“Padri e figlie”. Trauma, lutto e psicopatologia raccontati con troppe incertezze.

“Padri e figlie”, il nuovo film di Gabriele Muccino in sala in questi giorni, è un tentativo lodevole, benché approssimativo dal punto di vista teorico, di raccontare le ragioni dell’esordio di una psicopatologia in una ragazza, Kate, che durante l’infanzia ha subito lutti e separazioni traumatiche dai propri genitori.

Troppe le inesattezze e le lacune in un racconto che ambiva a narrare il percorso di una diade padre figlia che, nonostante l’amore di entrambi e gli sforzi del primo, ha condotto la seconda a sviluppare un disturbo psicologico non adeguatamente descritto. Il senso di vuoto a cui Kate fa riferimento nell’unica seduta di psicoterapia rappresentata nel film, la difficoltà a comprendere le proprie emozioni (alessitimia) e l’incoercibilità di alcuni comportamenti di fuga dalle relazioni stabili e nella promiscuità sessuale come meccanismo di regolazione delle emozioni disforiche di fronte alla paura dell’abbandono, lascerebbero ipotizzare un Disturbo di Personalità Borderline il quale, però, non viene adeguatamente tratteggiato: la ragazza non presenta tutta un’altra serie di comportamenti tipici di questa sindrome, anzi viene descritta come capace di svolgere la professione psicoterapeutica.

Probabilmente la parte relativa al trattamento che Kate intraprende, in qualità di terapeuta, con una bambina affetta da Mutismo Selettivo, è l’aspetto più interessante e rappresentato con dovizia di particolari. La guarigione della bambina viene ottenuta attraverso una relazione terapeutica riparatrice la quale è basata su un contro-transfert pro-attivo di Kate che rivede se stessa bambina nella sua piccola paziente sulla base delle analogie tra le storie di vita. Si verifica una sorta di inversione di ruolo tra terapeuta e paziente: la prima ha bisogno che la seconda stia meglio per risolvere questioni sospese della sua storia tanto da ricercare un contatto fisico inizialmente non corrisposto. Il fatto che una relazione coinvolgente tra terapeuta e paziente e l’auto-svelamento possano determinare un successo terapeutico è piuttosto ricorrente nella pratica, il problema sorge nel momento in cui il contro-transfert non viene esplicitato (ad esempio con colloqui con la psicologa che svolge il ruolo di supervisore nei quali trattare gli aspetti personali inerenti il caso) e quindi reso un elemento intenzionalmente utilizzato a beneficio della paziente. Al contrario, nel film viene rappresentata una terapeuta che si lascia trasportare dall’impeto dei suoi bisogni emotivi ricercando inconsapevolmente la propria guarigione e determinando, incidentalmente, quella della paziente. Emblematica la scena nella quale la terapeuta vive con la bambina un momento simbolo della crescita, del quale entrambe erano state private a causa della prematura scomparsa delle rispettive madri, vivendo, in un meccanismo di pro-flessione (fare agli altri, ciò che si vorrebbe gli altri facessero a sé), un’esperienza a parti invertite (lei nel ruolo della madre) che la aiuterà a chiudere con il doloroso rimpianto di non averla mai potuta vivere realmente con sua madre.

Si corre il rischio  che lo spettatore arrivi alla conclusione che ciò che funziona da un punto di vista terapeutico, non è il sapere, saper fare e saper essere di una terapeuta che ha studiato teorie, acquisito tecniche e sviluppato capacità umane e relazionali attraverso la terapia su di sé e la supervisione, ma l’incontro casuale di due persone che hanno sofferto gli stessi traumi. Rischio amplificato dal fatto che in tutto il film viene messo in scena un unico colloquio inconcludente di Kate con la sua terapeuta.

Inoltre, onde evitare di ingenerare confusione nello spettatore circa i titoli professionali attribuiti alla protagonista, sarebbe stato auspicabile, nel doppiaggio italiano, utilizzare esclusivamente i termini “terapeuta”, “psicologa” o “psicoterapeuta”, considerando che nell’ordinamento italiano non è consentito, differentemente da quanto accade negli Stati Uniti, agli Assistenti Sociali svolgere attività terapeutica.

Infine, altra grande incongruenza è quella relativa al disturbo del padre di Kate. Nelle scene del film egli viene colto da convulsioni che lasciano pensare ad disturbo epilettico successivo a trauma cranico, mentre la diagnosi effettuata dallo psichiatra è di Psicosi Maniaco-Depressiva. Una diagnosi che non sta in piedi per varie ragioni:

  1. le convulsioni non sono un sintomo della psicosi maniaco-depressivo;
  2. non vengono evidenziate scene nelle quali il padre di Kate abbia allucinazioni e deliri di onnipotenza tipici della psicosi maniaco-depressiva;
  3. la psicosi maniaco-depressiva ha carattere endogeno (cioè dovuta ad uno squilibrio biochimico nel cervello), mentre l’umore depresso era verosimilmente reattivo alla perdita improvvisa della moglie.

In conclusione, lungi con questo articolo voler sancire il valore assoluto del film, voglio sottolineare l’importanza di curare aspetti teorico-tecnici fondamentali, nel momento in cui ci si appresta ad entrare nel merito della psicopatologia e dell’attività terapeutica. Ad ogni modo ogni volta che il Cinema si interessa della Psicologia è un fatto positivo che ci consente di parlare di un’attività sempre molto difficile da rappresentare.

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