Il diritto alla sessualità nelle persone disabili: un anno dopo.

Articolo pubblicato sulla rivista Integrazione nella psicoterapia e nel counselling anno 2006.

A distanza di un anno e mezzo dal convegno tenutosi al CNR nel novembre del 2004 torno a riflettere sull’attività formativa svolta in questi mesi in collaborazione con le colleghe dell’ASPIC.
Il 2005 è stato un anno stimolante e intenso, almeno quanto è stato complesso calibrare un intervento formativo che abbracciasse il panorama di soggettività che, a diverso titolo, sono coinvolte nella vita di ogni singola persona disabile, di ogni uomo e donna che nel tentativo di autodeterminarsi smuovono sentimenti ed emozioni, sollevano questioni etiche e morali, alimentano interessi economici e dinamiche politiche.
Un panorama composito, un sistema complesso in cui ogni elemento (disabile, genitore, operatori, politici, dirigenti, ecc.) è ad un tempo risorsa ed elemento di criticità: ognuno con il suo modo di interpretare la disabilità e di incarnare la sessualità.
C’è chi riesce a trovare soluzioni per il vivere quotidiano e si dispera perché trova la vita triste e vuota senza amore; chi, invece, fa i salti mortali per garantire un minimo di assistenza al figlio e per il quale sentir parlare di sessualità delle persone disabili è un pugno nello stomaco.
C’è l’operatrice coscienziosa che continua a pensare che il bisogno di assistenza e il ritardo mentale non giustifichino le sistematiche e quotidiane violazioni della dignità di uomini e donne disabili.
C’è il dirigente che non vuol vedere un uomo e una donna disabili scambiarsi affetto all’interno del suo centro perché non vuole grane.
C’è la madre che si dispera perché il figlio è oggetto di abusi e quella che non sa che deve fare perché non riesce a capire cosa prova la figlia e si sente disorientata dalla moltitudine di pareri (spesso discordi) degli esperti.
In questo breve scorcio di attività ho ascoltato molte storie e posso dire che nonostante i tanti elementi comuni, nessun cliché è stato rispettato, nessuno stereotipo è stato confermato.
In uno scenario così complicato è facile perdersi e scindersi nella molteplicità di domande diverse e contraddittorie oppure rimanere paralizzati dall’ansia di dover dare risposte certe e indicazioni concrete per risolvere i problemi.
Oppure ci si può demoralizzare nel pensare: “che senso ha parlare di sessualità di una persona disabile? Chi può desiderare di avere una storia d’amore o un rapporto sessuale con un disabile?”. All’estremo opposto, si può assumere un atteggiamento illusoriamente positivo. Nonostante queste difficoltà, siamo andati avanti, sbagliando e correggendo il tiro, e soprattutto partendo dall’unica certezza in nostro possesso: la concretezza dei vissuti soggettivi autentici di ogni persona che si sente, per scelta o per forza di cose, coinvolta nella vita di una persona disabile.
Siamo partiti dall’assunto della dignità della vita umana, per quanto grave sia la disabilità, e dalla certezza che ritardo mentale non significhi affatto assenza di desideri, emozioni e sentimenti.
Questa semplice affermazione può sembrare un ovvietà, ma se ci si addentra nella quotidianità delle persone disabili intellettive o se si esamina la letteratura scientifica a riguardo si constata amaramente che non lo è, o almeno non lo è più.
Il quasi esclusivo uso del linguaggio parlato nella psicoterapia ha creato l’incompatibilità di quest’ultima con i soggetti affetti da ritardo mentale A
seguito di ciò, tutta la psicologia sembra aver accantonato la questione delle emozioni, delle relazioni e delle pulsioni in persone con ritardo mentale o con autismo, delegando alla neuropsicologia la valutazione e la riabilitazione delle funzioni cognitive compromesse.
Si è indebitamente fatto un segno di uguale tra linguaggio parlato e intelligenza, e tra intelligenza e sentimenti. Eppure è esperienza di tutti il fatto che la nostra realtà emotiva abbia poco a che fare con la razionalità. Allo stesso modo tutti possiamo fare esperienza di come l’intelligenza possa manifestarsi in maniera dissociata dal linguaggio quando ascoltando un concerto di pianoforte apprezziamo il frutto della conoscenza che risiede nella memoria procedurale di chi sta eseguendo il brano musicale.
Eppure siamo poco inclini a perdonare alle persone con ritardo mentale le loro debolezze. Il verdetto è sempre lo stesso: fa così perché è ritardato!
L’handicap diventa la spiegazione di tutto e ignoriamo la storia della persona, il suo contesto familiare, i suo vizi, le sue furbizie, ecc.
Succede in questo modo che li collochiamo in un universo parallelo in cui anche
le regole sono totalmente altro:
1. una donna può essere assistita da un uomo anche nell’espletamento dei bisogni intimi (e viceversa);
2. è impossibile che una donna disabile (o un uomo) subisca abuso sessuale e anche se dovesse succedere non ha conseguenze… tanto non capiscono;
3. è legittimo il ricorso alla prostituzione per soddisfare un uomo disabile e persino l’incesto;
4. i minorati mentali vogliono solo sfogarsi, non avere relazioni stabili;
5. e così via di luogo comune in luogo comune, di aberrazione in aberrazione;
Al contrario studiando la letteratura internazionale scopri che:
1. l’incidenza di abuso sessuale fra le persone con ritardo mentale è più alta che fra le persone normodotate;
2. che gli abusi reiterati concorrono a determinare disturbi psichiatrici che si associano al disturbo organico primario;
3. che le persone con handicap intellettivo ricercano relazioni sentimentali stabili e che desiderano avere dei figli e prendersene cura.
Come operatori della salute abbiamo il compito di ricordar-ci, innanzitutto, e di spiegare, in secondo luogo, che anche la sessualità delle persone con handicap intellettivo ha a che fare con il piacere e la gioia di vivere, e che diventa problema solo se assume le forme di abuso, di dipendenza e di comportamenti devianti e/o a rischio.
È questo che stiamo cercando di fare in questi mesi, affermando i diritto di ognuno a ricercare il proprio percorso e il proprio punto di arrivo: la propria sessualità possibile.
Allo stesso tempo accogliamo i sentimenti di dolore, di rabbia e di ansia dei genitori, come primo passo nel processo di ricerca del loro benessere all’interno della coppia e fuori.
Siamo fermamente convinti dell’utilità di sostenere un processo di individuazione e di differenziazione in cui ogni membro della famiglia “disabile” contatti i suoi desideri e affermi il suo diritto a realizzarli senza distruggere o logorare i rapporti familiari.
Nella proposta formativa rivolta agli operatori del settore (psicologi, educatori, assistenti, infermieri, ecc.) abbiamo cercato di passare questo approccio, sottolineando come un intervento teso a gestire i comportamenti sessuali delle persone con disabilità sia eticamente discutibile e probabilmente inefficace.
Come uomini e donne di scienza non possiamo far altro che aspettare l’esito dei fatti per verificare la bontà di questo approccio e per questo vi rimando a successive pubblicazioni.

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