L’eutanasia non si sponsorizza!

“Io prima di te” non ha l’ironia di “Quasi amici” né l’intensità di “Mare dentro”… ma lancia messaggi brutti e pericolosi infiocchettati in una storiella d’amore stile hollywoodiano.

La questione eutanasia è come la nitroglicerina: bisogna maneggiarla con estrema attenzione altrimenti si rischia di fare danni… e in questo caso sono danni mediaticamente amplificati.

Nel film il protagonista si rivolge ad un’organizzazione (realmente esistente) che ha sede in Svizzera la quale si occupa tra le altre cose di suicidio assistito: come si evince dalla carta intestata della lettera che riceve il protagonista (con logo reale) la società si chiama Dignitas e il suo slogan è “Vivere degnamente, morire degnamente”.

Lo slogan riflette la mission dell’organizzazione che è quella, da una parte, assistere le persone con disabilità nella gestione delle questioni assistenziali e sanitarie al fine di perseguire uno stile di vita dignitoso, dall’altra guidare e aiutare, le persone che ne fanno richiesta, a suicidarsi… dignitosamente.

Visto il ricorrere ridondante dell’accostamento tra eutanasia e dignità, io voglio subito dire che la condizione di disabilità gravissima non è una condizione in sé e per sé indecorosa: chi ha la forza e il coraggio di sopportare una condizione di allettamento o di mobilità ridottissima, di sopportare dolore o non poter parlare e/o di dover svolgere gli atti fondamentali alla vita (respirare o nutrirsi) attraverso l’ausilio di dispositivi, HA DIGNITA’ DA VENDERE ED UNA STATURA MORALE CHE NESSUN ATLETA POTRA’ MAI RAGGIUNGERE!

In secondo luogo, voglio dire che ciò che può mortificare una persona fino a farla sentire indegna, è il modo in cui è costretta a vivere allorché non le viene fornito il supporto assistenziale/tecnologico di cui necessità per esprimere le proprie facoltà oppure quando le viene negato il rispetto che merita. Corollario a ciò: un qualsiasi Stato che si voglia qualificare civile, evoluto e rispettoso della qualità della vita dovrebbe dare fondo a tutte le sue risorse per garantirne a tutti un livello elevato.

Detto ciò, credo anche che il vissuto di sofferenza di chi vive una condizione estrema di malattia e disabilità sia un fatto tanto privato da rendere le scelte che ne derivano esclusivamente attinenti alla sfera dell’autodeterminazione. Non è pertanto in discussione il concetto in sé e per sé di suicidio assistito o eutanasia la cui definizione porta ad un dibattito filosofico ed etico che va ben oltre le possibilità del sottoscritto e di questo articolo.

Ciò che sconcerta è l’operazione (temo consapevole) di inserire messaggi che accostano la disabilità ad una condizione di inferiorità ontologica, in maniera quasi subliminale visto il tono di commedia amorosa che attraversa quasi tutto il film.

Nel brano riportato poc’anzi il protagonista, nello spiegare le motivazioni della sua scelta, afferma: “non sarò mai il tipo d’uomo che accetta tutto questo…” e la domanda è: quale sarebbe il tipo d’uomo che accetta e sopporta una condizione di limite estremo? Di certo non il ragazzo atletico, affascinante e di successo che era stato Will Trainor prima dell’incidente, forse un uomo mediocre e che nella vita si accontenta.

Si dà in pasto all’opinione pubblica una visione delle persone con disabilità come di persone più semplici che sanno accontentarsi, non di persone dotate della straordinaria e rarissima capacità di assaporare e godere delle cose positive della vita.

Non è sufficiente neanche il fatto di aver coinvolto sentimentalmente una ragazza, di averla resa felice e di averla aiutata a crescere caratterialmente, affinché il ragazzo si senta  al riparo dai soliti cliché:

  1. il disabile non può dare tutto quello (?) che può dare un uomo normodotato;
  2. che lei andrà di sicuro incontro ad una serie di rimpianti (c’è una coppia nel mondo in cui non ci sia qualche rimpianto o dispiacere?);
  3. lei rimarrà con lui solo per pietà….;
  4. entrambi saranno insoddisfatti sessualmente (la sessualità non è solo fallica ha mille forme e modalità che possono rendere una coppia come quella del film soddisfatta).

In quest’altro brano Will spiega come la sua nuova condizione non abbia possibilità di dargli più alcuna soddisfazione perché stritolata dal ricordo di quella precedente: ogni tentativo di fare nuove esperienze nella condizione attuale avrebbe solo l’effetto di sporcare i ricordi perfetti della sua vita prima dell’incidente. Piuttosto che affrontare la vita futura con la fierezza di chi sa che il rifiuto e il pietismo sono limiti morali dell’altro e non sono insiti nella condizione di disabilità, si è rintanato in una vita di solitudine, in attesa della guarigione prima e, una volta persa la speranza, della morte.

In quest’ultimo brano che proponiamo il padre di Will dice: “No, lascia che lo faccia da solo, Will ha bisogno di potersi sentire un uomo.”, lasciando ad intendere che la sensazione di esserlo è una dolce illusione che viene concessa dalla madre lasciandolo alle cure amorevoli dell’assistente/partner. Ma Will è un uomo in quanto tale e in qualsiasi situazione. La disabilità non lo ha privato né della sua appartenenza al genere Umano, né della sua maturità e capacità di giudizio, né della sua carica erotica.


Per una trattazione più profonda del tema eutanasia…


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4 pensieri su “L’eutanasia non si sponsorizza!

  1. Propongo una chiave di lettura diversa. A mio parere il film non mostra come la disabilità sia una condizione ontologicamente inferiore a prescindere, piuttosto mostra come il protagonista Will la vivi male e non la accetti, laddove il concetto di inferiorità per lui è inteso come inferiore valore qualitativo della sua vita laddove la sua condizione lo condanna quotidianamente a dolori atroci, oltre che impossibilitarlo a praticare le sue passioni.
    In realtà questa visione di Will è isolata. Nessuno degli altri personaggi sposa il suo modo di vedere: tutti cercano di convincerlo ad amare la vita così com’è, perché non esiste una vita vera e una farlocca, esistono solo vita e morte. Si veda la scena in cui Louisa fa ricerche su personaggi con disabilità che praticano sport, diventati motivatori, figure d’esempio, di spicco della società o semplicemente pieni di VITA.
    Il problema di Will non è nella sua quadriplegia, il problema di Will è la depressione.
    Will inserisce un limbo fra la vita e la morte che è la NON vita, da cui non riesce ad uscire. Perché inutile negarlo: esistono gli eroi (i veri atleti come li definisce lei) che si rialzano in modo esemplare, ma esistono anche coloro che non si riprendono, che non si aiutano e non vogliono essere aiutati.
    L’amarezza di questo film è proprio questa: tutti pensavano che alla fine Will sarebbe stato dalla parte dei vincitori, il pugno allo stomaco è che Will, alla fine, finisce tra i vinti. Ma era una guerra di sé stesso contro sé stesso. Non del normodotato contro il disabile.
    Almeno io l’ho letta così.

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    1. Le sue osservazioni sono condivisibili, tuttavia, credo che non ci sia stato un “dibattito” all’interno del film. Sì le persone che lo circondano sono contrarie alla sua scelta, ma perché gli vogliono bene, non perché abbiano argomenti in tal senso. E comunque ripeto che ci sono delle frasi chiave dette da Will che forniscono in maniera sottile un’interpretazione generalizzante della scelta che viene fatta. E’ come se si dicesse che chi ha provato la “vera” vita non potrà mai adattarsi a quella da disabile, come se quest’ultima abbia un valore inferiore e con essa chi vi si adatta.

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      1. Certo, questa è la visione che emerge e neanche in modo così sottile, direi invece piuttosto esplicito. Ma ad un pubblico dotato di spirito critico riuscirà chiaro capire che è la personale visione di un singolo e che il messaggio non viene proposto in modo universale, spero.

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  2. Pingback: Eutanasia. E’ stato fatto tutto il possibile? – Studio di Psicoterapia Integrata Dr. Lelio Bizzarri

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