose di suicidio assistito: come si evince dalla carta intestata della lettera che riceve il protagonista (con logo reale) la società si chiama Dignitas e il suo slogan è “Vivere degnamente, morire degnamente”.

Lo slogan riflette la mission dell’organizzazione che è quella, da una parte, assistere le persone con disabilità nella gestione delle questioni assistenziali e sanitarie al fine di perseguire uno stile di vita dignitoso, dall’altra guidare e aiutare, le persone che ne fanno richiesta, a suicidarsi… dignitosamente.

Visto il ricorrere ridondante dell’accostamento tra eutanasia e dignità, io voglio subito dire che la condizione di disabilità gravissima non è una condizione in sé e per sé indecorosa: chi ha la forza e il coraggio di sopportare una condizione di allettamento o di mobilità ridottissima, di sopportare dolore o non poter parlare e/o di dover svolgere gli atti fondamentali alla vita (respirare o nutrirsi) attraverso l’ausilio di dispositivi, HA DIGNITA’ DA VENDERE ED UNA STATURA MORALE CHE NESSUN ATLETA POTRA’ MAI RAGGIUNGERE!

In secondo luogo, voglio dire che ciò che può mortificare una persona fino a farla sentire indegna, è il modo in cui è costretta a vivere allorché non le viene fornito il supporto assistenziale/tecnologico di cui necessità per esprimere le proprie facoltà oppure quando le viene negato il rispetto che merita. Corollario a ciò: un qualsiasi Stato che si voglia qualificare civile, evoluto e rispettoso della qualità della vita dovrebbe dare fondo a tutte le sue risorse per garantirne a tutti un livello elevato.

Detto ciò, credo anche che il vissuto di sofferenza di chi vive una condizione estrema di malattia e disabilità sia un fatto tanto privato da rendere le scelte che ne derivano esclusivamente attinenti alla sfera dell’autodeterminazione. Non è pertanto in discussione il concetto in sé e per sé di suicidio assistito o eutanasia la cui definizione porta ad un dibattito filosofico ed etico che va ben oltre le possibilità del sottoscritto e di questo articolo.

Ciò che sconcerta è l’operazione (temo consapevole) di inserire messaggi che accostano la disabilità ad una condizione di inferiorità ontologica, in maniera quasi subliminale visto il tono di commedia amorosa che attraversa quasi tutto il film.

Nel brano riportato poc’anzi il protagonista, nello spiegare le motivazioni della sua scelta, afferma: “non sarò mai il tipo d’uomo che accetta tutto questo…” e la domanda è: quale sarebbe il tipo d’uomo che accetta e sopporta una condizione di limite estremo? Di certo non il ragazzo atletico, affascinante e di successo che era stato Will Trainor prima dell’incidente, forse un uomo mediocre e che nella vita si accontenta.

Si dà in pasto all’opinione pubblica una visione delle persone con disabilità come di persone più semplici che sanno accontentarsi, non di persone dotate della straordinaria e rarissima capacità di assaporare e godere delle cose positive della vita.

Non è sufficiente neanche il fatto di aver coinvolto sentimentalmente una ragazza, di averla resa felice e di averla aiutata a crescere caratterialmente, affinché il ragazzo si senta  al riparo dai soliti cliché:

  1. il disabile non può dare tutto quello (?) che può dare un uomo normodotato;
  2. che lei andrà di sicuro incontro ad una serie di rimpianti (c’è una coppia nel mondo in cui non ci sia qualche rimpianto o dispiacere?);
  3. lei rimarrà con lui solo per pietà….;
  4. entrambi saranno insoddisfatti sessualmente (la sessualità non è solo fallica ha mille forme e modalità che possono rendere una coppia come quella del film soddisfatta).

In quest’altro brano Will spiega come la sua nuova condizione non abbia possibilità di dargli più alcuna soddisfazione perché stritolata dal ricordo di quella precedente: ogni tentativo di fare nuove esperienze nella condizione attuale avrebbe solo l’effetto di sporcare i ricordi perfetti della sua vita prima dell’incidente. Piuttosto che affrontare la vita futura con la fierezza di chi sa che il rifiuto e il pietismo sono limiti morali dell’altro e non sono insiti nella condizione di disabilità, si è rintanato in una vita di solitudine, in attesa della guarigione prima e, una volta persa la speranza, della morte.

In quest’ultimo brano che proponiamo il padre di Will dice: “No, lascia che lo faccia da solo, Will ha bisogno di potersi sentire un uomo.”, lasciando ad intendere che la sensazione di esserlo è una dolce illusione che viene concessa dalla madre lasciandolo alle cure amorevoli dell’assistente/partner. Ma Will è un uomo in quanto tale e in qualsiasi situazione. La disabilità non lo ha privato né della sua appartenenza al genere Umano, né della sua maturità e capacità di giudizio, né della sua carica erotica.


Per una trattazione più profonda del tema eutanasia…


Un irrefrenabile bisogno di biasimare la vittima

Corrado-Augias-diMartedìUn irrefrenabile, quasi antropologico, bisogno di biasimare la vittima a cui fa da contraltare la necessità di darne risalto mediatico. Se il femminismo fosse davvero stato quello descritto da Paola Tavella (ma dubito) si comprenderebbe meglio come mai milioni di donne in Italia subiscono violenze psicologiche, fisiche e sessuali e i femminicidi sono ogni anno centinaia. Alla domanda che Floris ha rivolto ad Augias circa il meccanismo mentale che spinge ad essere omertosi rispetto a delitti così atroci, quest’ultimo ha dato 2 risposte: una, esplicita, relativa ai farneticamenti sul venir meno dell’istinto di protezione e sugli atteggiamenti della piccola Fortuna, l’altra, implicita, che riguarda l’angoscia, la vergogna e l’insopportabile ricatto morale di essere additati come i responsabili delle atrocità subite dai propri figli.
Nell’ancestrale bisogno di individuare le responsabilità di chi subisce la violenza è rintracciabile la necessità di ribadire che vittime e carnefici appartengono ad un mondo altro dal nostro. Nella distanza che mettiamo, così, tra noi e la gente di Caivano e nell’isolamento che ne deriva di una comunità abbandonata al degrado, è necessario ricercare le dinamiche relazionali che conducono a queste tragedie.

SuperAbile Inail: “Prima o poi l’amore arriva”

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Ho il piacere di condividere una mia intervista sul tema “Amore, innamoramento e matrimonio” delle persone con disabilità pubblicata nel Magazine SuperAbile INAIL. L’intervista è parte, insieme ad altri contributi, dell’inchiesta “Prima o poi l’amore arriva” (Pag. 8).

Per visualizzare la copia elettronica del Magazine Cliccare qui

Maximiliano Ulivieri si scusi con gli psicologi

Screenshot-2015-12-31_10.15Devo dire che trovo che scrivere che gli psicologi hanno il terrore che la gente sia felice sia un’affermazione molto pesante e ingenerosa nei confronti della categoria. Scrivere “non tutti per fortuna” non ne mitiga l’effetto, al contrario è come se si dicesse che c’è qualche eccezione che conferma la regola. È fondamentalmente ingiusto visto che il mandato sociale degli psicologi è proprio quello di operare per la cura della psicopatologia e per consentire alle persone di migliorare la qualità della loro vita. Tutti perseguiamo questo intento con dedizione, sacrificio e professionalità, è ovvio che siamo umani e possiamo sbagliare eventualmente.

Non escludo che ci possano essere colleghi che vedono nel binomio sessualità e disabilità più una fonte di problematiche che di benessere psicologico e che ci sia molto da fare nella formazione rispetto a questo ambito. Così come riconosco che in passato io stesso ho scritto articoli di critica di alcune dichiarazioni pregiudizievoli nei confronti di persone disabili espresse da psicologi. La differenza sta nel fatto che dette affermazioni erano state rilasciate pubblicamente e in merito a questioni di pubblico dominio e quindi osservabili e valutabili direttamente, nonché sulle quali la psicologa in questione, interpellata direttamente, ebbe la possibilità di precisare ed argomentare. Inoltre, sottolineavo che le affermazioni erano state rilasciate con una modalità non conforme a quanto prescritto dal Codice Deontologico degli Psicologi Italiani: criticavo quindi l’operato del singolo non l’intrinseca natura di un’intera categoria che anzi valorizzavo.

In questo caso, invece, si usa una frase estrapolata dal contesto per denigrare la nostra professione senza che l’interessato sia neanche informato che il suo operato è sotto giudizio, visto che non si sa di chi si stia parlando. Peraltro pur sapendolo, non potrebbe neanche precisare ed ampliare ciò che ha detto alla madre di questa persona disabile né giustificare il suo operato in quanto tutto il rapporto tra lo psicologo e l’utenza è coperto da segreto professionale.

Capita non di rado che, quando gli psicologi effettuano una consulenza psicologica, i pazienti “trattengano” solo una parte del quadro più ampio e complesso che è stato prospettato loro e questa riferiscano al loro contesto sociale. Altre volte si ricerca nello psicologo una conferma, una giustificazione ad atteggiamenti e comportamenti ed effettivamente può capitare che il professionista cada nella trappola della collusione, soprattutto se il colloquio ha una forte pregnanza emotiva. Non per questo si può attaccare un’intera categoria professionale soprattutto perché nessuno sa se la frase: “non svegliare can che dorme” è stata effettivamente espressa dallo psicologo o è una parafrasi della signora, se è stata emessa laconicamente così come ci viene riportata o se è una metafora utilizzata per semplificare la comunicazione ed è solo una parte di un discorso più ampio ed articolato. Soprattutto non sappiamo nulla delle caratteristiche della persona con disabilità a cui si riferisce o delle difficoltà psico-sociali ed economiche della famiglia e quindi non possiamo sapere se la succitata frase è figlia di un pregiudizio o di una valutazione ponderata.

Infine vorrei fare una precisazione in merito al rapporto tra sessualità, assistenza sessuale e felicità. Sicuramente la soddisfazione sessuale è una componente fondamentale del nostro benessere psicologico, ma va detto che l’assistenza sessuale non corrisponde tout court alla soddisfazione sessuale, bensì è solo uno dei tanti modi con cui si è pensato di affrontare la questione sessuale in merito alle persone disabili.

Non aggiungo di più perché ho in passato ampiamente argomentato sulla questione dell’assistenza sessuale e chi vuole può andare a leggere i miei articoli https://bizzarrilelio.wordpress.com/2015/08/19/assistenti-sessuali-arretramenti-culturali-e-stigma-sociale/

Concludo solo dicendo che pur essendo psicologo e critico rispetto all’assistenza sessuale sono sicuro di non avere alcun problema con la felicità delle persone e chiedo a Maximiliano Ulivieri di scusarsi pubblicamente con la categoria degli psicologi e di astenersi per il futuro dal fare esternazioni di questo tipo. Auspico infine che i colleghi con i quali collabora non le avallino nel rispetto del principio della colleganza.

E se una persona disabile si innamorasse di te? Presentazione risultati questionario e dibattito.

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Il 1° dicembre prossimo si terra’ presso la sede dell’Ordine degli Psicologi del Lazio il seminario “E se una persona disabile si innamorasse di te?”, nel quale verranno presentati i risultati del questionario Sessualità e disabilità_ indagine atteggiamenti ed esperienze – Moduli Google che ha indagato cosa pensano e provano 913 persone, disabili e non, rispetto alla dimensione sentimentale e sessuale di persone con disabilita’ motoria, sensoriale ed intellettiva. L’appuntamento per chiunque voglia partecipare e’ a Roma Lungotevere Vallati, 18 dalle 9 alle 13.

Come raggiungere la sede

La sede dell’Ordine degli Psicologi del Lazio è ubicata a 300 metri circa dalla fermata delle linee 23 (direzione Clodio) e 280 (direzione Mancini). Le linee sono accessibili anche alle persone con disabilità.

Accessibilità della sede alle persone diversamente abili

La sede è provvista di rampa d’accesso dall’entrata di Lungotevere Vallati, 18 ed è presente al piano terra un servizio igienico accessibile alle persone con disabilità.


Programma

Ore 9,00 Accoglienza e registrazione dei partecipanti

Ore 9,15 Esposizione degli obiettivi del seminario

Ore 9,30 Illustrazione delle slide con i risultati del questionario on-line “Sessualità e disabilità: indagine su atteggiamenti ed esperienze”

Ore 10,30 Pausa.

10,45 Interventi dei partecipanti a commento dei risultati del questionario e in generale sulla tematica disabilità e relazioni intime.

Ore 12,45 Conclusioni e riepilogo eventuali proposte d’intervento.

Ore 13,00 Chiusura dei lavori.

PER ULTERIORI INFO TROVI TUTTI I MIEI CONTATTI QUI

Visto il numero limitato di posti è richiesta la prenotazione. L’evento è gratuito.

La sessualità come elemento imprescindibile per la qualità della vita

Perché la vita possa definirsi completa e soddisfacente non può mancare in essa il soddisfacimento dei desideri sessuali e la possibilità di sperimentare tutta la gamma di sensazioni ed emozioni dell’amore erotico.

Ci sono purtroppo persone che per costrizione o per scelte dettate da esperienze che hanno condotto ad un inaridimento della loro vena romantica, erotica e sensuale, conducono una vita fatta di doveri o di piaceri materiali, oppure si rifugiano nella spiritualità. In tutti questi casi non si soddisfano il bisogno di ogni essere umano di dare corpo alle emozioni e ai sentimenti.

Infatti, l’amore erotico ha un valore aggiunto rispetto alle altre forme di piacere o di amore: esso è il punto di congiunzione fra la psiche e il soma, tra il nostro mondo emotivo e tutte le espressioni fisiche e sensoriali delle emozioni. L’amore e il piacere erotico possono declinarsi sia nella relazione con l’altro sia con se stessi: l’autoerotismo può essere la strada privilegiata per conoscersi ed imparare ad amarsi, per riappacificarsi con il proprio corpo. L’amore erotico ha il potere di trasformare nella mente delle persone malate o diversamente abili, la percezione del proprio corpo come luogo dove si realizza il benessere, laddove invece nella grigia quotidianità dell’assistenza e delle terapie esso è motivo di mortificazione morale e dolore. L’amore erotico autentico permette a chi vede nel proprio corpo solo difetti, la consapevolezza che esso può essere soggetto e oggetto di intense e gradevoli emozioni e sensazioni. L’amore erotico autentico e personale ha un potere terapeutico.

Piacere come nutrimento dell’autostima: conoscersi o essere conosciuti dal partner al punto da riuscire a darsi o ricevere piacere nel modo unico in cui ognuno di noi ama ricevere piacere ed amore, ha una ricaduta positiva immediata sul proprio senso di autostima. Amarsi ed essere amati con dedizione e attenzione significa essere riconosciuti nella propria unicità ed essere meritevoli di un amore che va al di là dei canoni, degli stereotipi e delle convenzioni.

Ma il piacere sessuale non fornisce in sé e per sé nutrimento alla propria autostima. L’auto-erotismo può essere visto come un surrogato della sessualità con un/una partner e vissuto con un senso di prostrazione che subentra poco dopo l’orgasmo. I fantasmi di un retaggio culturale che ha per secoli stigmatizzato la masturbazione come un atto immorale, impuro e legato ad una sessualità immatura, polimorfa alla quale è stata contrapposta l’immagine positiva della sessualità genitale e funzionale alla riproduzione.

Nelle relazioni sessuali una sessualità piacevole per puro esercizio fisico o stimolazione sensoriale, senza un collegamento ad una dimensione emotiva e sentimentale, può risultare sterile, fine a se stessa, quindi non lasciare nutrimento all’autostima.

Si pensi alle parafilie quali la pedofilia, il frotteurismo, i comportamenti voyeuristiici o esibilizionisti, ecc. essi provocano eccitazione in chi mette in atto questi comportamenti, ma invece che creare un rapporto intimo, costoro vengono emarginati proprio per il carattere deviante della loro sessualità e per il fatto che gli agiti invadono la sfera intima di altre persone senza il loro consenso. Altro esempio di una sessualità mortificante è quella ricercata da persone affette da dipendenza sessuale le quali sono costrette, per raggiungere livelli di eccitazione soddisfacenti, a ricercare comportamenti sessuali sempre più estremi, ma questo, oltre che creare situazioni potenzialmente pericolose e socialmente compromettenti, lasciano un profondo senso di prostrazione in chi le compie.

Piacere, violenza e sopraffazione: altre volte il piacere sessuale viene ottenuto attraverso l’erotizzazione della violenza e della sopraffazione. Si pensi ai rapporti sessuali basati su dinamiche sadomasochistiche o alle pratiche autoerotiche con oggetti impropri che possono provocare dolore e ferite al limite dell’autolesionismo. I casi di abuso e di violenza sessuale sono l’esempio più emblematico di una sessualità basata sulla mortificazione dell’oggetto dell’investimento erotico.  Ma senza arrivare a questi estremi a volte il rapporto sessuale può essere condotto con rabbia, diventare lo sfogo di risentimento verso il partner o la categoria che esso rappresenta. Tutte queste forme sessualità sono veicolo di sentimenti negativi e provocano a loro volta ulteriore mortificazione e risentimento.

Desiderio come forza motivante: ad ogni modo è innegabile il potere del desiderio in generale e di quello sessuale in particolare. Esso rappresenta una forza motivante, in negativo e in positivo, molto potente. La sessualità è la dimensione dove si possono realizzare attimi di pura felicità e che possono dare senso alla vita che per lo più è fatta di doveri e sacrifici. Ecco perché non bisognerebbe mai smettere di ricercare le gioie dell’amore e del piacere sessuale.

Questionario “Sessualità e disabilità”: 913 moduli raccolti. I risultati verranno pubblicati il 01/12/2015

UN ENORME RINGRAZIAMENTO ALLE 913 PERSONE CHE HANNO CONTRIBUITO ALLA RACCOLTA DATI COMPILANDO IL MODULO. I RISULTATI VERRANNO RESI NOTI E DISCUSSI IN UN’INIZIATIVA PUBBLICA CHE SI TERRA’ A ROMA IL 01/12/2015. CLICCA QUI per tutte le info sull’iniziativa.


E se un disabile si innamorasse di te?

Sta raccogliendo grande interesse l’indagine lanciata in piena estate, quasi per scommessa, basata sul questionario online denominato “Sessualità e disabilità: indagine su atteggiamenti ed esperienze” al quale tutti possono ancora fornire il proprio contributo, fino al 10 ottobre. Rigorosamente anonimo, tale questionario si propone di indurre le persone a riflettere sulla tematica della sessualità nelle persone con disabilità e a confermare o smentire i tanti stereotipi e luoghi comuni ricorrenti.

Clicca qui per leggere l’articolo pubblicato su Superando.it