Guardare il mondo presente con gli occhi della memoria

Operazione T4 (dal numero 4 di Tiergarten Strasse ovvero l’indirizzo della villa di Berlino, confiscata ad ebrei, dove risiedeva l’ufficio di tale operazione), una pagina della Storia che tutti vorrebbero in fondo al cuore rimuovere, ma che ogni operatore che si occupa di disabilità (psicoterapeuta, psicologo, educatore, assistente…) dovrebbe tenere impressa nella mente e nella carne, quasi come un dolore lancinante, una cicatrice che ancora fa male e che ci ricorda fino a che punto può arrivare la crudeltà dell’essere umano e con quanta perizia di buon senso le atrocità possano trovare giustificazione, come esse possano scivolare nella quotidianità lente e silenziose tra l’indifferenza di tutti. Se l’olocausto degli ebrei, degli omosessuali, degli zingari e degli oppositori politici è stata una follia collettiva assoluta, scientificamente perpetrata, che lascia sbigottiti per l’assurdità e per l’impossibilità umana di trovare spiegazioni a quanto accaduto, ciò che terrorizza rispetto allo sterminio delle persone con disabilità fisica ed intellettiva, è come esso sia stato ammantato di un alone di idealità e di filantropia, di una fine ricerca terminologica edulcorante (“Ausmerzen”, “eutanasia”, “vite indegne di essere vissute”, “eredità biologica inferiore”, ecc.) che è stata in parte capace di far apparire uno dei crimini più abominevoli della storia dell’umanità come un atto di pietà verso la persona disabile che veniva soppressa e verso i familiari. Così scrive Mario Paolini, pedagogista e formatore nonché fratello del più noto attore teatrale Marco che nel 2011 ha messo in scena lo spettacolo teatrale intitolato proprio “Ausmerzen”: << La decisione di uccidere i bambini nati con delle deformazioni venne presa quasi subito dall’organizzazione di T4, e con una motivazione che inquieta: quando fa Ausmerzen il pastore non si diverte a sopprimere l’agnello debole: lo fa perché deve, lo fanno in pochi ma tutti lo sanno…>> (Paolini, Signori, 2012). Non è il sangue versato, non sono le vite soppresse o il dolore inferto nell’usare le persone disabili come cavie umane ad aver generato l’onda lunga che ancor oggi, a distanza di 75 anni, travolge l’identità psicologica di milioni di persone disabili facendole interrogare sulla legittimità o meno della loro esistenza e dell’aspirare a qualcosa di più di una flebile sopravvivenza, ma è proprio il fatto che il sangue versato, le vite soppresse e il dolore inferto siano stati rappresentati, dall’ideologia nazista, come un atto dovuto che non teme smentita all’esame della lucida razionalità, un gesto compassionevole che, donando la morte, sollevava dalla sofferenza e dalla vergogna di essere (o aver messo al mondo) persone deformi, dementi e non-autosufficienti.    Un’ideologia che non è viaggiata sui discorsi roboanti e retorici di Hitler, ma sulla gelida operatività di medici ed infermieri, sull’impersonale burocrazia del Decreto Ministeriale che imponeva la dichiarazione dei neonati “deformi”. Tolti con l’inganno (e in molti casi

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CENTRO LAGER NELL’AGRIGENTINO

anche con minacce) i bambini venivano trasferiti in “reparti per l’assistenza esperta dei bambini” e lì semplicemente lasciati morire di inedia o soppressi attraverso la somministrazione di farmaci (UILDM di Udine – Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, 2009). Se la macchina nazista ha visto nell’asettica contabilità delle vite soppresse e del risparmio per il Reich che ne derivava uno dei suoi aspetti più caratterizzanti, vogliamo in questo lavoro astenerci dal fornire i numeri dello sterminio, anche perché ad oggi nessuno può dire con certezza quale sia stata la portata effettiva di questa tragedia. Chiediamo piuttosto al lettore di fare uno sforzo di immedesimazione per provare ad immaginare quale può essere stato il livello di angoscia e di terrore di un bambino di per sé sofferente, lasciato senza nutrizione né accudimento fino alla morte o travolto dagli sconvolgimenti fisiologici determinati dai farmaci somministrati per indurre la morte. Se Bowlby e i suoi epigoni avevano teorizzato che in ogni essere umano esiste un sistema di attaccamento ed accudimento che viene attivato dal pianto di un bambino, c’è da chiedersi che fine avesse fatto l’istinto naturale di soccorrere un bambino che piange disperato, dei medici e degli infermieri che resero esecutivo il Decreto del 1939. Questa è una vicenda rispetto alla quale il COME ci dice di più sulla natura umana, di quanto non facciano il COSA e il QUANTO: ci parla di come sia facoltà degli esseri umani annientare il proprio istinto empatico, di come poche decine di anni di storia possano invertire un’evoluzione filogenetica di centinaia di migliaia di anni (Giusti e Militello, 2011).  I tecnici e gli intellettuali hanno un ruolo centrale nel determinare le percezioni che i contesti macro sociali hanno delle dinamiche che si declinano al loro interno e dei gruppi sociali che sono coinvolti da essi (Basaglia e Basaglia Ongaro, 1975).

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La Danimarca e le confische dei beni ai migranti

La memoria ha senso se ci aiuta a comprendere il presente e ad orientarci verso il futuro che vogliamo. Il fatto che lo sterminio degli ebrei sia avvenuto nel contesto della più grande tragedia di tutta l’umanità, la Seconda Guerra Mondiale, ci insegna che quando vediamo qualcun “ALTRO” scivolare lentamente nel baratro della negazione di tutti i diritti, l’abisso si spalanchi anche per noi è solo questione di tempo.


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