Relazione insegnanti-genitori in bambini affetti da Disturbo da deficit di Attenzione e Iperattività.

downloadPREMESSA
Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è definito nel Manuale Diagnostico Statistico (DSM– IV) come “una modalità di disattenzione e/o di iperattività-impulsività che è più frequente e più grave di quanto si osserva tipicamente in soggetti ad un livello di sviluppo paragonabile”.

Come tale esso va considerato evitando però:

  • da una parte di stigmatizzare il comportamento del bambino come deviante attribuendo ad esso giudizi di valore;
  • dall’altra di etichettare il bambino come malato e di assumere un atteggiamento terapeutico mirato esclusivamente al trattamento dei sintomi e alla normalizzazione del comportamento del bambino.

La cura del bambino con Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività è un processo complesso all’interno del quale il bambino stesso, i genitori, il corpo docente e gli alunni hanno tutti un ruolo cruciale. Il ricorso a soluzioni d’emergenza, quali il trattamento farmacologico, rischiano di esasperare il problema o di produrre danni sul bambino a carattere iatrogeno.
Obiettivo del seminario di oggi è quello di descrivere l’importanza della partecipazione alla cura del bambino con Disturbo di Attenzione/Iperattività nel ruolo di interfaccia con la famiglia e di illustrare tecniche di comunicazione e di interazione all’interno della relazione di sostegno e di aiuto ai genitori che affrontano il delicato problema del figlio o della figlia.

Il ruolo degli insegnanti.
Il più delle volte gli insegnanti sono investiti spontaneamente dai genitori del ruolo di interfaccia tra le famiglie e i servizi. Ciò è dovuto al fatto che gli insegnanti hanno un contatto quotidiano con gli alunni e hanno frequenti scambi con i genitori. Molto più problematico risulta essere l’accesso ai servizi psicologici e psicopedagogici a causa dei seguenti fattori:

  • pregiudizio nei confronti del ruolo svolto dallo psicologo secondo il quale solo le persone con disturbi mentali ricorrono allo psicologo e sottovalutazione dell’importanza del contributo degli operatori sociali in chiave preventiva e di promozione della qualità della vita;
  • carenza di personale specializzato nelle scuole;
  • liste di attesa lunghissime nei servizi di salute mentale pubblici.

Per tutti questi motivi molto spesso gli insegnanti si trovano nella delicata situazione di dover segnalare comportamenti problematici nei propri alunni e ad accogliere le risposte emotive dei genitori a tale segnalazione. Inoltre gli insegnanti possono essere il tramite attraverso il quale la scuola e i servizi di salute mentale (pubblici e/o privati) “prendono in carico” la famiglia e il bambino.

Il ruolo degli esperti di salute mentale.
Gli esperti di salute mentale (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri) hanno un duplice ruolo:

  • uno indirizzato al bambino e alla famiglia relativamente alla diagnosi (alla segnalazione dell’insegnante dovrebbe sempre seguire la diagnosi di uno psicologo per evitare il rischio di etichettare come patologico un bambino semplicemente troppo vivace) e alla progettazione e applicazione di un piano di trattamento del bambino e del contesto di riferimento;
  • uno indirizzato al corpo docente, di supervisione nella gestione a lungo termine del bambino con Disturbo di Attenzione/Iperattività in classe e del rapporto con i genitori; la gestione di un bambino con tale problema è una questione molto delicata che richiede serenità e competenza da parte degli insegnanti; serenità e competenza che sono qualità non sempre disponibili nella vita di un insegnante il quale ha diritto a una figura di riferimento a cui poter accedere frequentemente sia per ottenere suggerimenti che per poter esprimere vissuti ed emozioni legate sollevati dalle vicende professionali in genere e dalla gestione di alunni con particolari esigenze.

L’importanza della qualità della relazione insegnanti-genitori.
È ampiamente riconosciuto che il denominatore comune di qualsiasi trattamento di cura efficace è la qualità della relazione. Ciò è particolarmente vero quando si deve affrontare con dei genitori un comportamento problematico nel loro figlio/a. E’ molto facile che in questi casi si manifestino nei genitori reazioni di:

  • sottovalutazione del problema; il genitore può pensare di risolvere tutto con un’educazione più rigida (rimproveri e punizioni corporali) rischiando di scivolare in una situazione di abuso psicologico e fisico aggravando la situazione del bambino;
  • autocolpevolizzazione; con conseguenti auto-svalutazione del ruolo genitoriale e del contributo che può dare alla cura del figlio/a e delega alle istituzioni;
  • reazione emotiva eccessiva allo spettro della devianza e della disabilità; con conseguenti comportamenti di negazione e rimozione del problema o ricorso a soluzioni immediate (trattamento farmacologico dei sintomi).

In tutte queste situazioni si verifica uno scollamento della collaborazione tra famiglia e scuola le quali finiscono per affrontano il problema isolatamente con soluzioni di corto respiro le quali producono esiti di cui soffrono tutti, in primis il bambino che finisce per diventare il paziente designato del sistema scuola-famiglia.
È importante, al contrario, favorire nei genitori un processo di consapevolizzazione del problema e dei sentimenti ad esso associati, al fine di evitare comportamenti di fuga e di disimpegno dal processo di cura.

Il tono emotivo della relazione insegnante-genitore.
Qualsiasi relazione d’aiuto, quale può essere quella tra insegnante e genitore, necessità che chi presta aiuto assuma un atteggiamento caratterizzato da:

  • autenticità e congruenza; è preferibile evitare di dire cose che non si pensano o delle quali non si è convinti, anche se con buone intenzioni, in quanto il nostro interlocutore intuisce sempre, a qualche livello, che c’è una discrepanza tra ciò che diciamo verbalmente e ciò che comunichiamo a livello non verbale, e ciò compromette la fiducia che egli/ella ripone in
    noi;
  • accettazione incondizionata; per quanto sembra difficile e controproducente è fondamentale evitare di formulare ed esprimere giudizi, sia positivi che negativi, in merito al nostro interlocutore:
    o i giudizi negativi urtano la sensibilità di un genitore che si trova già nella scomoda situazione di dover dare conto del comportamento disturbante del figlio;
    o i giudizi positivi rischiano di impostare la relazione in maniera collusiva, con l’esito che alla fine si finisce solo per rassicurare il genitore che non sta sbagliando niente, deresponsabilizzando il genitore;
  • empatia; affinché una persona si senta libera di esprimere anche i sentimenti più delicati (paura, rabbia, angoscia, tristezza, vergogna, ecc.) è necessario che abbia di fronte una persona che sia in grado di comprendere quello di cui sta parlando, anche dal punto di vista emotivo; in altre parole empatizzare significa rappresentare dentro di sé, come l’altro concepisce il problema e come se lo vive emotivamente, mettendo almeno momentaneamente da parte i nostri vissuti a riguardo; infine l’empatia va distinta da:o la simpatia; che è una spontanea tendenza a mostrare atteggiamenti positivi nei confronti dell’altro;
    o l’identificazione; essa non è altro che una giustapposizione di quelli che pensiamo sarebbero i nostri sentimenti se ci trovassimo nella situazione dell’interlocutore, cosa ben diversa dal rappresentarci i vissuti dell’altro

La consapevolezza di noi stessi e il ruolo del supervisore.  

Come abbiamo illustrato sopra, stare nella relazione d’aiuto è un processo molto complesso il quale ha a che fare più con il saper essere che con il saper fare. Non è possibile empatizzare quando:

  • ci sono emozioni che premono nella nostra mente con forza RISONANZE. Spesso quando una persona ci racconta qualcosa che le è accaduto o uno stato d’animo si riattivano dentro di noi i ricordi di come ci siamo sentiti in passato in situazioni analoghe (risonanze) e questo emergere di emozioni condiziona inevitabilmente il nostro comportamento, i nostri pensieri, fino alla nostra fisiologia;
  • quando il nostro interlocutore assume comportamenti simili a quelli di una persona a noi cara, che fa parte del nostro quotidiano presente o passato (padre, madre, figli, marito, sorelle, ecc.) TRANSFERT; ciò ci spinge ad assumere i comportamenti che usualmente attiviamo con i nostri cari e in sostanza trasportiamo i nostri problemi all’interno della relazione d’aiuto inficiando il processo.

È impensabile pensare di eliminare con puro atto di volontà questi elementi emotivi, ma è possibile consapevolizzarli ed esprimerli attraverso la consulenza di un supervisore, diminuendone così l’impatto sul nostro modo di essere e di operare.

Quello che non si dovrebbe mai fare nella relazione d’aiuto.
Nella comunicazione di tutti i giorni siamo abituati ad assumere atteggiamenti che sono normalissimi, ma che all’interno di una relazione d’aiuto, nella quale si affrontano tematiche delicate, possono essere di ostacolo alla comunicazione e inficiare la relazione fino al rischio di drop-out (abbandono della relazione d’aiuto).

Tali atteggiamenti sono:

  • Valutazione; abbiamo già avuto modo di dire che è meglio evitare di esprimere giudizi soprattutto all’inizio della relazione, al fine di evitare che il nostro interlocutore sia spontaneamente spinto a parlare di ciò che noi rinforziamo con i nostri giudizi positivi e ad omettere ciò che noi giudichiamo negativamente;
  • Interpretazione; interpretare significa presumere di sapere ciò che il nostro interlocutore dice, fa, sente e pensa meglio di lui stesso; ciò oltre ad essere falso, indispettisce moltissimo la persona che si sta aprendo e confidando, portandola a chiudersi; quindi è bene evitare di dire: “lei fa così perché”, “lei sente questo”, “lei è così” a meno che non sia un’esplicita ammissione della persona.
  • Sostegno; a volte, soprattutto quando la persona che si confida con noi è provata emotivamente, tendiamo a minimizzare il problema rassicurando che tutto si aggiusterà, tutto andrà a posto, tutto si risolverà; anche se fatto in buona fede, questo comportamento non dà spazio alla persona di esprimere tutto il suo malessere e soprattutto tradisce il nostro disagio nella situazione, ciò si concretizza nel fatto che alla persona si sente sola con il suo problema;
  • Soluzione; un altro modo per tagliar corto è quello di dare consigli o indicazioni in un momento in cui la persona ha bisogno di ridurre la portata emotiva del suo vissuto e non ha forze per orientarsi alla ricerca di una soluzione; ciò si concretizza nel fatto che, sia chi dà consigli che chi li riceve si sente molto frustrato: il primo perché dà ottimi consigli che non vengono mai seguiti, il secondo perché si sente bersagliato da indicazioni che non si sente di seguire o che vede impraticabili;
  • Indagine; una delle peggiori abitudini, che anche molti operatori della salute hanno, è quella di fare domande intrusive circa le abitudini di un nucleo familiare; laddove sia necessario acquisire informazioni è preferibile e più efficace, impostare la relazione in un clima di fiducia e confidenzialità e aspettare che sia la persona ad aprirsi.

Le tecniche dell’ascolto attivo.
Si definisce ascolto attivo una particolare modalità di interazione attraverso la quale mentre si ascolta il contenuto e il tono emotivo di quanto ci sta comunicando una persona, restituiamo quanto abbiamo appreso, verificando la congruenza fra quanto ci è stato detto e quanto abbiamo compreso.

Le tecniche dell’ascolto attivo sono:

  • Riformulazione; tale tecnica consiste nel riassumere o parafrasare una porzione del contenuto espresso dall’interlocutore; essa consente:
  1. di sapere se l’interlocutore ha realmente compreso il senso di quanto si voleva comunicare;
  2. di riascoltare quanto abbiamo detto facilitandone la consapevolizzazione;
  3. di ricevere una versione riordinata di quanto abbiamo espresso (ciò è utile soprattutto quando sull’onda dell’emotività la persona si esprime in modo caotico e disorganizzato);
  • Feed-back fenomenologico; esso consiste nel restituire al nostro interlocutore:
  1. Il contenuto verbale;
  2. la fenomenologia non verbale e paraverbale (mimica facciale, tono e ritmo di voce, postura, gesticolazione, indici psicofisiologici – rossore, sudorazione, pallore, rigidità muscolare, ecc.);
  3. i pensieri che ci siamo fatti sui vissuti della persona mentre quest’ultima si
    esprimeva;
  4. le emozioni e sensazioni che abbiamo provato.

Questa tecnica consente al nostro interlocutore di farsi un’idea più completa di come ce li siamo rappresentati mentre ascoltavamo e in definitiva di rilevare eventuali incongruenze fra la comunicazione Verbale e quella Non Verbale che sottintendano incongruenze fra il modo razionale di rappresentare un evento o una situazione e il modo di viverselo emotivamente;

  • Le domande aperte; molto spesso le persone nel loro racconto omettono delle informazioni, dando per scontato che noi siamo a conoscenza di cose che non ci hanno detto o che ci rappresentiamo allo stesso modo le cose; è sempre bene porre delle domande aperte (Chi fa questo? Cosa ti fa pensare questo? Cosa intendi quando dici?) piuttosto che darle per scontate o fare interpretazioni che creino malintesi.

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